28 ottobre 1922: cosa fu la Marcia su Roma

98 anni ecco come ebbe inizio della dittatura fascista in Italia
di Luciano Di Pietrantonio - 28 Ottobre 2020

Sono passati 98 anni da quelle convulse giornate, di fine ottobre del 1922, che segnarono una rottura traumatica con la prassi e la legalità costituzionale dell’epoca.

Nel nostro paese la fonte della legalità e del diritto era lo Statuto Albertino, nato nel 1848 per governare lo Stato Piemontese, nel 1861 venne esteso a tutto il nuovo Regno d’Italia, con le modifiche apportate da Cavour, ove il Governo doveva rispondere delle proprie responsabilità al Parlamento, formato in maniera atipica rispetto ad oggi, perché il Senato era rappresentato da membri nominati a vita dal Re, e da una Camera dei Deputati, la cui legge elettorale veniva appositamente emanata, di volta in volta, in quanto non era prevista nello Statuto.

La marcia su Roma del 28 ottobre 1922, è l’evento che sancisce l’ascesa al potere del Partito Nazionale Fascista (PNF). Più che di un evento, si dovrebbe parlare di una serie di eventi, svoltisi tra il 27 ed il 31 ottobre del 1922, che portarono a capo del governo del Regno d’Italia, il partito fascista.

Come era la situazione nel nostro paese all’inizio degli anni venti?

Il censimento del 1921 fornisce alcuni dati: gli italiani sono circa 39 milioni, che un uomo su quattro è analfabeta totale, mentre tra le donne una su tre è in questa condizione; la popolazione attiva è il 47%, così suddivisa: in agricoltura è il 55%, nell’industria il 25% e il rimanete 20% in altre attività, compresa la Pubblica Amministrazione.
Le città più popolose sono: Napoli con 772 mila abitanti, Milano con 718 mila, Roma con 691 mila e Torino con 502 mila; la rete ferroviaria dello Stato è di 16.300 km, e sono in circolazione circa 34 mila automobili.
La condizione carceraria, negli istituti di pena registra: 43.758 detenuti in custodia cautelare e 12.213 in esecuzione di pena.

In questo contesto si manifestava la fragilità e la debolezza dello Stato liberale, usurato da grandi contrasti politici, nel Parlamento e nelle città.
Governi inadeguati a gestire le conseguenze della ricostruzione postbellica, le situazioni di disagio sociale: dalla disoccupazione alla povertà, da lotte dei lavoratori per condizioni più umane, ai milioni di ex combattenti senza lavoro, che esprimevano non solo rabbia, ma scontento e avversione per una sorta di “vittoria mutilata”, secondo l’espressione di Gabriele D’Annunzio. Tutto questo perché l’Italia non era stata risarcita, con compensi territoriali, secondo il Patto di Londra dalle potenze dell’Intesa, cioè dei vincitori del primo conflitto mondiale, e tale fatto assunse le dimensioni di un vero e proprio “mito politico”, costituendo una delle basi ideologiche che portarono alla nascita del fascismo.

Non fu un caso che dalla fine della Grande Guerra (4 novembre 1918) alla Marcia su Roma (28 ottobre 1922), si susseguirono quattro Governi, con quattro Presidenti del Consiglio diversi: Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Saverio Nitti, Ivanoe Bonomi e Luigi Facta, che causarono forte instabilità politica, creando continui vuoti di potere, e soprattutto malcontento, mancanza di ordine e incertezza nella società italiana.

Mussolini a Napoli

Nei mesi precedenti la Marcia, il fascismo si trovava in una crisi: stava perdendo popolarità, le squadre d’azione fasciste si comportavano sempre di testa loro e toglievano al partito quell’aspetto borghese che Mussolini aveva cercato di imprimergli.
Quattro giorni prima della marcia, il 24 ottobre, a Napoli si tenne una grandiosa adunata di camicie nere che doveva servire da prova generale, confluirono 60 mila fascisti che sfilarono per ore nella città e Mussolini tenne due discorsi: uno al teatro San Carlo alla Napoli benpensante e uno in piazza ai suoi uomini.

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La sera vennero stabilite le direttive per la marcia: il piano prevedeva un quadrunvirato composto da Balbo, De Bono, De Vecchi, e Bianchi che insediato a Perugia avrebbe assunto i poteri nella notte tra il 26 e il 27 ottobre, a questo doveva seguire una mobilitazione delle squadre fasciste nei due giorni successivi, che avrebbero occupato gli uffici pubblici, le stazioni, le centrali telegrafiche e quelle telefoniche. Subito dopo le squadre sarebbero confluite a Tivoli, Monterotondo e Santa Marinella per poi entrare nella capitale.

Il Capo del Governo Facta, il 26 ottobre, informato da Salandra che i fascisti volevano le sue dimissioni, pensò che Mussolini potesse governare al suo fianco e fece dimettere tutti i ministri con facoltà di riconfermarli o sostituirli con fascisti ed informò il Re consigliandogli il suo ritorno a Roma. Facta continuava a sperare, il 27 ottobre, in un accordo con Mussolini e a fare e disfare governi, le squadre di Cremona, Pisa e Firenze erano già in azione e alle prime notizie incontrò il re Vittorio Emanuele III, ipotizzando lo stato d’assedio. Il re non era favorevole a questa eventualità rifiutandosi di deliberare sotto la pressione dei moschetti fascisti.

Nella notte, tra il 27 e il 28, Facta fu svegliato per essere informato che le colonne delle squadre fasciste erano in marcia, sui treni che avevano assaltato.

I fascisti erano completamente disorganizzati sapevano solo che dovevano recarsi a Roma, erano 26 mila.
Le direttive del Governo erano chiare: fermare le colonne fasciste a debita distanza dalla Capitale, le interruzioni ferroviarie scattate a Orte, Civitavecchia, Segni, Avezzano impedirono l’accesso a Roma, come tutti i ponti lungo il Tevere furono saldamente presidiati, tutto ciò senza l’uso della forza.

La mattina del 28 ottobre, alle 6 del mattino, si riunì il Consiglio dei Ministri che decise di proclamare lo stato d’assedio. Subito dopo Facta si recò al Quirinale per far firmare il proclama, ma il Re si rifiutò di accettare la proposta e disse:

“Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d’assedio c’è la guerra civile. Ora qualcuno si deve sacrificare.”

Facta capì benissimo le sue parole e si dimise, il Re avviò la normale procedura delle consultazioni.

Mussolini intanto stava a Milano, veniva costantemente informato della situazione romana, dai suoi Quadrunviri, e da lì giocava la partita con assoluta freddezza, perché sapeva bene che i suoi uomini erano si una minaccia ma non credeva, giustamente, alla loro forza militare.

Il 29 ottobre, a mezzogiorno, un telegramma del generale Cittadini comunicava a Mussolini che doveva “conferire con Sua Maestà il Re”. La sera egli partì in treno per Roma.

Il giorno successivo Mussolini parlò per un’ora con il Re, promettendogli di formare un nuovo governo con molte personalità non fasciste entro la sera.

Alle 18 presentò il governo e solo dopo aver varato l’esecutivo si ricordò delle sue camicie nere che nel frattempo attendevano ordini dai suoi Quadrunviri, che ne sapevano quanto loro.

Ricevettero l’ordine di marciare la sera del 30 ottobre, quando già Mussolini si apprestava a tenere la sua prima riunione di gabinetto. Giunsero a Roma con ogni mezzo, e da 30 mila che erano per strada divennero oltre 70 mila. Ci furono incidenti e scontri con gli operai al quartiere San Lorenzo, con morti e feriti, ma Mussolini che temeva figuracce e soprattutto perdita di prestigio, impartì alla polizia l’ordine di evitare qualunque tumulto.

Il 31 ottobre, sfilarono sotto il Quirinale per oltre 6 ore, davanti al Re, a Mussolini, e alle alte cariche del Regno. Poi su ordine di Mussolini i marciatori furono rispediti alle loro sedi di origine, la rivoluzione fascista era finita o, come ebbe a dire più tardi Idro Montanelli, non era mai cominciata.

Il 16 novembre il governo ricevette la fiducia alla Camera con 316 voti favorevoli e 116 contrari, e nelle comunicazioni il Capo del governo affermò:

“Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli, potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.”

Mussolini si era presentato. In capo a tre anni il fascismo sarebbe divenuto regime, con le restrizioni vessatorie della dittatura e la perdita dei diritti fondamentali garantiti dalla libertà.

Dopo 22 anni il Gran Consiglio del Fascismo lo sfiduciò, era il 25 luglio 1943.

In Europa il fascismo fece scuola: con Hitler in Germania, Franco in Spagna e Salazar in Portogallo, con le conseguenze che determinarono la Seconda Guerra mondiale.

Ecco perché, a 98 anni dalla Marcia su Roma, è importante ricordare che cosa è accaduto, in quel contesto storico e politico, per evitare che simili situazioni possano ripetersi, oggi, in forme diverse.


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