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Censis: l’Italia è appiattita e priva di vigore

Presentato a Roma il 44° Rapporto sulla situazione sociale del Paese

Un’Italia appiattita, apatica, priva di desiderio, non perché soddisfatta di quello che è riuscita a realizzare ma per una sorta di indifferenza, disinteresse e svogliatezza. E soprattutto un’ Italia con poco spessore e poco vigore. Questo il ritratto dello stivale emerso dal 44° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, realizzato dal Censis e presentato lo scorso 3 dicembre. Un’analisi approfondita e accurata che il Centro Studi Investimenti Sociali compie da oltre quarant’anni, per rintracciare e offrire le chiavi di lettura dei cambiamenti e dell’evoluzione della società italiana.

Il 2010, a conclusione di un decennio che aveva già dato qualche avvertimento, ha portato ad una società «che ha minori ambizioni e meno voglia di realizzarsi» dice il direttore generale del Censis Giuseppe Roma. L’appiattimento e la fragilità di cui si parla nel rapporto sarebbero sia individuali che collettivi. Mentre, infatti, in passato l’Italia sembrava, secondo gli analisti, essere diventata la patria dell’individualismo, che cresceva grazie all’estro, l’ingegno e l’impegno dei singoli, oggi questa formula sembra ormai aver dato tutti i suoi frutti e ora quello stesso individualismo, a cui tanto e in tanti avevano auspicato, sta andando alla deriva, sta portando ad una frammentazione estrema della società, che la lascia spaesata, senza più una direzione e senza un obiettivo da raggiungere. Ripartire dal singolo; ritrovare e stimolare le responsabilità personali e la vitalità del Paese: questi dunque gli antidoti, secondo Roma, per combattere l’assuefazione e l’apatia da cui l’Italia sembra affetta.

Sintomi più evidenti e riscontrabili sono un’impresa che perde in specializzazione, nonostante l’Italia resti il 5° paese per l’impresa manifatturiera e sia ancora tra i primi 10 Paesi esportatori; il disinvestimento individuale dal lavoro, per cui «l’iniziativa autonoma dei lavoratori – dichiara Roma – è diminuita; c’è molta meno gente che vuole rischiare e molta più gente scoraggiata».

Scoraggiati, ma anche svogliati, lo sono pure i giovani che non considerano più il lavoro come il principale veicolo per la propria realizzazione, a causa delle scarse opportunità, della scarsa preparazione e, non ultimo, dell’insofferenza per un sistema che premia non il più meritevole ma il più furbo. «Due milioni e duecento mila giovani – dice ancora il Direttore Generale – non studiano né lavorano»; il 20% è rappresentato da casalinghe, gli altri invece, attendono o si disinteressano del tutto.
Secondo il rapporto Censis, la disaffezione verso il lavoro come fonte di realizzazione personale e la svogliatezza degli italiani emergerebbe poi anche nella proliferazione di beni e prodotti da cui però, proprio per l’eccessiva e variegata offerta, non si è più attratti. «Non c’è più la Lambretta che tira» continua Roma, per dire come manchino oggi i motivi, i beni, come è stata la Lambretta appunto, che invoglino a lavorare, per risparmiare e poi acquistare.

Giuseppe De Rita, Presidente del Censis, si è soffermato poi, nel corso delle presentazione dei risultati del rapporto, sul carattere sociale, e non solo economico, della crisi da cui si dice stiamo uscendo e a cui si è resistito nei mesi più drammatici. Il dato più allarmante, anche secondo il suo punto di vista, è infatti la mancanza di spessore che porta alla mancanza di vigore. «Non interessa – dice De Rita – lo sviluppo sociale ma soltanto la propria dimensione personale».
Concorde con le parole di Giuseppe Roma sull’eccessiva soggettività della società italiana, De Rita aggiunge: «l’Italia vive del primato dell’individuo e Berlusconi è l’icona del soggettivismo». Insieme a questo il processo di orizzontalità, per cui «il crescente policentrismo dei soggetti e dei poteri –si legge nel rapporto – è andato in voluta controtendenza», stanno provocando il declino del modello sociale italiano.

La direzione da imboccare è dunque quella, secondo il Censis, di un rilancio della legge, «che serve sempre meno e conta sempre meno» dice De Rita, e del senso profondo dello Stato e della sua funzione; ma anche la strada che esorti gli italiani a tornare a desiderare perché «solo il desiderio ti fa uscire da te stesso e ti rimette in rapporto con l’altro». Un rapporto questo che stimola la mente e il corpo, l’azione, la competizione, la conoscenza e quindi la crescita, non soltanto dell’individuo ma soprattutto del Paese.

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