Memoria fascista: un libro che non avremmo mai voluto leggere

Ci sono libri che, a leggerli, fanno male al cuore e all’anima. Ognuno di noi ha, certamente, i suoi. Per me, uno di questi è stato “La Notte dei Lapis”, di María Seoane e Héctor Ruiz Núñez, Editori Riuniti,1987. Prefazione di Goffredo Fofi. Si tratta della storia – nell’Argentina dei militari golpisti (24 Marzo 1976, per noi 33° Anniversario della strage nazifascista delle Cave Ardeatine) – di sette ragazze e ragazzi, tra i 16 e i 18 anni, che furono sequestrati e torturati fino alla morte. Solo uno, Pablo Diaz, si salvò e fu scarcerato dopo mesi di prigionia.

Era la risposta dell’Esercito golpista del Generale Jorge Rafael Videla ai tentativi del Movimento giovanile della sinistra, peronista, ma non solo di quella (militanti di sedici, diciassette anni) di protestare contro l’attacco armato portato alla democrazia dai militari. Un “esempio”, che doveva servire a disarmare quel Movimento. Ho preso e ripreso in mano quel libro decine di volte, senza riuscire ad arrivare alla fine. Ce l’ho fatta solo dopo avere visto il Film (“La Notte delle Matite Spezzate”) che, nel 1986, il regista argentino Hector Olivera aveva tratto dal libro.

Bene, il libro che oggi vi consiglio è uno di quei libri che, come ho scritto nel titolo di questa Nota, non avremmo voluto leggere e appena finito di leggerlo – non me ne voglia l’Autore ché non ne ha colpa – l’ho subito infilato nella mia Lista Nera. Non avrei voluto leggerlo, ma è un libro interessante e si deve leggerlo per conoscere – tutta intera – la nostra Storia degli anni dal 1943 al 1945: una Storia di fatti e di persone; una Storia che ci riguarda, anche se spesso ci fa male conoscerla. Dunque, il libro s’intitola “Il Purgatorio dei Vinti”, lo ha scritto lo Storico torinese ed ex Preside di Istituti Scolastici Superiori, Gianni Oliva e lo ha mandato in Libreria, da poco, la Mondadori.

Perché è interessante leggerlo? Perché ci racconta la realtà di quegli anni dalla parte dei fascisti (un po’ come aveva fatto – scatenando uno scandalo a sinistra – il regista ed ex Partigiano, Giuliano Montaldo con il suo film del 1961 “Tiro al Piccione”). Ma il lavoro di Oliva scava più in profondità nella ferita di quel tempo, non ancora rimarginata e ci racconta molto, iniziando dalle  storie di persone che, dopo l’8 Settembre del 1943, si schierarono con la RSI, di Mussolini, Graziani e Borghese, per un malinteso senso dell’onore e della Patria che per loro era però, al tempo della loro gioventù, prepotentemente importante onorare. E molte di queste persone – dopo il tempo della prigionia nei Campi alleati e grazie anche all’’Amnistia Togliatti’, del Giugno 1946 – saranno liberi e diverranno importanti e famosi personaggi del Giornalismo, dello Spettacolo, del Teatro e della Televisione.

Non mi riferisco qui al solo Mauro De Mauro, noto giornalista dell’ORA di Palermo (Giornale all’epoca filo PCI) fatto sparire, una sera del Settembre 1970 a Palermo, poiché si vantava pubblicamente di avere scoperto – mentre lavorava alle ricerche per la sceneggiatura del Film di Francesco Rosi, “Il Caso Mattei” (1972) – i mandanti dell’attentato che aveva causato, nell’Ottobre del 1962, la morte di Enrico Mattei – all’epoca Presidente dell’ENI ed ex Partigiano democristiano, nel cielo sopra Bascapè (Pavia). Di De Mauro, infatti, si sa che, nella Roma occupata dai nazifascisti, era stato collaboratore del Questore fascista Pietro Caruso (quello della Lista di 55 dei 335 Martiri delle Ardeatine) e poi Redattore del Giornale e Capo Ufficio Stampa della Decima MAS, di Junio Valerio Borghese (quello del fallito Golpe dell’8 Dicembre 1970; Golpe della Madonna, definito dalla Magistratura “da operetta”, ma arrivato fin dentro l’Armeria del Viminale) e ancora Agente segreto della RSI. Non ne scriverò di più – ma Oliva lo inserisce tra i saloini militanti citati nel suo libro – e su di lui chiudo, solo ricordando che l’idea, quella fascista, forcaiola e assassina dei repubblichini di Salò, non lo abbandonerà nemmeno quando dovrà battezzare le sue due figlie: la prima si chiamerà, infatti, Valeria, la seconda Junia.

Mi riferirò, invece, ad alcuni altri personaggi pubblici, di cui Oliva racconta quel pezzo di vita giovanile e per molti di voi, credo, sarà una sorpresa dolorosa scoprire i loro nomi, come lo è stata per me. Dunque, iniziamo, come si dice, dal principio di questa storia. Ma il principio che ci interessa ha inizio verso la fine della guerra (1944-1945) e parte da un Campo di Prigionia alleato, quello di Coltano (Pisa), luogo alle spalle della Tenuta – prima reale oggi Presidenziale e in parte pubblica di San Rossore – in cui soggiornarono, in condizioni non proprio idilliache, alcuni dei personaggi citati nel libro di Oliva. Il Campo era inizialmente tenuto dagli uomini della 92^ Divisione di Fanteria USA, “Buffalo” composta, in prevalenza, da soldati afroamericani, ma comandata da Ufficiali bianchi.

La Buffalo venne, ad un certo punto, sostituita a Coltano dai militari del risorto Esercito Italiano, comandati dal Colonnello Francesco Marinari. Lui e i suoi uomini si ritrovarono a “governare” su 32mila prigionieri (molti dei quali si erano consegnati agli alleati, per evitare di finire in mano ai partigiani) ammassati nel Campo e non lo fecero né in guanti bianchi, né seguendo le regole del Galateo, dettate da Monsignor Della Casa. All’arrivo degli italiani (‘I Verdoni’) i prigionieri fascisti pensarono che la situazione, per loro, sarebbe cambiata in meglio. Ma si sbagliavano.

Lo status giuridico dei militi della RSI fatti prigionieri dagli alleati

Tra le parti interessanti del lavoro di Oliva c’è quella che riguarda lo status giuridico dei militi della RSI fatti prigionieri dagli alleati. Ricordiamo, come premessa, che i militari italiani, catturati dai tedeschi dopo l’8 Settembre del 1943, non furono considerati prigionieri di guerra – da trattare ai sensi della Convenzione dell’Aja del 1907 (sul diritto bellico) e della Terza Convenzione di Ginevra del 1929, sul trattamento dei prigionieri di guerra – ma semplicemente IMI, ovvero Internati Militari Italiani poi considerati – con l’accordo di Mussolini – volontari civili, dunque sottratti a qualsivoglia norma del Diritto bellico e di quello Umanitario. Per quanto riguarda, invece, i militi della RSI le posizioni sul loro status giuridico tra Il Governo Bonomi e gli alleati divergevano nettamente.

Il Governo Bonomi considerava, infatti, i militi saloini “cittadini italiani che, per aver seguito volontariamente la Repubblica fascista o per aver risposto al suo Bando di arruolamento, hanno accettato di combattere contro lo Stato legittimo, al fianco di un nemico contro il quale lo Stato stesso era sceso in guerra e comunque avevano favorito le operazioni militari e i disegni politici di tale nemico.”. Dunque, per l’Italia co-belligerante con gli alleati, quei militari non potevano essere considerati prigionieri di guerra.

Gli alleati, invece, consideravano militi di Salò “tutti coloro che, senza limitazione di tempo luogo e organizzazione, avevano combattuto agli ordini del governo repubblicano, dopo la sua costituzione.” Di conseguenza gli alleati – anche su proposta e pressione della Croce Rossa Internazionale – decidono di considerare i militi di Salò fatti prigionieri come prigionieri di guerra e di applicare loro le norme della Convenzione dell’Aja e della Terza Convenzione di Ginevra. Tale posizione fu raggiunta dopo avere superato le resistenze dei militari britannici che temevano fortemente – e non volevano – che fosse concesso lo stesso status giuridico dei saloini ai partigiani catturati dai tedeschi, per non riconoscerli come facenti parte del ricostituito Esercito Italiano; Esercito di uno Stato considerato dagli alleati solo co-belligerante.

Ma chi c’era tra quei prigionieri? Ecco alcuni nomi: Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi, Enrico Maria Salerno, Dario Fo, Enrico Ameri, Gorni Kramer, Giorgio Albertazzi e Walter Chiari. Tutti – o quasi – catturati dagli alleati armi in pugno, chi con la divisa della Decima MAS di Borghese, chi con quella della Guardia Nazionale Repubblicana, la GNR al comando di Renato Ricci. I citati personaggi devono la loro vita nella Repubblica Italiana, (nata dalla Resistenza) alla loro resistenza alle condizioni di prigionia e all’Amnistia del Guardasigilli Palmiro Togliatti. Tant’è. Se così non fosse andata non avremmo avuto i Tognazzi e Vianello di “Un, Due e Tre”, Varietà TV cult degli anni dal 1954 al 1959, o del Film “Il Federale” di Luciano Salce e di tanti altri film e spettacoli televisivi; il Walter Chiari (all’Anagrafe Walter Annichiarico) delle molte – e chilometriche – barzellette TV (ma non solo di quelle) il Gorni Kramer, jazzista e fisarmonicista nonché inconfondibile Direttore d’Orchestra di tanti Sabati Sera in TV e l’Enrico Ameri di “Tutto il Calcio Minuto, per Minuto”, mitica trasmissione sportiva radiofonica.

Nemmeno, però, avremmo avuto l’Enrico Maria Salerno di “Le stagioni del Nostro Amore” e di “La Lunga Notte del ‘43”, film entrambi di Florestano Vancini; il Dario Fo del grammelot, del “Mistero Buffo” e di “Morte accidentale di un Anarchico” spettacoli, come decine d’altri, del Collettivo Teatrale “La Comune” e del Premio Nobel per la Letteratura 1997 e il Giorgio Albertazzi delle Novelle russe, lette in TV alle sette di sera col solo ausilio di un libo e di una sedia, con alle spalle uno sfondo incolore (quando la Televisione, ancora in bianco e nero, ci insegnava qualcosa di buono) e delle innumerevoli interpretazioni teatrali appassionanti.

Non so se tutti loro hanno rinnegato quel passato più o meno in armi. Il primo a non farlo, come ho scritto in precedenza, è stato Mauro De Mauro. Di due altri, Oliva, ci assicura di no. Il primo è Raimondo Vianello che, ad una precisa domanda sul tema, rispose, in un’intervista a Marcello Veneziani: “Non rinnego né Salò, né Sanremo”. L’altro è Walter Chiari che dal Palcoscenico degli Show televisivi spesso salutava i signori del pubblico seduti in prima fila, ma anche quelli della Decima. Mentre Tognazzi (che intratteneva gli sgherri delle Brigate Nere) e Kramer (che collaborava alla fascista Radio Tevere di Roma, insieme al Quartetto Cetra e al Trio Lescano) non sembra abbiamo mai raccontato pubblicamente di quel passato, né vi abbiamo alluso, ancorché ironicamente. Ma il silenzio, si sa, non è quasi mai segno di pentimento. (*)

Scriverà Italo Calvino, il Partigiano Santiago: “Noi, nella Storia, siamo dalla parte del riscatto, loro, invece, dall’altra. Servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia … in cui si possa non essere cattivi.” Certo parole belle e condivisibili, ma io – ancora sottosopra per quanto ho scoperto leggendo il libro di Oliva (del passato fascista di alcuni dei citati sapevo, altri sono stati una sorpresa) – non ce la faccio proprio a non essere cattivo, quando si parla di fascisti.

Qualcuno ha scritto che i giovani che – dopo l’8 Settembre del ’43 – scelsero la strada di Salò, lo fecero perché vittime dell’estrema confusione di quei momenti. Altri hanno scritto che quei giovani si sentivano depositari dell’ “amor di Patria” tradito e cercarono, con quella scelta, di perpetuare l’adesione ai valori del ventennio, con i quali erano cresciuti, e di andare alla ricerca della dannunziana “bella morte”.

Io credo, però, che una scelta diversa – anche in quelle condizioni estreme – poteva essere fatta e, in effetti, fu fatta da centinaia, migliaia di giovani che (come quelli di Coltano e di altri luoghi di prigionia come quello) in Italia e all’estero erano nati e cresciuti sotto il fascismo e che scelsero la parte giusta della Storia. Dunque, da loro abbiamo capito che c’è un’altra scelta, c’è sempre un’altra scelta possibile, basta volerla fare.

 

(*) Le tre sorelle Alexandrina, Judik e Kitty Leschan nascono in Olanda tra il 1910 e il 1919. Diventano un trio canoro famoso e sull’onda del successo, ma anche segnate dalle difficoltà derivanti dalle origini ebraiche della madre, arrivando in Italia nella seconda metà degli anni ’30, riscuotendo altrettanto successo dopo aver prudentemente cambiato il loro cognome in Lescano. L’inizio e l’avanzare della guerra fa scemare la loro popolarità, nonostante le prebende ricevute dal fascismo, anche saloino. Verso la fine del Conflitto mondiale si rintanano in Valle D’Aosta e, finita la guerra, non rinverdiranno i loro fasti canori. Le tre sorelle che avevano italianizzato i loro nomi in Caterina, Giuditta e Alessandra moriranno; prima Caterina nel 1065, poi Giuditta nel 1976 e infine Alessandra nel 1987.

Su di loro qui https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/pentagramma/ascesa-caduta-del-trio-lescano/ – un pezzo scritto da Chiara Ferrari per Patria Indipendente.

 

 

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”

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