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Norimberga, di James Vanderbilt: evento storico, dramma psicologico

E spettacolo cinematografico di alto livello

Il Cinecircolo romano ha iniziato la nuova stagione 2026/27 offrendo ai suoi numerosi soci, nella sala del cinema Caravaggio, uno spettacolo di notevole qualità.

Mi riferisco al film Norimberga (Nuremberg), diretto dall’esperto e navigato James Vanderbilt e tratto dal saggio storico Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai.

Dico subito che il film si muove su un terreno di buona fedeltà di fondo alla vicenda storica, pur concedendosi alcune licenze narrative e drammatiche, tipiche dell’arte cinematografica e funzionali al miglior risultato possibile sul piano spettacolare.

Al centro della storia narrata troviamo il rapporto ambiguo, e dialettico nello stesso tempo (una sorta di duello mentale, tra la sfida e la manipolazione reciproca), tra lo psichiatra dell’esercito statunitense Douglas Kelley (interpretato da Rami Malek) e il gerarca nazista Hermann Göring (interpretato da un “enorme” Russell Crowe), numero due del regime fondato da Adolf Hitler.

Un “duello” che rispecchia fedelmente ciò che gli storici e lo stesso autore del libro hanno ricostruito. Göring, infatti, cercò realmente di usare i colloqui con i medici, e in particolare con Kelley, per mantenere il controllo sugli altri imputati (erano in ventidue i gerarchi alla sbarra degli imputati) e prepararsi così alla difesa nel primo dei grandi processi di Norimberga. 

L’altro aspetto che emerge nettamente da tutto il film è rappresentato dall’indagine sulla “normalità del male” (oppure, citando Hannah Arendt: sulla Banalità del male); il film mette in evidenza l’ossessione di Kelley nel cercare una patologia comune nei gerarchi nazisti, arrivando alla storica conclusione che non erano “pazzi” clinici, ma individui sani, opportunisti e terribilmente normali nella loro adesione al crimine.

La rappresentazione dei fatti e dell’atmosfera, così come la ricostruzione della città di Norimberga semidistrutta dai bombardamenti, è molto accurata. Lo stesso dicasi del contesto storico-giudiziario nel quale gli Alleati stabilirono, di comune accordo, che fosse necessario celebrare un processo, sulla base di precisi atti di accusa (attentato alla pace, crimini contro l’umanità, genocidio, ecc.) e mediante l’uso e la proiezione in aula di autentici filmati d’archivio dei campi di concentramento e di sterminio nonché attraverso una gran mole di documenti e di testimonianze.

La finalità era costituita dalla necessità che tutto il mondo fosse informato sulle atrocità commesse dai nazisti. Su questo piano, che potremmo definire più propriamente giuridico-politico, emerge un altro rapporto di natura dialettica: quello che contrappone il grande accusatore, il procuratore e grande giurista statunitense Robert H. Jackson (interpretato da Michael Shannon) e, di nuovo, lo stesso Göring, del quale Russell Crowe riproduce non solo l’imponente e strabordante fisicità, ma anche i tratti caratteriali: arrogante spavalderia, l’intelligenza tagliente e il carisma manipolatorio con cui il celebre attore veste i panni di Göring corrispondono esattamente ai resoconti dei testimoni oculari dell’epoca.

Accennavo sopra alle “licenze” che il regista si assume rispetto alla realtà storica. Esse riguardano: innanzitutto i tempi e la presenza di Kelley. Per dare maggiore coesione narrativa e chiusura al film, il regista dilata la presenza drammatica di Kelley a stretto contatto con i momenti clou del dibattimento. Nella realtà, lo psichiatra lasciò la Germania prima della celebre e turbolenta testimonianza di Göring, sottoposto ad uno stringente interrogatorio dal giudice Jackson, del marzo 1946.

In secondo luogo la sintesi (o la compressione) drammaturgica: molti incontri, colloqui e scontri verbali sono stati condensati o riadattati per mantenere alto il ritmo da thriller psicologico/giudiziario, fondendo in poche ore dinamiche ed eventi che nella realtà si svilupparono in molti mesi.

E comunque il film, pur non essendo un documentario didascalico, risulta un’opera interpretativa di alto livello. Come ha confermato lo stesso storico Jack El-Hai, le modifiche apportate servono a drammatizzare la vicenda ma non tradiscono mai la verità storica e morale di ciò che accadde dietro le quinte del processo.   

Al processo di Norimberga (1946), pur celebrandosi davanti ad un imponente tribunale internazionale composto da giudici e pubblici ministeri di diverse nazioni, emersero, su tutte le altre, le figure, carismatiche e simboliche, del principale accusatore, Robert Jackson, rappresentante per eccellenza dell’accusa e della giustizia (il polo “positivo”) da un lato, e il principale imputato, Hermann Göring, braccio destro di Hitler e volto del nazismo (il polo “negativo”) dall’altro. 

Il primo, Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, fu nominato dal presidente Harry S. Truman come Procuratore Capo degli Stati Uniti per il processo di Norimberga. Egli fu il principale ideatore e architetto legale del processo, insistendo fin da subito affinché i gerarchi nazisti non fossero giustiziati sommariamente (come inizialmente ipotizzato da alcune potenze alleate), ma sottoposti a un regolare processo basato sul diritto internazionale, all’ampliamento del quale, sul piano normativo, diede un contributo importantissimo.

Jackson aprì il dibattito con un celebre e potentissimo discorso d’accusa (“I torti che cerchiamo di condannare ed etichettare sono stati così calcolati, così maligni e così devastanti che la civiltà non può tollerare che vengano ignorati, perché non sopravviverebbe a un loro ripetersi“). Il suo operato pose le basi storiche e giuridiche moderne per il concetto di “crimini contro l’umanità” e per la tutela dei diritti umani a livello internazionale.

Il secondo, Hermann Göring, era Maresciallo del Reich, successore designato di Adolf Hitler, fondatore della Gestapo e comandante della Luftwaffe (l’aviazione militare tedesca). A seguito del suicidio di Hitler e Himmler, Göring fu il più alto in grado tra i gerarchi nazisti sopravvissuti e processati. In tale veste egli assunse immediatamente il ruolo di leader e portavoce degli altri imputati, tentando di giustificare l’ideologia nazista e le azioni del regime con un atteggiamento sprezzante e di sfida verso il tribunale.

Fu riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa (crimini di guerra, crimini contro l’umanità e cospirazione) e condannato a morte per impiccagione, riuscendo tuttavia a suicidarsi in cella la notte prima dell’esecuzione ingerendo una capsula di cianuro procuratagli da un soldato americano di guardia alla prigione in cui era detenuto.

Nel film, così come nel processo, il momento clou, più drammatico e di maggiore difficoltà per il procuratore Robert Jackson, si svolse proprio durante il famoso controinterrogatorio di Hermann Göring (marzo 1946). Sebbene Jackson fosse un giurista di straordinario talento, quel faccia a faccia si trasformò in una specie di trappola dialettica per l’accusa, e ciò a causa della strategia astuta adottata da Göring. Egli si presentò al banco dei testimoni lucido, disintossicato dalla morfina e fermamente deciso a usare il processo come una tribuna politica.

Invece di subire passivamente le domande, rispondeva in modo prolisso, argomentato e spavaldo, a volte anche sarcastico, ribaltando spesso la prospettiva: riuscì a mostrarsi non come un imputato debole, ma come il vero “difensore della patria tedesca”, mettendo in ombra gli altri gerarchi considerati pavidi.   

Jackson era abituato ai processi di stampo anglosassone (common law), basati su domande incisive e “chiuse” (spesso a risposta secca sì/no), pensate per inchiodare il testimone.

Göring, sfruttando la complessità delle sue risposte, aggirava continuamente i blocchi di Jackson. Visibilmente irritato dalla lunghezza delle repliche, Jackson perse la pazienza e chiese formalmente al presidente della Corte (il giudice britannico Geoffrey Lawrence) di imporre a Göring risposte brevi.

Ma il presidente del Tribunale respinse la richiesta del Procuratore, concedendo così a Göring la possibilità di continuare a dominare la scena. Dovette così intervenire, in aiuto a Jackson, il collega britannico dell’accusa, Sir David Maxwell Fyfe, il quale, adottando un approccio metodico, freddo e basato esclusivamente sui documenti cartacei firmati da Göring (senza lasciarsi trascinare in duelli oratori), riuscì a demolire la credibilità del gerarca nazista. Nonostante la performance abile di Göring, infatti, le prove schiaccianti dei suoi crimini portarono inevitabilmente alla sua condanna a morte. 

Douglas Kelley, lo psichiatra che aveva stretto con Göring quel controverso rapporto di reciproca “stima e amicizia”, uscì dall’esperienza del processo gravemente provato: fu innanzitutto la constatazione della “normalità” di Göring e degli altri gerarchi nazisti, a minare la sua psiche, tanto è vero che, dopo aver scritto un libro nel quale sosteneva che un’esperienza simile a quella della Germania nazista poteva concretizzarsi anche negli USA, e dopo il clamoroso flop del suo libro, boicottato dalle autorità USA, egli si suicidò nel 1958.  

Tuttavia, a distanza di decenni, la figura di Kelley, anche a seguito degli ultimi sviluppi ed esiti della politica statunitense, che ha decretato la “sospensione” del diritto internazionale qualora alcune sue norme siano ritenute in contrasto con i superiori interessi degli USA, tende ad essere rivalutata.

Due parole conclusive sul film di Vanderbilt: ci troviamo di fronte ad un’opera che, pur non rinunciando allo spettacolo (nonostante la sua lunghezza, ben 148 minuti, lo spettatore è tenuto in costante tensione emotiva) – e ciò grazie anche all’impiego di ottimi interpreti, primo tra tutti lo smisurato Russell Crowe – esso non smarrisce il suo carattere prevalentemente didattico.

Il suo intento dichiarato è quello di richiamare alla memoria una pagina gloriosa della storia del diritto internazionale, quella rappresentata dall’introduzione di una normativa tendente a dare una regolamentazione a quell’evento tragico costituito dalla guerra e a salvaguardare, in una certa misura, un simulacro di “umanità” anche in situazioni distruttive nelle quali a soffrire il peso maggiore del conflitto sono le popolazioni civili.

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