Report fa arrabbiare l’ex assessore Morassut

Minaccia querele e difende ad oltranza l’operato della vecchia amministrazione
di Cantachiaro - 8 Maggio 2008

L’hanno vista tre milioni di spettatori e ha fatto scalpore. La puntata di Report dedicata all’urbanistica romana è stata a suo modo l’indiretta spiegazione del perché il centrodestra di Alemanno ha conquistato il Campidoglio.

La trasmissione della brava Milena Gabanelli ha suscitato comprensibilmente la reazione indignata ma anche imbarazzata dell’ex assessore Morassut intervistato da ‘’l’Unità’’ e da ‘’la Repubblica’’.

Il principale, ma non il solo, imputato lamenta l’unilateralità della trasmissione e minaccia querele, insulta, chiamandoli incolti, alcuni urbanisti come Paolo Berdini e Vezio de Lucia intervistati da Paolo Mondani che ha curato la puntata, contesta alcune denunce come quella su Bufalotta e Ponte di Nona scaricandone la responsabilità sui precedenti amministratori che poi sono sempre quelli del tanto osannato laboratorio romano di centrosinistra al governo della città dal 1993.

Ripropone orgogliosamente i numeri del Piano regolatore: salvaguardati i due terzi del territorio, dimezzati i mc. ereditati dal vecchio Piano del ’62 ridotti da 120 milioni a 65-70 milioni, ma non spiega perché le ‘’centralità’’ sono state situate sui terreni dei privati.

Perché, per esempio, si fa una ‘’centralità’’ a Romanina su 93 ettari che il vecchio Piano destinava a servizi pubblici generali M1, a duecento metri dalla ‘’centralità’’ di Tor Vergata di 560 ettari pubblici ben avviata con l’Università, il Policlinico, la città dell Sport di Calatrava ecc. consentendo a Scarpellini, che ci dice di aver acquistato l’area nel 1990 al prezzo di 160 miliardi di vecchie lire (82 milioni di euro), una valorizzazione – così pudicamente viene oggi chiamata la rendita speculativa – di cinque sei volte senza colpo ferire.

Morassut sottolinea che con il NPRG si sono date le regole il resto è frutto del libero mercato. In un settore come quello immobiliare da sempre dominato dalla rendita speculativa appare un vero azzardo culturale prima ancora che politico parlare di mercato. Le regole hanno un senso se nella jungla ricordata dall’assessore il ‘’machete’’ dalla parte del manico ce l’ha la mano pubblica decidendo lei in quali aree edificare e che cosa edificare chiamando a concorrere su un piede di parità anche i privati. Non il contrario. Così la jungla si trasforma in mercato.

Ma nel centrosinistra romano fin dai tempi del ‘’pianificar facendo’’ di Cecchini e Rutelli, dopo il primo positivo provvedimento della ‘’variante delle certezze’’ che arginava l’espansione a macchia d’olio della città, ha prevalso una concezione urbanistica prevalentemente contrattualistica che ha inficiato anche le buone intenzioni del NPRG. Gli accordi di programma sono stati lo strumento di contrattazione con i palazzinari che hanno e stanno svuotando il Piano riducendolo ad una cornice astratta quotidianamente contraddetta da una espansione continua dominata dai moderni totem dei megacentri commerciali.

E’ vero, come dice Morassut, che la legislazione nazionale non sorregge i Comuni nel governo del territorio. La questione della speculazione originata dalla rendita urbana purtroppo non è più, come lo fu negli anni ’60, all’ordine del giorno delle forze politiche progressiste e riformiste. E’ semplicemente scomparsa dai programmi e dai dibattiti, il posto è interamente occupato dal tema della crescita senza aggettivi.

Ma questa regressione politica e culturale non giustifica ciò che è successo in questi anni. Anche i numeri complessivi che l’assessore reitera sono opinabili. Dice di aver tagliato 120 milioni di mc. ma tutto quel cemento non era un diritto naturale intoccabile garantito da diritti edificatori indiscutibili. Quei mc erano stati previsti per una città di 5 milioni di abitanti quando Roma già si attestava (censimento del 1961) sui 2 milioni e 136 mila abitanti e solo 11 mila ettari erano edificati. Oggi con 400 mila abitanti in più e con una decrescita della popolazione urbana spinta dagli alti costi delle case verso i comuni dell’hinterland anche i vittoriosi 65-70 milioni di mc ci parlano di uno sviluppo insostenibile perché consumeranno altri 11-15 mila ettari di agro romano portando l’edificato a 55 mila ettari su una superficie totale di circa 129 mila ettari.

Altro che salvaguardia dei due terzi del territorio, siamo a poco meno del 60%. Se questo non è un nuovo ‘’sacco di Roma’’ che cos’è? Qualche anno fa qualcuno paventò un’ondata cementificatoria di 50 milioni di mc, fu tacciato di terrorismo catastrofista. Oggi siamo invitati a gioire per 70 milioni di mc., 2500 palazzi in più, un’altra città come Napoli non giustificata dalla crescita demografica ma solo dalla crescita della rendita speculativa.

In questi 15 anni di ‘’modello romano’’ si poteva fare uno sforzo per costruire strumenti di governo del territorio simili a quelli di Parigi e Madrid così ben documentati da Report? Forse sì. Certo sarebbe occorsa una legge urbanistica nuova e più incisiva che il dormiente centrosinistra non è riuscito a fare non adesso ma nel quinquennio ’96-2001. Ma, innanzitutto, bisognava avere un’idea forte della trasformazione della città, l’idea che animò Cederna e Petroselli fondata sul trasferimento in periferia delle funzioni direzionali esorbitanti nel centro storico. Per riqualificare l’una e l’altro.

Bisognava fare i conti con la realtà della speculazione costruendo il Comune imprenditore che programma su terreni pubblici eventuali espansioni ridistribuendo il ricavato della rendita urbana a favore dei servizi, sottomettendo la proprietà privata alle regole e all’interesse pubblico. Si è pensato invece di contrattare con Caltagirone, Toti, Scarpellini, Ligresti, Bonifaci, Pulcini ecc. Chi sollevava obiezioni corpose è stato trattato con sufficienza, come affetto da inguaribile ideologia dirigista, inconsapevole di come va il mondo e di come si tratta con i poteri forti. E alla fine è arrivata la resa. L’idea di Cederna e Petroselli viene malinconicamente dimessa scrivendo nel Piano ratificato nel febbraio scorso nell’aula di Giulio Cesare occupata dai costruttori e con i comitati dei cittadini tenuti fuori: ‘’appare difficile immaginare uno svuotamento del centro dalle funzioni forti né tale ipotesi sarebbe auspicabile’’. Amen.

Ancora oggi l’ex assessore Morassut invita a non demonizzare i privati non riuscendo a distinguere fra imprenditori e speculatori.


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