Roma alle Olimpiadi del 2020. La politica dei grandi eventi

Grande accordo bipartisan a sostegno della candidatura. Le occasioni mancate per risolvere i problemi della città
di Aldo Pirone - 2 Febbraio 2010

Wilma Rudolph, la nera "gazzella volante" statunitense, 3 ori; Cassius Clay e Nino Benvenuti, oro nel pugilato; Livio Berruti vincitore dei 200 m.; Maspes e Gaiardoni dominatori del ciclismo su pista; i fratelli Raimondo e Piero D’Inzeo oro e argento nell’ippica. E poi l’etiope Abebe Bikila che, quasi nemesi storica, vince a piedi scalzi la maratona tagliando il traguardo proprio sull’ex via dell’Impero, oggi Fori imperiali, voluta da Mussolini per celebrare i fasti coloniali del regime. Per chi ha avuto la ventura di respirare in quel magico agosto-settembre del 1960 l’aria delle Olimpiadi a Roma non può dimenticarne l’intensa emozione.
Furono le ultime senza sponsor, senza doping, senza l’invasione malsana del denaro veicolato dal "mercato" anche nello sport. Le ultime di atleti dilettanti, chiuse rigorosamente al professionismo sportivo. Furono anche le prime trasmesse integralmente dalla TV.
L’evento dette al mondo l’immagine di una città e di una Nazione in pieno boom economico, ormai risorta dalla tragedia della guerra e che appena due mesi prima aveva schiacciato nelle piazze al caro prezzo di nove morti il tentativo nostalgico-autoritario del governo Tambroni.
Le Olimpiadi di Roma furono attraversate anche dal vento benefico della "distensione" internazionale, un allentamento della "guerra fredda" nucleare tra Est ed Ovest, tra Unione sovietica e Stati Uniti. I Giochi olimpici, da sempre simbolo di pace, parvero rappresentare al meglio l’aspirazione alla concordia e alla fratellanza del momento.

Quando si prospetta la candidatura dell’urbe a una nuova edizione delle Olimpiadi chi può, ricordando quelle emozioni, dire di no?

Ci provò il sindaco Rutelli a ricanditare la nostra città per le Olimpiadi del 2004, fummo battuti da Atene. Oggi ci riprova, con un forte accordo bipartisan, il Sindaco Alemanno con il pieno sostegno di Provincia e Regione. La mozione di candidatura, proposta in Consiglio comunale non a caso sempre da Rutelli, è stata approvata all’unanimità.
Ma se il cittadino comune pensa essenzialmente alla bellezza dell’evento e anche alle occasioni di lavoro, i costruttori e gli imprenditori pensano anche e soprattutto agli affari. Niente di male per carità. Il punto è che gli amministratori di questa città sembrano ormai affidare la soluzione dei suoi problemi strutturali ai grandi eventi. E’ una filosofia che finora non ha prodotto granché. Infatti succede sempre che "passata la festa gabbato lo santo". E’ stato così anche nel ’60. Era ancora caldo il braciere della fiaccola olimpica che alle prime piogge autunnali si aprirono le voragini sulla via Olimpica una delle grandi opere realizzate per l’occasione. Scoppiò il consueto scandalo sui cosiddetti "pali d’oro" a sostegno della grande arteria. Seguito da quello ancor più pingue del nuovo aeroporto di Fiumicino. Dopo qualche anno fu la volta del velodromo all’Eur, recentemente disintegrato dalla dinamite, che cedette rimanendo inerte monumento all’insipienza amministrativa dell’epoca. Ci guadagnammo utilmente, invece, il palazzo e il palazzetto dello sport, lo stadio del nuoto e le abitazioni del "villaggio olimpico" date ai senza casa. Ma i grandi problemi dell’espansione urbanistica disordinata di Roma rimasero intatti, anzi si aggravarono.

Arrivarono, trent’anni dopo, i Mondiali di calcio, sindaco Carraro. Una montagna di soldi vennero spesi e tangentati. A dirigere il programma lavori, come al solito in forte ritardo, fu chiamato niente meno che il deus ex machina della Ferrari Luca di Montezemolo. Anche qui dopo le "notti magiche" ci risvegliammo senza la coppa, senza grandi opere infrastrutturali e con alcune cattedrali inutilizzate. La stazione FS di Vigna Clara, costata 81 miliardi di vecchie lire, aperta solo per una ventina di giorni e poi chiusa e abbandonata al degrado. E il grande terminal di Ostiense mai utilizzato.

Anche con il Giubileo rutelliano non è andata meglio per non dire dei recenti Mondiali di nuoto – quelli precedenti del ’94 sempre a Roma non avevano lasciato segno se non quello del doping – bagnati abbondantemente da ritardi, opere non finite come la città dello sport a Tor Vergata (già spesi 200 milioni), piscine e costruzioni abusive a pioggia su cui, come al solito, sono scoppiati scandali ed è arrivata la magistratura.

Per cui fa un po’ senso risentire oggi il solito coro imprenditorial-costruttivo diretto dal Presidente degli industriali romani Aurelio Regina che magnifica le Olimpiadi del 2020 come occasione per "modernizzare" la città e creare posti di lavoro. Una modernizzazione che coincide soprattutto con nuovi stradoni. Dal corridoio Roma-Latina al secondo GRA. Si dicono industriali ma l’unica industria che lor signori conoscono è quella dell’asfalto e del cemento

Per assicurare le Olimpiadi del 2020 alla città eterna e a se stessi i lauti appalti sono già all’opera schiere di promoters e grandi firme del mondo economico e finanziario. Poi, se ci aggiudicheremo i Giochi, c’è da giurarci, arriveranno i commissari straordinari per finire in tempo le opere messe in cantiere, i cui costi lieviteranno in proporzione al ritardo. Infine, dopo la festa, se per quell’epoca ci sarà ancora una magistratura indipendente, arriveranno anche le indagini, le incriminazioni e gli scandali.
Quel che rattrista è vedere l’intera classe politica e amministrativa romana, dominante non dirigente, di destra, di centro e di sinistra, tutta piegata da tempo a risolvere i problemi dell’urbe invocando i grandi eventi, con relativa abbuffata di lavori in gran parte inutili alle vere e perpetue necessità della città. Che sono quelle della sua trasformazione strutturale e sostenibilità ambientale e non di una continua espansione, che sono quelle della "cura del ferro" nel campo del trasporto pubblico, della riqualificazione, insieme, del centro storico e delle periferie, di una crescita economica e industriale moderna, separata da quella della rendita speculativa e del mattone.
Una politica di questa natura, forte, determinata e continua nel tempo sarebbe, questa sì, meritevole per chi l’attuasse di medaglia d’oro olimpica.


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