Fnac Roma: dal marchio etico trozkista al ‘glamour’ di Gucci

Sono 312 i dipendenti sparsi negli 8 negozi Fnac Italia che hanno già perso il lavoro e altrettanti col fiato sospeso
di Concetta Di Lunardo - 24 Febbraio 2013

Sono 312 i dipendenti sparsi negli 8 negozi Fnac Italia che hanno già perso il lavoro e altrettanti col fiato sospeso. La grande catena francese di distribuzione che unisce la biglietteria per gli spettacoli alla vendita di prodotti culturali e di alta tecnologia, chiude i battenti anche nel centro commerciale più transitato d’Italia di Porta di Roma in IV Municipio, con una cinquantina di cassintegrati escluso l’indotto di vigilanza, bar, pulizie.

L’azienda, negli anni, stretta tra il martello sociologico e l’incudine economica, se da un lato, ha incentivato l’accesso alla cultura, dall’altro, ha ridotto l’offerta, incrementando del 70% il fatturato in prodotti tecnologici.

Siamo lontani anni luce dalla logica dal primo negozio in Boulevard Sébastopol, quando nel lontano 1954 in pochi metri quadri, due militanti trozkisti Max Théret e André Essel, ponevano le basi del trentennio glorioso di una multinazionale che conta. Con una filosofia di sviluppo che attraversa un’idea di commercio etico differente che declina presente e passato in un mix di cultura e tecnologia.

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Ricordiamo che Fnac internazionale francese nasceva come associazione di appassionati di fotografia, passione che ha trovato un assetto commerciale con la produzione di mostre di grandi fotografi, promozione di nuovi talenti e varie edizioni del premio annuale: “Attenzione Talento Fotografico Fnac”.

Le cose cambiano nel 1996 quando Fnac diventa una Società per Azioni con un azionista unico del gruppo Pinault-Printemps-Redoute (Ppr) che opera nel settore grande distribuzione.

E’ al via la fase espansiva con 145 punti vendita nel mondo e filiali in Francia, Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Brasile, Grecia, Svizzera, Marocco e Taiwan. Il sito ufficiale sponsorizza Fnac con: «la vendita di prodotti editoriali e tecnologici, sempre accompagnata da professionalità, passione e competenza, e una vivace programmazione di eventi culturali e artistici. Per queste sue caratteristiche la Fnac non è solo un negozio, ma un vero e proprio luogo di incontro in città, in cui tutti hanno l’opportunità e la libertà di cercare, curiosare e sperimentare liberamente, e di aggiornarsi su tutto ciò che è cultura e tecnologia».

Ventimila dipendenti e tre milioni di aderenti ad un marchio attento a stili di vita e modelli di consumo prodotti autonomamente o indotti dall’industria culturale.
Una multinazionale che chiude il 2011 con 12,2 miliardi di fatturato, 1,6 miliardi di risultato operativo ricorrente, 1,1 miliardi di utile netto e qualcosa come 47 mila dipendenti.

E’ François Pinault che al volgere del millennio, opera la trasformazione dell’impresa-faro dell’economia mutualistica di sinistra, in un prodotto di successo di concentrazione capitalistica. Strutturando l’impresa familiare come una multinazionale in un momento storico in cui le politiche della precarizzazione accompagnano la modernizzazione.

Vincono le politiche aggressive che richiede il mercato: «centralizzazione degli acquisti, concentrazione sui soli “prodotti” ad alto potenziale di vendita, produzione snella, strategie aggressive contro le piccole etichette e i piccoli editori».
E’ così che Fnac con gli anni, posizionando il suo marchio oltre il perimetro naturale, ne sperimenta il fallimento.

C’è ancora una fascia di clientela che acquista Fnac e si considera radical-chic, ignara che tutto il resto serve solo da vetrina, una vernice culturale in cui restano imbrigliati un bel po’ di lavoratori di livello medio alto, selezionati per l’azione culturale, e vittime della cultura del profitto.
Sono i cassintegrati di Porta di Roma di età compresa tra i 30-40 anni, con un profilo professionale medio-alto e punte d’eccellenza nelle prestazioni, molti sono laureati con master o dottorato.

Assunti e inquadrati dall’azienda con contratto nazionale del commercio a tempo indeterminato, la retribuzione media per i full time di IV-III- II livello, oscilla tra i 1.000 e 1.200 euro, sforano i 2.000 euro gli stipendi dei quadro (direttori).

Ora son tutti cassintegrati e nel quadrante nord est di Roma dove c’era la Fnac, ora c’è un finto muro di carton gesso, dietro il quale sono sepolti i sogni e il futuro di circa 50 impiegati della catena francese che tra un po’ entrerà nei ricordi degli italiani. Quel muro nasconde le domande senza risposte che per un anno i dipendenti hanno rivolto al gruppo a cui apparteneva: quel muro sembra la metafora delle non risposte del gruppo Pinault-Printemps-Redoute

Ma come si è arrivati alla chiusura e alla crisi?

Ppr tempestivamente mette in liquidazione il ramo italiano di Fnac e i commissari liquidatori, lo scorso dicembre chiudono un accordo preliminare di vendita con il gruppo Orlando Italy Management, il fondo di investimento italiano che risana aziende in crisi.

Cosa accade nei dettagli?

Tutto inizia con un comunicato di Fnac France del 13/01/2012, quando il colosso del lusso Ppr, che ha sede Oltralpe, decide di disfarsene per concentrarsi sui marchi prestigiosi e per clientela vip, lasciando nell’incertezza i 600 dipendenti delle sue librerie italiane in perdita.

Non si intravedono possibilità se non vendere o chiudere gli store. Seguono scioperi e mobilitazioni da Roma a Milano. Con il risultato che a ridosso delle vendite di Natale, il 27 novembre 2012 l’azienda convoca i sindacalisti e tranquillizza i lavoratori con l’accordo firmato Orlando Italy.

«E’ passato poco più di un anno dal giorno in cui fu diramato quel comunicato che spiegava che in Italia non c’erano più i presupposti per continuare gli affari –racconta Daniela Bolognetti, 38 anni, responsabile Fnac comunicazione – azienda in perdita da tredici anni ovvero dall’approdo in Italia. Il mercato della tecnologia, del disco e del libro è in crisi, bisogna ristrutturare l’azienda entro fine anno Queste le motivazioni per le quali c’è bisogno di una nuova strategia che salvaguardi anche i lavoratori. Belle parole che sollecitano ottimismo nei seicento dipendenti sparsi negli 8 negozi in tutta Italia. Si aspetta l’azione. Passano i mesi e Ppr continua a investire in altri settori, nel lusso, perché il lusso non va mai in crisi».

Intanto ai dipendenti Fnac viene chiesto di continuare a lavorare a fidelizzare clienti, promozioni per i soci, eventi al Forum con qualche taglio di spese, ma tutto resta immutato. Si susseguono i “rumors” sulla cessione o la dismissione dell’azienda e i lavoratori Fnac si mobilitano, scendono in piazza. A settembre alla terza edizione della “Vogue Fashion Night Out”, a Miano un centinaio di persone, provenienti dagli 8 megastore manifesta pacificamente sotto lo slogan: «Fnac fashion night mare», «Il lavoro per noi è un lusso». Un paio di irruzioni all’interno del negozio Gucci di Milano con l’intento di colpire Henry-François Pinault, patron di Ppr, magnate della moda e presunto filantropo. E’ lui a decidere che sia giunto il momento di cambiare “asset” ai suoi investimenti e puntare sul mercato del lusso. Nulla alla richiesta di certezze, rispondono con prime pagine patinate sull’impero Ppr (Gucci, Balenciaga, Bottega Veneta, Yves San Laurent).

Un anno di lotte a Fnac Roma nell’incertezza del domani, due le serrate, diverse le incursioni bonarie all’amministratore delegato e finalmente a novembre la notizia: Fnac Italia è stata venduta a un fondo di investimento, la Orlando Italy management.

Nel giro di una notte la Spa diventa Srl, ma è solo un cambio di ragione sociale dovuto agli eventi, così viene spiegato.

Si torna a lavorare nelle Fnac per il Natale, con la speranza di farcela, ma spente le luci festive arriva la notizia della ristrutturazione: Fnac Italia Srl ha nominato un liquidatore, Matteo Rossini che porterà l’azienda a un concordato preventivo prima della vera cessione a Orlando Italy che ha già in mente la strategia aziendale.
Enrico Calligari, sindacalista Cigl, cassintegrato racconta : «benchè si sottolinei come dato positivo la prosecuzione delle attività e quindi il mantenimento dei livelli occupazionali almeno fino all’insediamento della nuova proprietà, capimmo che c’era altro da salvaguardare. Eravamo avviliti da quel clima di precarietà, senza certezze, con silenzio insopportabile, senza date né riscontri nonostante i nostri scioperi e le nostre proteste, quando ci convocarono a novembre per informarci dell’accordo con il Fondo Orlando. Non vollero parlarci di mantenimento di livelli occupazionali nè tantomeno di concordato preventivo e liquidazione, cose che apprendemmo ai primi di Gennaio da Internet, il tutto evidentemente per salvaguardare le vendite natalizie».
Le menti stanche da un anno di precarietà vacillano, ma un barlume di ragione fa subodorare che la fine è vicina. Ed è così che, il 22 gennaio, il dottor Matteo Rossini, il liquidatore emana la sentenza: atto I chiusura immediata dei 3 centri commerciali e dell’e-commerce con riduzione del personale di sede e dei negozi di centro, mediante cassa integrazione a rotazione. Una doccia gelata. Non c’è sindacato che tenga, la sentenza è definitiva.
Passano pochi giorni e l’11 febbraio calano le saracinesche su Torino Le Gru e Firenze, il 13 tocca a Fnac Roma. A casa da subito 312 persone, tutti i dipendenti dei tre negozi, la direzione marketing e comunicazione, i responsabili e gli assistenti comunicazione dei negozi di centro città. Nessuna comunicazione preventiva ai soci e clienti. Per i restanti negozi un piano di ristrutturazione che sa di sconfitta, ovvero diventeranno degli shopping shop, corner affittati da brand della tecnologia che tendenzialmente introdurranno loro dipendenti a discapito dei vecchi, niente più eventi, niente più cultura.

In tutto questo i sindacati che ruolo hanno avuto?

Sembra non ci sia stato contraddittorio, il tutto è avvolto in un alone di mistero, ad oggi chi ha chiuso i negozi non sa quando e se gli parte la cassa straordinaria, se può scegliere la mobilità, se può avere un incentivo all’esodo.

I nuovi proprietari parlano di tre mesi di prova per il rilancio del business, chi è nell’ambiente sa che tre mesi sono nulla. E poi? Il dubbio è che fra tre mesi ci sia una dichiarazione di fallimento che convenga a chi di dovere, magari dopo aver lasciato che gli spazi diventino di altrui proprietà. E i dipendenti? Si troveranno ad aspettare che i tribunali diano via libera per il recupero del Tfr.

Veniamo ai centri commerciali già chiusi e allo store di Porta di Roma di cui restano – chissà per quanto – solo le indicazioni nel centro. Rossini, il liquidatore, ha incontrato la proprietà con i sindacati per sincerarsi che questi intervengano con i futuri gestori affinchè assorbano parte del personale. Allo stesso tempo fa sapere che gli affitti saranno pagati per altri tre mesi per assicurare la continuità prima dei nuovi “inquilini”.

«In tutta questa storia c’è del marcio- incalza Daniela Bolognetti- ma lo scopriremo solo tra tre mesi, intanto PPR e Pinault se la ridono, hanno fatto carne da macello dei dipendenti, si sono presi gioco dei sindacati, della stampa, persino dei politici (sindaci, assessorati e anche Cofferati ha presentato una interrogazione al parlamento europeo). Da questa brutta storia ne sono usciti puliti e sempre più glamour, proprio come un completo Gucci».
E se la crisi fosse un alibi? Calligari, il sindacalista di Porte di Roma, tenta di scorgerne i germi:

«Penso che, rispetto alle dichiarazioni ufficiali, dire che i negozi nei centri commerciali andassero male, almeno per quel che riguarda il negozio di Roma, è una forzatura e andrebbe contestualizzata (da noi i reparti editoriali ad esempio andavano discretamente bene). Inoltre fino a 2 anni fa (non 10 o 5 anni fa) era prevista l’apertura di15 nuovi negozi, di cui uno a Roma nel centro storico, almeno così si vociferava. Oggi questa mossa avrebbe salvato alcuni dei nostri posti di lavoro, forse.
In realtà il vero disinvestimento reale noi lo vediamo dal 2009.

Noi abbiamo percepito che da quella data i negozi erano stati abbandonati. Era cambiata la tipologia di rifornimento, con la centralizzazione di acquisti e vendite, non era possibile fare gli assortimenti secondo le esigenze di consumo del territorio, circostanza che ci penalizzava molto. Fnac veniva meno a due aspetti su cui aveva puntato: personale e riassortimento. Dal 2010 accade che la carta “soci fnac” raddoppia e arriva a 25 euro, si susseguono continui errori di stock, per più di un anno non abbiamo un direttore, insomma capivamo un certo disordine. Non è una data a caso. Nel 2009 la catena sfiorò il risultato operativo, ovvero il pareggio di bilancio. Non ci riuscì e arrivò la notizia che il gruppo PPR aveva deciso di vendere la Fnac (tutta, Fnac Mondo) prima possibile per dedicarsi esclusivamente al lusso. A questa situazione si aggiunse la crisi. Non a caso, fu a tutti chiaro il tempismo del comunicato di Gennaio 2012, appena pochi mesi dopo quell’agosto 2011 in cui l’Italia traballò pericolosamente sui mercati finanziari. Fnac infatti fu una delle prime grandi aziende ad uscire dalla Grecia prima che ci fosse il tracollo. Aveva pochi negozi in franchising di recente apertura, eppure non ci pensò due volte appena subodorò qualcosa scappò. Credo sia utile capire che tipo di azienda è Fnac, o meglio il gruppo Ppr cui appartiene. Hanno tagliato i rami secchi- Grecia e Italia- e hanno scorporato Fnac dai bilanci della multinazionale per quotarla in borsa a maggio di quest’anno». 


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