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Rifugiati, come ci raccontano e come ci raccontiamo

E’ il titolo dell’affollata manifestazione interetnica tenuta dall’Associazione Onlus “Laboratorio53” presso l’ex casale Falchetti a Villa De Sanctis
di Nicola Capozza - 22 Giugno 2009

Immaginate un enorme muro di carta di articoli di giornale menzogneri e ostili scritti su certe testate e che dipingono i migranti come un pericolo da cui scampare o, tutto al più, come utili solo ai lavori neri o a fare gli schiavi nei cantieri e nelle campagne per poi farli sparire dai nostri occhi e dalle nostre strade.

Ora però pensate anche a mani e pugni degli stessi migranti che, dietro quel muro, bucano e fanno franare i mattoni di carta dell’incomprensione, di ostracismo, di luoghi comuni e di stereotipi xenofobi per raccontare la loro verità di rifugiati che sfuggono ai drammi del loro paese d’origine per trovare accoglienza in Italia o altrove.

E’ questa la scena che si è rappresentata domenica 21 giugno ’09 al folto pubblico sul piccolo palcoscenico della sala all’ex Casale Falchetti di viale della Primavera (Sesto Municipio) da parte di decine di migranti-attori di vari paesi, i quali, confutando da quel palco la falsa immagine che è descritta sulla stampa, hanno invece raccontato la loro reale condizione, i soprusi, le angherie e le violenze (anche morali) cui sono quotidianamente sottoposti in ogni angolo del bel paese, ma gridando anche le speranze di una vita migliore.

L’occasione della bella manifestazione (dal titolo: “Rifugiati. Come ci raccontano e come ci raccontiamo”, che ha visto nel suo sviluppo momenti ludici per i bambini, di musica etnica dell’orchestra Brawssmati e di assaggi di piatti tipici ivoriani e bengalesi cucinati sotto la direzione della cuoca Habiba della Costa d’Avorio, è stata la celebrazione della giornata mondiale del Rifugiato. A organizzarla nei minimi dettagli ci ha pensato l’Associazione ONLUS “Laboratorio53” (Presidente: Monica Serrano) che si occupa appunto di assistenza e accoglienza dei migranti e la cui sede è a Tor Pignattara.

Entriamo nel luogo dell’evento. Un bel casale che lambisce un’arteria importante del quartiere Villa De Sanctis. Ci sentiamo subito in un luogo ospitale: un vero melting- pot di persone, lingue, colori, razze e visi sorridenti che si abbracciano e si baciano tra i viali verdi di accesso al casale, o tra i tavoli e le sedie dei locali interni.

Fotografie, articoli di giornale che (s)parlano dei rifugiati, aquiloni colorati per i bambini presenti, libri (uno in particolare: “Stranieri. 53 minuti di filosofia”, edizioni Homo Legens, di Monica Serrano) e locandine sulle attività dell’Associazione, fanno da cornice alle pareti o sui tavoli esposti ai presenti.

In cucina fervono i preparativi della cena a sottoscrizione, gli odori inconfondibili delle spezie sono beneauguranti sul successo finale della manifestazione.

Il menu, esposto al pubblico all’ingresso, d’altronde lo conferma: cous-cous ivoriano con verdure e pollo, riso pulao con crema di verdure, lenticchie rosse e zenzero”.

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Ma vediamo come s’è svolto lo spettacolo sul palcoscenico-teatro, il “core business” dell’evento.

Dopo l’abbattimento del muro di carta degli articoli di giornale di cui abbiamo parlato all’inizio, diamo finalmente voce agli attori dopo aver infranto quel velo pietoso di pregiudizi.

“Molti sanno chi sono i rifugiati, ma nessuno ci ha mai parlato ed ascoltato”, “Siamo clandestini per forza, perché non ci fanno esercitare neppure un diritto universale come quello di chiedere asilo politico e di rifugiato”, “Cerco un lavoro qualsiasi, badante, donna di pulizie, colf ”, “Il padrone mi dice: o così o niente. Io rispondo: niente, non ci sto a fare lo schiavo”, “Sono stato prigioniero in Libia e ho dovuto nascondermi per non essere sottoposto a violenze”, “Sono afgano, sono fuggito perché lì la vita è impossibile. Preferisco la libertà ai soldi”.

Sono queste alcune delle denunce e delle parole che escono dal cuore e dalla testa dei protagonisti della festa. Diventati, sul palcoscenico allestito da “Laboratorio53”, veri “giornalisti” d’assalto e di contro-informazione per abbattere il muro razzista.

Il finale dello spettacolino poi non poteva che essere di gioia e di speranza: canti, danze e intrecci di mani e di abbracci fra gli attori-migranti per simulare quel virtuale abbraccio globale tra tutti i diversi del genere umano che resta l’unica soluzione ai conflitti sociali ed etnici.

Info: www.laboratorio53.it, info@laboratorio53.it  


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