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Rom e Sinti, una casa per ricominciare

Un piano abitativo efficace come primo passo per l'integrazione delle minoranze nomadi
di Emiliana Costa - 26 Giugno 2009

Basterebbe una casa, piccola dignitosa e pulita. Uno di quegli alloggi popolari che i comuni mettono a disposizione delle famiglie meno agiate. Oppure un edificio dismesso, da poter ristrutturare secondo i propri usi e costumi. Basterebbe solo questo, un piano abitativo efficace, come primo passo per l’integrazione delle comunità rom e sinti in Italia.

Sono circa 170mila i rom e sinti che abitano lungo lo Stivale, di cui due terzi italiani. La parte straniera proviene prevalentemente dalla Romania e dai Balcani. Cifre poco rilevanti se comparate a quelle di Spagna e Bulgaria, dove le comunità superano le 800mila presenze.
Il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso ha più volte bacchettato l’Italia per non aver richiesto i fondi destinati all’integrazione degli stranieri. Fondi che potrebbero servire alla costruzione di alloggi dignitosi per le minoranze nomadi. Come avviene già in molte parti d’Europa. “Il campo come soluzione residenziale per rom e sinti è un’aberrazione, in tedesco si dice lager. La segregazione abitativa è la madre di tutti i disastri”, commenta Tana de Zulueta, giornalista ed ex parlamentare della Sinistra arcobaleno.

Il 30 maggio 2008 il governo Berlusconi ha emanato tre ordinanze in relazione agli insediamenti nomadi. Oltre al censimento, queste prevedevano misure d’integrazione dirette in modo particolare ai minori. Ma a più di un anno di distanza sono ancora tante le comunità che vivono in campi di fortuna, senza acqua o luce elettrica. Fuori dal centro della città, lontani da scuole e posti di lavoro.
“In un solo campo, quello di Castel Romano sulla via Pontina, cento famiglie di rom hanno riempito i moduli per l’accesso alle case popolari. Alla fine non le hanno ottenute. Ma è chiara la loro aspirazione a vivere in appartamenti, perché è così che vivevano prima di arrivare in Italia”, spiega Marco Brazzoduro, docente di Politica sociale presso l’Università La Sapienza di Roma.

Accanto al piano casa, Massimo Converso, responsabile di Opera Nomadi, auspica lo sviluppo di un programma di avviamento al lavoro. Anche attraverso il potenziamento di attività già svolte da rom e sinti, come il riciclaggio del ferro.
Resta irrisolta la questione del riconoscimento giuridico delle comunità nomadi. Nonostante la legge del ‘93 che sancisce la tutela delle minoranze linguistiche.

Mentre si consuma lo scontro tra il Governo e le associazioni che tutelano i diritti di rom e sinti, continuano implacabili gli sgomberi. Accompagnati spesso da episodi di violenza nei confronti di nomadi, costretti a guardare la città dalle sbarre di un cancello, sotto stretta sorveglianza.

 

 


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