Quartieri in giallorosso a Cinecittà

In una affollata Sala Rossa del X presentazione del libro di Alvaro Colombi
Enzo Luciani - 30 Settembre 2009

Nelle foto: 1- (da sin.) Nicola Capozza, Egidio Guarnacci, Giacomo Losi, Giuliano Prasca, Rocco Stelitano, Flavia Leuci, Fabrizio Grassetti. 2- Maria Teresa Gallo. 3- Alvaro Colombi (in piedi) con Guarnacci e Losi.

Lunedì 28 settembre 2009 in una affollata Sala Rossa del X Municipio in piazza Cinecittà in collaborazione con l’Unione Tifosi Romanisti si è svolta la presentazione del libro Quartieri in giallorosso di Alvaro Colombi (Edizioni Cofine, 2009, pp. 112, euro 12)
Oltre all’autore sono intervenuti il presidente del Comitato Pari Opportunità e Commissione Sport Flavia Leuci, l’editore Vincenzo Luciani, i giornalisti Giuliano Prasca, Nicola Capozza e Massimo Izzi, il presidente dell’UTR Fabrizio Grassetti.
La spigliata lettura di un significativo brano del libro da parte di Maria Teresa Gallo (autrice anche della bella copertina dello stesso) ha aperto la presentazione, condotta con abilità e brio da Nicola Capozza.
Dopo un saluto del presidente del Consiglio del X muncipio Rocco Stelitano che ha fatto gli onori di casa, la consigliera provinciale Flavia Leuci ha sottolineato positivamente la ricostruzione storica della vita nei quartieri di Roma ed in particolare dei quartieri del Decimo municipio.
Giuliano Prasca ha elogiato la capacità dell’autore di ricostruire, sul filo dei ricordi e con sagace concisione, un’epoca significativa della capitale e dei suoi quartieri popolari. Era quella una città più umana, più solidale, più accogliente, più vivibile, più rispettosa e più accogliente di quella attuale, devastata da una cementificazione inarrestabile, che ha sostituito le piazze con centri commerciali mentre i quartieri sono divenuti inospitali ed insicuri.
E’ seguita la testimonianza dell’ex mediano della Roma e della nazionale Egidio Guarnacci che ha confermato la veridicità del racconto di Colombi circa la sua carriera di calciatore ed al tempo stesso di studente in cerca di una laurea, che alternava il lavoro nella farmacia San Giusto al Tuscolano con l’attività di calciatore. Mentre ha precisato che la sua unica espulsione risale ad un incontro tra le nazionali B di Italia e Ungheria.
Giacomino Losi, “core de Roma” ha infiammato la sala criticando il calcio esasperato ed irruento di oggi, la mancanza di rispetto e di buona educazione. “Noi ci battevamo contro le altre squadre da avversari e non da nemici, duramente ma altrettanto lealmente. Il calcio deve ritornare una palestra istruttiva per i nostri giovani”.
Il presidente dell’UTR Fabrizio Grassetti ha invitato ad ispirarsi ai valori dello sport e del calcio indicati da Guarnacci e Losi ed agli esempi contenuti nel libro di Alvaro Colombi “un libro – ha sottolineato che va fatto conoscere alle nuove generazioni di tifosi e di appassionati giallorossi”. Ha poi dato vita ad una cerimonia in cui all’autore, ai calciatori ed ai relatori è stato consegnato un riconoscimento della sua associazione e una foto di gruppo con applauso scrosciante della sala.
Massimo Izzi in un suo breve intervento ha sottolineato come l’autore abbia saputo rileggere le memorie dei grandi quartieri e di alcune vie legate alla piccola e grande storia del club alla luce di ricordi personali e di una intensa annedotica raccolta e filtrata con cura nel corso degli anni.
L’editore Luciani ha elogiato la sobrietà, la misura e il pudore della rievocazione di un’epoca che oggi a noi appare fiabesca compiuta da Colombi, il quale ha saputo nascondere sotto traccia le sue due passioni dominanti, quella per la “Magica” (che lo accompagna fin da quando era raccattapalle all’Olimpico) e quella civile dell’impegno politico, mai venuta meno. Questo dato fa sì che il libro possa essere apprezzato anche da chi non è tifoso giallorosso.
Alvaro Colombi in conclusione ha ringraziato, commosso, tutti gli intervenuti e si è poi impegnato a stilare dediche e autografi sul suo libro (che è stato acquistato da molti) cui si sono aggiunti anche gli ambiti autografi di Guarnacci e Losi.
Per gentile concessione dell’autore riportiamo qui di seguito due brani tratti dal volume Quartieri in giallorosso.

Egidio Guarnacci un mediano in farmacia
L’ampio locale a più porte, con la sua grande insegna rossa, si trova anch’esso sulla via Tuscolana, pochi metri dall’incrocio con viale Giulio Agricola. E’ qui che vedo per la prima volta Egidio Guarnacci nella sua veste, per me inedita, di non giocatore. Il giovane che avevo sentito canticchiare negli spogliatoi, in calzoncini e maglietta, prima di entrare in campo, adesso sta lì, serissimo, nel suo bel camice bianco, dietro il lungo bancone della farmacia, intento a servire i clienti dopo aver decifrato, non senza fatica, le ricette dei suoi colleghi. Lui, l’unico giocatore italiano nella storia della Roma, insieme a Fulvio Bernardini, che sia riuscito a laurearsi giocando a pallone.
Classe 1934, scuole al Nazareno, figlio di ristoratori (suo padre ha un rinomato locale al centro), Egidio abita al quartiere Trieste. Nel medesimo stabile di Antonello, un ragazzo che studia al “Giulio Cesare”, ama la musica ed è tifosissimo della Roma.
I due ospiti del condominio, una tarda mattina di domenica, escono insieme dal portone. Loro destinazione, che si accingono a raggiungere con mezzi diversi (l’uno in macchina, l’altro in autobus), è lo stadio Olimpico. Egidio ci va per giocare, Antonello per vedere la partita. Solo quella mattina il futuro cantautore, vizi o virtù della riservatezza di un quartiere borghese, scopre che Egidio Guarnacci, giocatore della sua squadra, abita nel suo stesso palazzo.
La carriera di Egidio comincia all’età giusta, nulla a che vedere con la precocità di quei talenti che si “bruciano” presto. Quando Masetti lo porta alla Roma ha compiuto da poco i sedici anni e quando, nel 1955, debutta in prima squadra contro la Triestina ne ha ventuno.
Mediano classico, elegante, buon tocco di palla, Guarnacci disputa nove campionati con la Roma, divenendone capitano dal 1962 al 1963, giocando in totale 124 partite e segnando cinque gol.
Di lui si dice gran bene e nella nazionale olimpica, di cui è un punto fermo, insieme a Trapattoni forma una solidissima linea mediana.
Egidio vanta anche tre presenze nella nazionale maggiore e la sua esclusione tra i convocati per i mondiali del Cile, visti anche gli esiti della sfortunata spedizione “azzurra”, suscita parecchie polemiche. Una delle sue tre partite in nazionale, se ricordo bene la gara amichevole giocata a Napoli contro l’Austria, non dura però che pochi minuti. Per colpa di un ingenuo insulto rivolto all’arbitro e il cui contenuto (“Li Guarnacci sua”) viene svelato il giorno dopo dal Corriere dello sport.
La rottura del menisco, incubo di tanti altri giocatori della sua generazione, ne compromette il prosieguo della carriera. Ceduto nel 1964 alla Fiorentina, vi resta tre anni, prima di chiudere definitivamente con il calcio e dedicarsi, finalmente a tempo pieno, ai suoi studi universitari.
Presa la laurea, sotto la spinta di un padre che non ha mai smesso di stimolarlo, trova subito lavoro in farmacia, in qualità di dipendente.
Passano diversi anni prima che possa aprire, sulla via Flaminia, una farmacia tutta sua. 

Giacomino Losi, core de Roma
Gli amici mi dicono che i cinema di piazza Cavour, l’Adriano e l’Ariston, sono frequentati spesso dai giocatori della Roma. Ma non mi sarei mai aspettato, quella domenica sera, di vedere in sala, all’Adriano, Giacomo Losi e signora. Mi rimane difficile pensare che l’eroe di quel pomeriggio all’Olimpico, seduto la fila avanti alla mia, benché ami il cinema, si limiti a guardare il film senza rivivere le emozioni che gli ha riservato quella giornata straordinaria.
Il linguaggio sportivo si avvale spesso di espressioni retoriche. Parlando di Giacomo Losi, però, quel calciatore non tanto alto, dall’andatura ciondolante, acquistato dalla Cremonese per 500 mila lire, che a diciannove anni lascia Soncino (1) per tentare la fortuna nella capitale, l’uso della retorica risulta stretto, sia all’uomo che allo sportivo.
La sua prima partita con la Roma la gioca nel campionato 1954-55. Ne seguiranno altre 385 e Giacomo non conoscerà altre maglie che quella giallorossa. Solo Francesco Totti ha fatto meglio di lui quanto a presenze nella squadra capitolina. Non, finora, quanto a minuti effettivi giocati.
Giocatore tenace, grintoso, veloce, fortissimo in acrobazia e nel gioco aereo (mai visto “staccare” così un calciatore sotto il metro e settanta), implacabile nella marcatura a uomo, la sua grande dote è l’anticipo. Nella Roma gioca da centromediano, nella nazionale lo fanno giocare terzino, sulla fascia destra. Memorabile il suo duello in velocità con Francisco Gento nel corso di un’ Italia-Spagna: l’asso spagnolo, soprannominato “la galema del cantabrico” o il “gentometrista” (corre i cento metri in undici secondi) non riesce quasi mai a crossare dal fondo, sempre chiuso alla perfezione da Giacomino, un colosso, a dispetto della sua statura.
Ma la cosa più stupefacente della carriera di Giacomo Losi è legata al suo comportamento in campo: una sola ammonizione e mai una espulsione o squalifica in 386 partite! La sua unica ammonizione se la procura il 24 novembre 1968, durante l’incontro Verona – Roma, vinto dagli scaligeri per 2 a 0, per un fallo su Bui o forse Traspedini (non ricordo bene), giocatori che lo sovrastano di oltre venti centimetri. Giacomino non lo sa ma per lui quella sarà l’ultima partita della sua carriera. Herrera non lo ama, si è sempre capito, e lo dimostra mettendolo fuori squadra dopo appena otto giornate di campionato. Proprio lui, simbolo e bandiera della squadra giallorossa, “er core de Roma”, il gagliardo e generoso capitano. Losi non giocherà più e quella sua ammonizione, rimediata dopo 385 partite, sarà la prima e l’ultima della sua carriera.
Il suo rimane un record da inserire in tutti i manuali di educazione sportiva ad uso dei giovani. Un record incredibile, soprattutto se si considera che Losi è giocatore che non fa sconti a nessun avversario. La sua “cattiveria” agonistica, però, non sconfina mai nella scorrettezza plateale, nell’entrata “a far male”, né si manifesta con parole fuori le righe all’indirizzo di giocatori o arbitri. Il suo profondo rispetto per l’avversario e per le decisioni arbitrali, seppure discutibili, ne fanno uno dei giocatori di più grande lealtà sportiva che abbiano mai calcato i campi di calcio.
Concetto Lo Bello ha la fama di arbitro severo. In campo non permette confidenze ed è restio al dialogo coi giocatori ai quali, anzi, si rivolge indistintamente con il “lei”. Un’inflessibilità che cede talvolta all’autoritarismo, procurandogli le critiche della stampa e le antipatie degli addetti ai lavori. Qualcuno parla di mania di protagonismo. Forse è così, però nei riguardi di Losi l’arbitro di Siracusa ha un contegno diverso.
Me ne accorgo durante un Roma – Milan vinto dalla squadra rossonera per 1 a 0, dopo che la Roma ha dominato tutta la partita e Ghezzi salvato il risultato con parate strepitose. Lo Bello, emesso il triplice fischio non si dirige verso gli spogliatoi ma va incontro al capitano giallorosso, visibilmente contrariato, che in un gesto di stizza (l’unico che gli ho visto fare in tanti anni) scaraventa in aria i suoi parastinchi. Io, recuperati i preziosi “accessori” (veri oggetti, oggi, di antiquariato calcistico), mi trovo nei pressi. L’arbitro gli tende la mano. “Giacomino, mi dispiace
tanto, non lo meritavate, purtroppo questo è il calcio”. Per uno che non è mai andato oltre la normale e protocollare stretta di mano è il massimo dell’espansività. Veramente, di più non si può.
A Giacomo Losi, quella prima domenica di gennaio del 1961, i tifosi devono una delle partite più intense ed emozionanti mai viste all’Olimpico: Roma – Sampdoria.
Il terreno è pesante, in alcune porzioni molto fangoso, e lo sforzo dei giocatori col passare dei minuti si fa più duro. Nel secondo tempo il capitano giallorosso avverte uno strappo alla coscia destra, non ci sono sostituzioni e lui, anziché rientrare negli spogliatoi, rimane in campo spostandosi, pressoché inutilizzabile, all’ala sinistra. Quando Lojacono batte un calcio d’angolo per la Roma dalla parte della “Tevere-Sud” siamo sul 2 a 2 e mancano cinque minuti alla fine. Il pallone, tagliato, piove nell’area piccola e Losi, che si è portato al centro, sebbene claudicante, stacca più in alto di tutti, compagni e avversari, e lo butta dentro. E’ il gol vittoria: una vittoria insperata, maturata in circostanze avverse e per merito di uno stoico e combattivo capitano che ci ha sempre creduto. Sugli spalti è un tripudio. L’esultanza di qualche tifoso (“Grazie Losi, grazie Roma!”) anticipa di anni, anche nello spirito, il più bell’inno che sia mai stato scritto per una squadra di calcio.
Dopo quella partita Losi, ventisei anni, cremonese, per i tifosi giallorossi diventa “er core de Roma”, un riconoscimento eccezionale per un non romano. Lui non lo scorderà mai.


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