Sanità  

Maternità a rischio, tra burocrazia e inefficienza

La singolare vicenda di I.B., 29enne in dolce attesa. Impiegata a tempo indeterminato presso un'azienda locale
di Gloria Pernarella - 18 Dicembre 2008

I.B. ha 29 anni. Vive e lavora a Roma come impiegata a tempo indeterminato presso un’azienda locale. Tra poche settimane, darà alla luce il suo primogenito. Una gravidanza a rischio che la obbliga a sottoporsi a numerosi controlli medici e a stare in assoluto riposo. Ieri, 16 dicembre, alla luce di fatti che hanno dell’incredibile, I.B. fa pervenire alla nostra redazione una lettera di protesta e denuncia contro la burocrazia e la sanità locale, anzi, italiana. E’ necessaria una breve premessa: l’ astensione obbligatoria per maternità o congedo per maternità è il periodo in cui la lavoratrice dipendente ha l’obbligo di astenersi dal lavoro. Per poter esercitare tale diritto/dovere lo stato italiano nella figura dell’INPS chiede alla lavoratrice di compilare un modulo facilmente scaricabile dal sito internet e allegare in busta chiusa un certificato rilasciato da un medico del Servizio Sanitario Nazionale che attesti la data presunta parto.

"Avevo erroneamente sottovaluto il grado di inciviltà del nostro bel paese – afferma I.B.- pensando che bastasse il certificato del mio ginecologo privato e del medico di famiglia per attestare che in effetti la mia pancia contiene un bimbo di 32 settimane. Fortunatamente la mia ginecologa mi ha messo in guardia e mi ha consigliato di muovermi in anticipo e richiedere un appuntamento al medico della ASL per avere tale certificato. Dopo due giorni di telefonate inutili, al centralino della ASL Roma B, mi sono recata presso di loro nella speranza di ricevere le giuste informazioni. Appena entrata sono andata all’ufficio informazioni chiedendo cosa dovevo fare per avere il certificato da astensione obbligatoria/congedo per maternità e mi è stato indicato di prender il biglietto per medicina legale e fare la fila."

Dopo venti minuti di attesa, I.B. viene ricevuta da un medico il quale la informa che avrebbe dovuto agire in altro modo e che la sua presenza lì era del tutto inutile. La procedura da eseguire era infatti la seguente: con il certificato della ginecologa privata I.B. avrebbe dovuto richiedere al medico di famiglia un’ulteriore prescrizione. Avrebbe dovuto scaricare un modulo dal sito INPS da far compilare al ginecologo che l’avrebbe visitata. Infine avrebbe dovuto telefonare al CUP della regione Lazio per aver una visita presso un medico di una qualunque ASL o ospedale di Roma e dintorni.

"Nello sconforto più totale – prosegue nel racconto – torno a casa e chiamo l’INPS per avere conferma di questo iter assurdo. L’INPS conferma la necessità di un certificato medico rilasciato dall’ASL ma dice che non è sua competenza spiegarmi come ottenerlo e che il modulo citato dal medico della ASL Roma B non esiste più. A questo punto faccio fare dal mio medico l’impegnativa e con questa telefono al CUP."

I.B. viene a conoscenza che l’appuntamento è dall’altra parte di Roma e decide di chiedere al giovane dell’INPS che le ha risposto al telefono, di fissarle un appuntamento in un luogo più facilmente raggiungibile, considerato che la sua è una gravidanza è a rischio.

"Finalmente ho l’appuntamento a 20 minuti di macchina da casa mia, alla ASL dI via Bresadola. Non potendo guidare ho dovuto prendere un taxi, arrivo così con mezz’ora di anticipo. La sala di aspetto è un corridoio stretto e pieno di gente (pazienza, mi dico, siamo pur sempre in una struttura pubblica). Alle 10.40, orario della mia visita, si apre la porta della ginecologa ed esce la paziente che era dentro e che aveva l’appuntamento alle 8.50. Panico. Mi avvicino all’infermiera e le mostro la ricetta del mio medico con la prescrizione della visita con tanto di dicitura “Gravidanza a rischio” e le chiedo se sia possibile passare prima (cosa che in un paese civile dovrebbe essere per legge). Lei mi risponde che devo sperare nel buon cuore delle persone in fila, prima di me. A questo punto sono davvero seccata e le dico che se non mi fa entrare entro dieci minuti mi reco dai carabinieri perché nella mia situazione non posso attendere il "buon cuore della gente (anche perché non sono lì per mia scelta ma perché lo stato Italiano mi obbliga a farlo).

Dopo circa dieci minuti, I.B. riesce ad entrare. Consegna al ginecologo la prescrizione medica "visita specialistica per astensione obbligatoria – trentunesima settimana – gravidanza a rischio" con allegato il certificato in carta bianca della ginecologa privata che riporta le medesime informazioni. La Dottoressa procede con la visita e al termine della stessa chiede a I.B. per quale motivo fosse andata lì. "Per il certificato di astensione obbligatoria”. Risponde incredula. 

La Dottoressa sorride, guarda l’infermiera e chiede ”cos’è l’astensione obbligatoria?”.

I.B. esterrefatta: "Le spiego cosa mi serve ma lei non è nemmeno in grado di scrivere il certificato, le detto io il testo. Alla fine riesco ad ottenerlo, sotto dettatura, chiedendole di aggiungere anche il mio nome, cognome e indirizzo (per lei bastava scrivere che qualcuno era incinta…senza fare nomi)”.

I.B. conclude nell lettera: “Ho di nuovo le contrazioni ogni 20 minuti e cerco di calmarmi non pensando che in questo Paese dovrà crescere mio figlio. Grazie stato italiano per avermi obbligata ad una visita con un medico incompetente per esercitare un mio dovere/diritto. Prenoterò una clinica privata per dare alla luce un altro futuro cittadino italiano, fiero del proprio paese”.


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  1. CHE M***A DI PAESE QUESTO. VOTATE RENZI.

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