‘Sotto lo stesso cielo’

Intervista con il giovane autore di Cinecittà, Christian Bergi. Il suo primo libro ha già venduto 1500 copie
di Vittorio Di Guilmi - 31 Agosto 2009

A soli tre mesi dalla sua uscita nelle librerie, “Sotto lo stesso cielo”, primo romanzo di Christian Bergamo (pseudonimo Christian Bergi) edito da Fermento, ha già fatto registrare un notevole successo di vendite. Lui è uno scrittore emergente del panorama capitolino, giramondo incallito e animatore nei villaggi turistici. Nato nel quartiere di Cinecittà ventiquattro anni fa, è laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università di Roma Tor Vergata, dove studia Editoria e Giornalismo. Noi di “Abitare a Roma” siamo andati ad incontrarlo.

D: Benvenuto Christian. Parliamo subito di numeri, visto che possiamo permettercelo. A tre mesi dalla sua uscita, il tuo romanzo ha già venduto qualcosa come 1500 copie. Ti aspettavi un così grande successo, considerando anche che sei alla tua prima esperienza?  

No, assolutamente non me l’aspettavo. È un risultato grandioso, ma più che per le cifre delle vendite (ormai siamo vicini alla ristampa), direi che la soddisfazione più grande sia il feedback dei lettori che mi danno la loro impressione per e-mail o tramite commenti e recensioni rilasciate nei vari siti internet. È una gioia immensa sapere di essere stato apprezzato, e che soprattutto si stia avviando un processo di passaparola.

D: “Sotto lo stesso cielo”: com’è nata l’idea di questo libro? Ci sono spunti autobiografici? Raccontaci qualche aneddoto sulla stesura del romanzo. 

L’idea di “Sotto lo stesso cielo” è nata nei prati di Hampstead, a Londra, dove mi trovavo per un viaggio-esperienza che mi potesse far staccare la spina da una quotidianità che ormai mi stava stretta. Sono partito da solo e sono rimasto quasi otto mesi, durante i quali ho scritto questo romanzo, con un portatile agonizzante che avevo comprato prima di partire a meno di cento euro. Scrivevo ovunque mi capitava: nei bar con la mia tazza di thè (per immergermi completamente nello stile inglese), nei prati (quando il tempo lo permetteva), e in casa (luci spente, pavimento di moquette, candele, musica anglosassone e un bel bicchiere di vino rosso. Il massimo direi!).
La trama all’inizio non era proprio questa, poi man mano che proseguivo nella stesura si andavano intrecciando situazioni e fatti di cui neanche io ero a conoscenza. Diciamo che ho vissuto l’esperienza dello scrivere con la sorpresa, i dubbi e l’emozione di un lettore. Spunti autobiografici naturalmente ci sono, soprattutto in Kiko, però ho voluto prendere le distanze dalla storia, raccontando vicende e personaggi che, nella maggior parte dei casi, non avevano mai avuto a che fare con la mia vita. È stato più stimolante. Non è una casualità se i protagonisti (nonché voci narranti) sono un uomo di cinquant’anni e una ragazza adolescente.
L’aneddoto che mi rimarrà sempre impresso, è stato quando, durante una delle presentazioni nelle librerie, un uomo (distinto, posato, elegante) si è avvicinato, mi ha dato la mano per complimentarsi, ha cominciato a parlare di quanto quella storia assomigliasse alla sua situazione, e poi è crollato in un pianto che mi ha lasciato senza parole. Il potere di un libro l’ho capito solo in quel momento.

D: Tra le pagine del romanzo si rincorrono storie legate al destino, al viaggio e agli incontri fortuiti, oltre al rapporto genitori-figli nella delicata fase adolescenziale.
Nel libro, capitolo dopo capitolo, fai passare la penna ai tuoi personaggi ogni volta secondo il loro punto di vista.
Ti senti di dare un consiglio ai genitori ed uno ai figli, nella cosiddetta età complicata?
 

La sorpresa più grande in questi mesi è stata ricevere giudizi proprio dai genitori. Cioè, descrivere le sensazioni di un figlio è stato molto più semplice per me (anche se nel caso del romanzo si tratta di un personaggio femminile), la difficoltà era entrare nella testa di un adulto, di un padre, di una madre… con tutti i loro problemi, le preoccupazioni e i rimpianti per una giovinezza passata. Non so cosa si prova a cinquant’anni, ma ho tentato di immaginarlo, e devo ammettere che esserci riuscito (almeno secondo qualcuno) è un orgoglio. Forse perché, nella vita, cerco sempre di mettermi nei panni degli altri.
Consigli? Beh, ad entrambi…genitori e figli…: parlate! Non tenetevi tutto dentro. Parlando si risolvono molte cose e si alleggeriscono i magoni sullo stomaco. 

D: Domanda di rito. Perché un lettore dovrebbe acquistare il tuo libro? 

Adotta Abitare A

Risposta di rito. Per riflettere sulla propria vita e imparare dalla vita degli altri. O solo, per puro, semplice, intrattenimento, come diceva Massimo Troisi riguardo i suoi film. 

D: Il tuo rapporto con la lettura. Cosa leggi nel tuo tempo libero? Quando scrivi ti ispiri a qualche scrittore in particolare? 

Leggo soprattutto romanzi, vecchi e nuovi. Anche i best seller per capire perché alcuni romanzi e autori sono sempre in cima alle classifiche. Spesso non trovo una spiegazione. Gli autori ai quali mi ispiro sono Hesse, De Carlo, Safran Foer e Fabio Volo, o almeno quelli che mi piace maggiormente leggere. Amo anche la poesia e sto cercando di instaurare un buon rapporto con i classici.  

D: Sei uno scrittore emergente, quindi hai potuto conoscere il mondo di una casa editrice. Sei anche uno studente di Editoria e Giornalismo presso l’Università di Roma Tor Vergata. Lo stato di salute dell’editoria italiana non è ottimale e in Italia si legge pochissimo, se solo ci confrontiamo con i nostri colleghi europei.
Secondo te, cosa manca effettivamente all’editoria di casa nostra e cosa si potrebbe fare per incoraggiare lettura?
 

Nonostante gli studi universitari (puramente teorici), solo con questo romanzo sono entrato veramente in contatto con il mondo dell’editoria, e devo ammettere che è proprio un bel casino. Pensavo che l’avere scritto un libro fosse stata già un’impresa alquanto proibitiva. Poi mi sono accorto di quanto è difficile farsi pubblicare, perché la maggior parte delle case editrici non vuole scommettere sui nuovi autori. Ci ho messo quasi un anno e pensavo che il più fosse fatto. Macché! Promuovere un libro è ancora più complicato, farsi largo tra i best seller e i grandi colossi dell’editoria è una missione impossibile. Ho capito che nessuno si sarebbe accorto di Bergi, se Bergi non ci avesse messo la faccia, quindi ho cominciato a diffondere “Sotto lo stesso cielo” con iniziative personali, e soprattutto con i vari firma-copie nelle grandi catene librarie. È proprio questo, secondo il mio modesto parere, l’incentivo alla lettura: il cliente viene a contatto con l’autore e consigliato, qualora lo volesse, alla lettura (calcolando che la stragrande maggioranza delle persone entra in libreria senza un’idea precisa sull’acquisto), e l’autore emergente riesce a farsi conoscere. Naturalmente un altro importante incentivo è l’abbassamento dei prezzi. In Italia, come per il mercato discografico, non abbiamo ancora ben capito che la cultura deve essere accessibile a tutti.  

 D: Progetti per il futuro. Dove vuole arrivare Christian Bergi? 

Christian Bergi vuole continuare a scrivere. Era il suo sogno e ora dovrà dargli lo spessore che merita. Ora mi hanno dato la possibilità, ho una casa editrice che crede in me e un timido ma convinto pubblico di lettori, quindi sta a me giocarmela bene. Non ho più alibi. Questo autunno mi trasferirò in Andalusia, in cerca di ispirazioni. Magari i viaggi mi portano fortuna! 

D: “Abitare a Roma” è un periodico che si preoccupa spesso delle problematiche della periferia capitolina. Tu sei nato e cresciuto nel quartiere di Cinecittà. Che rapporto hai con il tuo quartiere e secondo te quali sono i problemi che maggiormente tormentano la periferia romana oggi? 

Il mio quartiere è notevolmente cambiato dagli anni dalla mia infanzia ad oggi. E lo dico con una vena nostalgica. Mi riferisco soprattutto ai luoghi di aggregazione per gli adolescenti che sinceramente non hanno niente a che fare con quelli di un tempo. Ma questa è colpa dei quartieri o della nuova generazione? Boh, non lo so… e non voglio fare neanche la parte dell’anziano che si lamenta dei giovani sulla panchina!
Le cose positive sono l’intensa opera di restauro a cui stanno lavorando (da un bel po’ di tempo ormai…) per una rimodernizzazione di Cinecittà, con parchi, asili, case di riposo, bar e piazze. Sono ottime iniziative. Ciò che non condivido è la presenza di alcune bande di pseudo-delinquenti che non aiutano di certo questo tentativo di rivalutazione del quartiere. Penso ad esempio, all’incendio appiccato per “motivi di rivalsa” ad un intero palazzo, con conseguente sgombro di un centinaio di famiglie. Questo è senza dubbio, inammissibile. 

In bocca al lupo Christian Bergi!


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti