

Approvata la norma che impone di destinare la quota maggioritaria degli ex cinema ad attività culturali e sociali
Non più supermercati pronti a colonizzare le vecchie gallerie, né palazzine di lusso edificate sulle ceneri delle platee che hanno fatto la storia del cinema italiano.
Nel bel mezzo della delicata discussione in Aula Giulio Cesare sulle nuove Norme Tecniche di Attuazione (Nta) del Piano Regolatore, il Campidoglio cala una carta destinata a ridisegnare il futuro culturale e urbanistico di Roma: uno “scudo” normativo per proteggere i cinema dismessi dall’assalto della speculazione edilizia.
La regola d’oro introdotta dalla riforma è tanto semplice quanto drastica: chiunque decida di rilevare un ex cinema per cambiarne la destinazione d’uso dovrà garantire che almeno il 70% della superficie continui a ospitare attività culturali, sociali o ricreative.
Solo il restante 30% potrà essere sacrificato per usi commerciali o direzionali compatibili. Un netto cambio di rotta che manda in soffitta i regolamenti fermi al 2008, rimasti incompiuti per quasi vent’anni.
L’assessore all’Urbanistica, Maurizio Veloccia, ha difeso con forza questa impostazione, definendola uno dei pilastri della nuova visione di città della Giunta Gualtieri.
L’obiettivo dichiarato è arrestare quella silenziosa emorragia che, da Trastevere a Montesacro, ha spento decine di proiettori rionali negli ultimi vent’anni, impoverendo la vita sociale dei quartieri.
La mossa del Comune trova il plauso convinto di Valerio Carocci, presidente della Fondazione Piccolo America e “anima” dei Cinema in Piazza, da anni baluardo della resistenza cinematografica romana:
«Mantenere un vincolo così alto è un segnale politico enorme. Impedisce che contenitori nati per la socialità vengano interamente privatizzati o trasformati in scatole commerciali senza anima, garantendo che rimangano spazi aperti alla città e ai suoi abitanti».

Nonostante il clima di generale intesa sulle nuove regole, nell’aria dell’aula consiliare aleggia ancora l’ombra pesante del Cinema Metropolitan di via del Corso.
La trasformazione dell’ex multisala del centro storico — resa possibile da un discusso Accordo di Programma tra Comune e Regione — resta una ferita aperta per le associazioni e i residenti del centro.
Sul punto, l’assessore Veloccia ha voluto lanciare un messaggio rassicurante e perentorio: il Metropolitan non farà giurisprudenza. È stato e rimarrà un «caso isolato», un’eccezione nata in un altro contesto politico che le nuove regole puntano proprio a rendere impossibile per il futuro.
Una linea condivisa anche dall’assessore alla Cultura, Massimiliano Smeriglio, deciso a escludere qualsiasi ipotesi di liberalizzazione selvaggia per i vecchi schermi.
Ma le rassicurazioni del Campidoglio non bastano a placare la battaglia legale. Carocci ricorda infatti che sul destino del Metropolitan pende ancora un ricorso amministrativo al Tar, promosso da cittadini e associazioni (tra cui lo stesso Piccolo America), recentemente integrato dopo il via libera definitivo dell’Assemblea Capitolina.
La tutela delle sale cinematografiche è però solo la prima tappa di un percorso di rigenerazione urbana ben più ampio.
Per le realtà territoriali, il banco di prova della coerenza della Giunta si sposterà presto su altre grandi incompiute romane, a partire dall’immensa area degli ex Mercati Generali di via Ostiense.
Il dibattito sulle Nta proseguirà nei prossimi giorni in Aula Giulio Cesare. Tra emendamenti e scontri politici, si gioca una partita decisiva: stabilire se Roma sia pronta a scommettere sul proprio patrimonio storico e culturale per difendere la propria identità dall’omologazione del cemento.
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