HIV e Epatite C: preoccupa il sommerso

Molte persone non sanno di essere infette e diffondono il virus
di Patrizia Miracco - 11 Maggio 2012

 

A trent’anni dalla scoperta del virus, la situazione è notevolmente cambiata, i sieropositivi non muoiono più di malattia grazie ai nuovi farmaci. Quello che preoccupa è il sommerso, molte persone non sanno di essere infette perché, per paura, non si sottopongono a controlli e così diffondono il virus. In Italia si stima che siano circa 170mila le persone affette da HIV e 40mila quelle con Aids, un sieropositivo su 4 non sa di esserlo. È proprio il sommerso ad allarmare gli esperti presenti al convegno ‘HIV & HCV: due storie parallele. Le sfide future’, che si è svolto all’Istituto Superiore di Sanità lo scorso 8 maggio.

“C’è ancora un preoccupante problema di non conoscenza, sottovalutazione del rischio – dichiara Stefano Vella, direttore del Dipartimento del Farmaco all’Istituto Superiore di Sanità – Sembra un paradosso che questo avvenga proprio nei confronti di un virus che più di ogni altro è stato per trent’anni è stato sotto i riflettori”. “Tutti conoscono l’esistenza dell’HIV ma nessuno – prosegue Vella – pensa di poter essere stato contagiato. E’ ancora considerata una malattia che colpisce solo alcune determinate categorie di persone. E, invece, oggi sappiamo bene che la grande maggioranza delle nuove infezioni avviene tra eterosessuali per colpa di rapporti non protetti. Anche con prostitute che, inspiegabilmente, nelle coscienze non vengono considerati ‘a rischio’ ma piuttosto ‘scappatelle’ da archiviare come episodi poco significativi. Ma un rapporto non protetto con una prostituta è un evento ad altissimo rischio di contagio. Così passano gli anni senza che ci si senta delle potenziali vittime dell’HIV e quando si arriva al test e alla diagnosi, spesso, si sono persi molti anni utili”.

La sottovalutazione del rischio, significa ritardo nella diagnosi e nell’inizio delle terapie. Un paziente trattato presto e bene mantiene un’alta aderenza alla terapia e ha minori possibilità di trasmettere il virus. La comorbidità è l’ulteriore sfida nella lotta contro l’AIDS, perché i pazienti, spesso avanti con gli anni, hanno una serie di problematiche legate più all’età che all’infezione. La percentuale più alta dei sieropositivi di oggi è proprio negli anziani. Per gli esperti è quindi necessario cambiare l’approccio e imparare a gestire diversamente le terapie.

La realtà dell’AIDS è comune anche all’epatite C, altra grande emergenza del nostro paese. Un milione e mezzo di persone infette e la gran parte non sa di esserlo. Il 2-3% degli italiani è venuto in contatto con il virus e ogni anno si registrano nuovi casi di epatite C. Secondo l’OMS l’Epatite C causa il maggior numero di decessi tra le malattie infettive trasmissibili ed è la prima causa di trapianto di fegato al mondo. Inoltre circa il 30% delle persone con HIV ha contratto anche il virus dell’epatite C. Percentuale che sale fino al 90% se consideriamo popolazioni speciali, come gli emofilici, che necessitano di frequenti trasfusioni, o i tossicodipendenti, che usano droghe iniettive.

Antonio Craxì, professore ordinario di Gastroenterologia all’Università di Palermo, considera “saremmo a buon punto se ci fosse più consapevolezza della malattia. E’ paradossale: sappiamo come combattere il virus, abbiamo a disposizione terapie che si sono dimostrate efficaci, possiamo addirittura confidare nella guarigione del paziente (cosa che con l’HIV ancora non è possibile) ma ci vediamo costretti a parlare di ‘emergenza epatite C’ perché manca la consapevolezza nella collettività che questa malattia esiste ed è spietata”. Solo il 10-15 per cento sa di essere infetto. Tutti gli altri continuano la loro vita senza curarsi fino a quando il danno non è più rimediabile. “Mancano informazioni, campagne di prevenzione. Manca uno screening di massa che sarebbe veramente indispensabile. Il Ministero della Salute – prosegue Craxì – ha promesso di realizzarla, speriamo. In Francia dove un’azione di questo tipo è stata messa in atto, si è fatti uscire dal sommerso circa il 50% degli infetti. Con effettivi benefici per il singolo e per la collettività”.


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