Violenza in casa alle donne. E’ ora che i panni sporchi (di sangue) non si lavino più in famiglia

Dibattito pubblico tra i residenti di Settecamini e gli esperti promosso dall’Associazione Culturale “Ritorno in Formazione”.
di Nicola Capozza - 2 Giugno 2008

Altro che “l’altra metà del cielo”. Per le tre milioni (forse più) di donne che hanno subito violenze fisiche, sessuali e psicologiche da parte del maschio si tratta al contrario di un vero e proprio inferno.

Ma è soprattutto un inferno alimentato in questo caso da fiamme amiche. Perché consumato, nella maggior parte dei casi (92%), nel silenzio e nella vergogna delle mura domestiche. Si, gli uomini- torturatori delle donne sono gli stessi che girano nelle comuni stanze di casa. Casa che, invece, dovrebbe assicurare alle mogli o conviventi (e ai loro bimbi, altro capitolo doloroso) la protezione e gli affetti dei propri cari.

Non è detto, però, che in questo caso possa fare scuola il vecchio detto che ancora imperversa: “i panni sporchi (in questo caso, di sangue) si lavano in famiglia”.

Le donne di Settecamini (5° Municipio), perlomeno quelle che hanno partecipato al dibattito del 30 maggio u.s. promosso dall’Associazione Culturale “Ritorno in Formazione” (tel. 3290607208), non sono affatto d’accordo che la donna debba portarsi con vergogna sul corpo i lividi del pestaggio del marito o del convivente senza, appunto, trovare la forza di lavare quei panni sporchi nelle stazioni di Polizia o nei Centri Antiviolenza del Comune di Roma (tel.: 0623269049). Centri che, lo ricordiamo, offrono pure assistenza legale gratuita alle malcapitate e, in alcuni casi, mettono loro a disposizione anche un domicilio più sicuro, lontano dal loro ex uomo.

I progressi della società civile, è stato denunciato dai convenuti al convegno, e la stessa evoluzione dei costumi che hanno visto le stesse donne protagoniste, ormai non sopportano più il dilagare di questo odioso e umiliante fenomeno che è diventato una vera emergenza sociale. Ma le mura di casa e quelle rappresentate da una esasperata concezione di “difesa della privacy” offrono ancora oggi una iniqua protezione ai violenti.

I dati statistici delle fonti più autorevoli (Istat, Amnesty International), infatti, sono ormai concordi: i carnefici delle donne sono per il 70% gli stessi mariti, partner, fidanzati, o gli ex di queste figure.

Se poi aggiungiamo a questo spaccato di vita (si fa per dire) domestica anche i familiari e gli amici, allora ne traiamo un quadro completo agghiacciante del Bel Paese.

Altro che l’idilliaco e irreale ritratto della famiglia targato “Mulino Bianco” della pubblicità televisiva della Barilla”! Lo stupratore e il picchiatore delle donne è per più delle volte quello che mangia o ha mangiato al sacro desco familiare (merendine a parte).

Non c’è però un identikit particolare del colpevole. Il pugno pesante e la violenza dello stupratore sono quelli del ricco come del povero o quelli del laureato come dell’analfabeta.

Numeri e casistiche drammatici che, d’altronde, sono stati confermati anche dai relatori dell’incontro di Settecamini: Nicola Capozza (giornalista, sociologo) e Luigia Barone (avvocato, responsabile del Centro Antiviolenza del Comune di Roma).

In particolare, quest’ultima, ha ricordato il grande lavoro che svolgono in rete centinaia di donne volontarie in tutta Italia per ascoltare il dolore, spesso soffocato dalla paura e dalla vergogna, di molte sventurate perseguitate per colpa dei maschi. Solo a Roma, nel 2007, ai Centri antiviolenza si sono rivolte 700 donne.

Luigia barone ha anche raccontato al pubblico attento la storia vera di Angela, una giovane pugliese che ha lottato contro il marito-usurpatore. La sua storia potrebbe però essere quella di molte altre donne vessate (vi consigliamo, a questo proposito, di andare a vedere in questi giorni “Racconti da Stoccolma”, un film-verità sugli argomenti che stiamo proprio trattando).

Inizia, ecco la storia di Angela, in sintesi, con una scenata di gelosia del marito, che si trasforma in seguito in un ossessivo controllo ai suoi danni. Controllo che finisce per gelosia per impedirle persino di lavorare, rendendola così dipendente economicamente da lui.

Poi partono i primi schiaffi (“per troppo amore”, si giustifica il maschio), in seguito i ceffoni aumentano, magari dietro frasi di scusa (“lo sai che in fondo sei la donna della mia vita”). A questo punto però il danno diventa irreparabile. Anche i rapporti sessuali divengono costrittivi per la moglie (stupri legali). Angela vive nella solitudine il suo dramma, perché non è neppure facile trovare comprensione in una certa società, compresa in quella dello stesso carabiniere che deve stilare la eventuale denuncia.

Finalmente però Angela trova la forza di rivolgersi al Centro Antiviolenza e riesce a fuggire dal marito. La storia non finisce qui, perché il marito continua a perseguitarla con azioni deplorevoli, non escludendo nemmeno nella sua folle vendetta di colpire perfino i familiari della moglie.

Ora Angela, qui finisce veramente la triste storia, vive in anonimato in un luogo sicuro, coi proventi finanziari di mantenimento che un giudice di tribunale ha imposto al carnefice, al quale è stato anche impedito di vedere i suoi figli.

Perché c’è oggi da noi tanta violenza contro le donne?

A questa domanda ha cercato di rispondere il sociologo nella sua relazione introduttiva al dibattito.

Una prima spiegazione è che oggi i vincoli familiari sono di norma carichi di una forte emotività, in cui si mescolano amore e odio (ha ricordato per questo il conflitto freudiano di pulsione di vita e quella di morte che sottostà allo stesso concetto di evoluzione della civiltà del genere umano).

All’interno della famiglia, ha poi continuato Capozza, una notevole dose di violenza viene in pratica tollerata, e anche approvata, addirittura da circa la metà delle donne vessate.

Ma forse è la seconda spiegazione, a detta del sociologo, quella che più di tutte offre una analisi più compiuta del triste fenomeno, ed è questa.

La società post-industriale espone l’individuo a più insicurezza. Oggi ci si sente (sono parole del relatore) più soli e indifesi, perché sono saltate le regole scritte e soprattutto quelle non scritte. In ogni caso, le regole oggi sono mutevoli e meno rigide. C’è più spazio di conseguenza alla libertà dei soggetti. Gli stessi legami sono “liquidi”. Ciò, ha concluso Capozza, favorisce anche l’emancipazione della donna. Ma, ecco il punto, “destabilizza il potere dell’uomo, il quale reagisce per questo contro la donna per riprendersi il possesso e il controllo di qualcosa che sta inesorabilmente perdendo”.

Per concludere, ricordando l’ammonimento che ci pone Edgar Morin (sociologo francese), che tra “barbarie e civiltà” c’è una stretta contiguità di circostanze e di situazioni storiche e culturali apparentemente distanti, ci sembra che il fenomeno della violenza alle donne confermi che la presunta collocazione della nostra “civiltà” occidentale all’apice del mondo non debba lasciarci per nulla tranquilli sul possibile epilogo della “barbarie” ai danni dell’ “altra metà del cielo”.


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