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Memoria della Marina Militare: 9 Settembre 1943, fine di un Ammiraglio

La storia di Carlo Bergamini, Militare di carriera, Scienziato, Matematico e uomo dabbene. Un Prologo e due Atti

Una storia per tante storie

Non vi sembrino inusuali per questo spazio le righe che appresso leggerete e che raccontano la storia di un Ufficiale Superiore della Marina Militare, l’Ammiraglio d’Armata Carlo Bergamini (Medaglia D’Oro al Valor Militare alla Memoria), affondato con la sua Ammiraglia – la “Regia Nave Roma” – e migliaia di suoi marinai – per mano tedesca – il 9 Settembre del 1943, a largo dell’Isola dell’Asinara.

Ho voluto scrivere di lui per mettere in luce un aspetto della nostra Resistenza forse poco noto. La Regia Marina, era un’Arma tradizionalmente monarchica ma anche tra le sue fila non mancarono esempi importanti di azione antifascista (l’Arma fascista per eccellenza era la Regia Aeronautica, ma pure tra quei militari in divisa azzurra, vi furono esempi di resistenza antifascista: il Generale Sabato Martelli Castaldi e il Colonnello Roberto Lordi, combattenti a Porta San Paolo e trucidati alle Cave Ardeatine 81 anni fa, tra una manciata di giorni, solo per citare due dei tanti nomi che sarebbe possibile elencare).

Mussolini non si fidava della Regia Marina, gli Ufficiali di quell’Arma di mare avevano infatti – come i Carabinieri Reali – giurato fedeltà al re savoiardo e non al duce e dunque dopo l’8 Settembre del ’43, venuto il tempo della scelta, Mussolini con i suoi sodali repubblichini – servo l’uno e servi gli altri, dei tedeschi occupanti – non batterà ciglio, il 7 Ottobre del 1943 alla deportazione dei Carabinieri Reali di Roma (che il 25 Luglio ’43 lo avevano arrestato, per ordine del re) e altrettanto farà quando i fascisti saloini  – il 24 Maggio, del 1944 a Parma – fucilarono il Contrammiraglio Luigi Mascherpa e l’Ammiraglio Inigo Campioni che erano stati loro consegnati dai tedeschi, dopo essere stati arrestati: Il primo, per essersi rifiutato di cedere alla richiesta di resa dei tedeschi, il secondo, per avere organizzato e comandato la difesa dell’Isola di Lero, nell’Egeo, dagli attacchi terrestri, navali e aerei dei nazisti. Dunque, entrambi saranno ammazzati insieme per avere resistito ai tedeschi, tenendo fede ad un giuramento ed entrambi saranno decorati di Medaglia D’Oro al Valor Militare alla Memoria.

Certo, nella Storia della Regia Marina ci sono anche gli sgherri e tagliagole della Decima Flottiglia MAS, di Junio Valerio Borghese: una macchia indelebile sulla bandiera della nostra Marina Militare. Ma in quella Storia hanno un posto anche i molti marinai (non solo Ufficiali e Ufficiali Superiori, ma anche semplici Marinai) che si sono battuti con i partigiani.

Per esemplificare, ricordo la scena del Film di Nanni Loy, “Le Quattro Giornate di Napoli” (1962), in cui si vedono alcuni marinai trascinare, sotto la pioggia, un grosso cannone e poi combattere per la libertà dei napoletani e della loro città; lotta armata che era cominciata dopo la fucilazione – il 12 Settembre del 1943, sulla scalinata dell’Università cittadina Federico II – proprio di un semplice Marinaio, Andrea Mansi, di Ravello (Salerno) di anni 24.

Quella scena dei marinai che, con altri  civili, trascinano  il cannone, e poi lo utilizzano contro i tedeschi, non era un’invenzione cinematografica, ma trasposizione sulla pellicola della realtà. I marinai della città partenopea avevano combattuto in armi per la sua libertà e lo fecero anche nelle altre città italiane dove, in quel Settembre del ’43, c’erano alla fonda in Porto navi militari. Ecco allora che la storia dell’Ammiraglio D’Armata Carlo Bergamini, racconta anche le storie di tutti quei combattenti in divisa bianca. Lui che non ebbe il tempo di combattere i nazifascisti ma che, se avesse potuto, lo avrebbe fatto, battendosi certamente con disciplina ed onore.
<h3″>Prologo

Quella che segue è la storia di Carlo Bergamini (24 Ottobre 1888-9 Settembre 1943). Nato a San Felice sul Panaro (Modena), dopo aver frequentato l’Accademia Navale di Livorno, Bergamini aveva partecipato alla Prima guerra mondiale come Tenente di Vascello. Promosso Capitano di Vascello nel 1934 e Ammiraglio di Divisione nel 1939, all’inizio della Seconda guerra mondiale, col grado di Ammiraglio D’Armata, era Capo di Stato Maggiore della Prima Squadra Navale, con base nel Porto militare di La Spezia.

Atto Primo

Lui è l’Ammiraglio D’Armata Carlo Bergamini, dal 5 Aprile del ‘43 Comandante in Capo di una Squadra Navale, la Prima, della Regia Marina, di stanza nel Porto di La Spezia. Lei è sua figlia Luciana, poco più che ventenne nel Settembre del 1943, e militante del Partito Comunista Italiano dal 1938 (si era avvicinata al Partito subito dopo la proclamazione delle Leggi Razziali).

Carlo Bergamini

Lui, un militare fedele alla Monarchia, ma non al fascismo, «era una figura affascinante, uno scienziato, un matematico che si faceva amare a primavista», dirà di lui la figlia. Lei – una militante politica impegnata nella ricostruzione del Sindacato, con Giovanni Roveda e Bruno Buozzi – era «una ragazza borghese, una ragazzina con i calzini corti, cresciuta in una famiglia che poteva permettersi di ignorare che ci fosse il fascismo in Italia.», come dirà lei stessa di sé. E così, mentre l’Ammiraglio si occupa di cose militari e il resto della famiglia è ignara, Casa Bergamini diventa un nascondiglio sicuro per il materiale di propaganda contro il regime fascista.

Ma poi arriva l’8 Settembre del ’43, arriva l’Armistizio e l’Ammiraglio Bergamini è convocato al Ministero della Marina, dove lo attende l’Ammiraglio Raffaele De Courten, Capo di Stato Maggiore e Ministro della Regia Marina. Bergamini parte da La Spezia, dove aveva sede il suo Comando, e arriva a Roma il 7 Settembre.
Non una parola gli viene detta sull’Armistizio, che, di fatto, il Generale Giuseppe Castellano ha già firmato quattro giorni prima a Cassibile (Siracusa). Gli dicono invece – mentendo – di tenere sempre accesi i motori delle navi della Flotta al suo comando per essere pronto a contrastare un probabile sbarco alleato a Salerno. Lui ascolta con attenzione e, terminato l’incontro al Ministero, torna nella sua casa romana, per abbracciare i familiari.

Luciana lo vede, ci parla e capisce che il padre non ha la più pallida idea di quello che sta per accadere. Allora – forse per la prima volta nella loro vita – i due si parlano con franchezza e Luciana spiega al padre quello che sa e quello che immagina stia per accadere, ma gli spiega anche chi è, in realtà, sua figlia.  L’Ammiraglio la guarda, resta un attimo pensieroso e poi le risponde: «Se tu credi in un altro sistema hai fatto benissimo a fare quello che hai fatto…». «Forse non sbagli tu, abbiamo sbagliato noi». Padre e figlia si salutano.  Lei torna alla sua militanza politica mentre lui torna a La Spezia, per eseguire gli ordini ricevuti.  

Atto Secondo (e finale di Commedia)

Estratto dal colloquio  telefonico dell’8 Settembre 1943 tra gli Ammiragli Sansonetti, Bergamini e De Courten, Ministro e Capo di Stato Maggiore della Marina

«Sansonetti: È stato firmato l’armistizio. Da Supermarina abbiamo diramato le nuove disposizioni secondo le clausole dell’armistizio. Per evitare equivoci l’ordine viene trasmesso e ripetuto in chiaro. È esclusa la consegna delle navi e l’abbassamento della bandiera. La flotta deve – però – trasferirsi a Malta. Per il riconoscimento occorre alzare il pennello nero sugli alberi maestri e dipingere cerchioni neri sulle prue. Anche Biancheri a Genova è stato avvertito.

Bergamini: Innanzitutto desidero sapere perché sono stato tenuto all’oscuro di quanto si stava tramando alle nostre spalle. Ancora ieri ci sono stati fatti altri discorsi. Lì a Roma vi siete dimenticati quali responsabilità tecniche e morali ha il comandante della Flotta. Qui la situazione è confusa. L’orientamento generale è per l’affondamento.

Sansonetti: È una soluzione gravissima contro gli interessi della patria la cui responsabilità ricadrà sul comandante della Flotta…

Bergamini: Per questo motivo chiedo di parlare con il ministro e capo di Stato Maggiore che, ancora a mezzogiorno, mi ha confermato l’ordine di tenermi pronto a partire per l’ultima battaglia

Sansonetti: Riferirò.

//

De Courten: Sansonetti mi riferisce che alla Spezia vi sono difficoltà. Posso comprenderle ed anche giustificarle. Del resto anch’io, che sono il ministro e il capo di S.M. della Marina, solo due ore fa ho appreso per la prima volta che l’armistizio era stato firmato. Non siamo stati mai consultati. Ma ormai, visto come si sono messe le cose, non resta altro da fare che eseguire gli ordini. Sansonetti ha già predisposto tutto. La Flotta deve trasferirsi a Malta. Non è previsto né il disarmo né l’abbassamento della bandiera. Quindi mi pare…

Bergamini: Ripeto quanto ho già detto a Sansonetti. Lo stato d’animo degli ammiragli e dei comandanti che ho sentito nel pomeriggio è orientato verso l’affondamento delle navi. e anch’io…

De Courten: Ma se il comandante della Flotta non se la sente di eseguire gli ordini, è autorizzato a lasciare il comando, è un modo per risolvere i suoi problemi di coscienza.

Bergamini: Non ci sono precedenti di un comandante che abbandona i propri marinai nel momento del pericolo. Questo è un invito che devo respingere.

De Courten: Il dovere più grave è quello di adempiere a qualunque costo le condizioni di armistizio perché questo sacrificio potrà portare in avvenire grande giovamento al Paese. La Flotta deve assolutamente lasciare La Spezia. Occorre sottrarre le navi al pericolo di un attacco da parte dei tedeschi e gli equipaggi dall’influenza dell’ambiente terrestre; occorre anche evitare le ripercussioni di eventuali discussioni fra marinai, ufficiali e comandanti. Ripeto che la decisione di accettare l’armistizio è stata presa dal re – con il quale ho parlato un’ora fa – che è stato confortato dal parere del grande ammiraglio Thaon di Revel. Secondo le clausole dell’armistizio, ripeto, le navi non devono ammainare la bandiera né saranno cedute.

Devono solo trasferirsi a Malta, poi si vedrà. Tuttavia Ambrosio, il capo di Stato Maggiore generale, mi ha assicurato d’aver chiesto agli anglo-americani che la Flotta per motivi tecnici possa trasferirsi alla Maddalena. Quindi intanto esci dalla Spezia, come avevamo del resto concordato ieri. E fino a questo punto mi pare che non ci siano difficoltà. Poi, una volta in mare, la Flotta riceverà altri ordini con la speranza che nel frattempo gli Alleati accolgano la variante della Maddalena al posto di Malta. Alla Maddalena tutto è pronto per l’ormeggio delle navi. Capisco, è un brutto momento, ma tutti dobbiamo fare il proprio dovere. Tutti dobbiamo fare qualcosa.

Bergamini: D’accordo. Esco stanotte con tutte le navi e mi dirigo alla Maddalena in attesa di nuovi ordini.»
Alle 2,25 del 9 Settembre ‘43 la Squadra Navale comandata da Bergamini, composta da 19 Unità – comprendente la “Regia Nave Roma”, la Nave ammiraglia che aveva a bordo Bergamini stesso – salpa per raggiungere il Porto dell’isola di La Maddalena. Durante il tragitto viene però captato un radiomessaggio sulla firma dell’Armistizio. Dopo una fitta serie di messaggi con il Ministero della Marina, a Roma, Bergamini accetta a malincuore l’ordine di consegnarsi, con le sue navi, in un Porto alleato. Ma non potrà eseguirlo quest’ultimo ordine.

La Squadra Navale sarà, infatti, attaccata dall’Aviazione germanica, alle15.37 di quel 9 Settembre il Piano “Achse” dell’Alto Comando tedesco che anche gli aerei della Luttwaffe attuano disponeva, infatti, che «le navi da guerra italiane che fuggano o provino a passare dalla parte del nemico devono essere costrette a ritornare in porto o essere distrutte»). La “Roma”, la Nave ammiraglia della flotta (con 44.000 tonnellate di stazza, 37 cannoni di diverso calibro, 34 mitragliere e 1920 uomini di equipaggio, la più moderna nave della Marina italiana) è colpita da una prima bomba alle 15,50. Due minuti dopo una seconda bomba colpisce, a prua, il deposito munizioni della nave (la “Santabarbara”). Alle 16,12 la Nave ammiraglia si corica su di un fianco e in pochi minuti affonda. L’Ammiraglio Bergamini, rimasto a bordo, morirà insieme ad altri 1.292 suoi marinai, sui 1800 uomini dell’equipaggio della Nave. Alla sua Memoria è stata concessa – il 20 Dicembre 1943 – la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Il relitto della nave sarà ritrovato 69 anni dopo, il 28 Giugno del 2012, nel Golfo dell’Asinara, a circa 16 miglia dalla costa della Sardegna.


Nella foto: La Corazzata “Regia Nave Roma”, varata il 21 Aprile del 1904, affondata il 9 Settembre del 1943, dopo un attacco aereo del Luftwaffe,  l’Aviazione da guerra germanica.

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