Il tortellino dell’immigrato

Scontro politico sui tortellini senza maiale 
Ettore Visibelli - 5 Ottobre 2019

Mi dispiace che il tortellino sia stato coinvolto in una diatriba politica. Mi dispiace per il tortellino che non lo meritava, al pari del crocifisso nelle aule scolastiche, dove l’ho sempre visto appeso dalle elementari, frequentate negli anni ’40, fino all’altro ieri, due tradizioni che connotano il nostro essere italiani.

Non credo valga la pena fare delle due tradizioni un motivo legato all’accoglienza o al rifiuto dei migranti, un problema cocente che riguarda tutta l’Europa e non solo il nostro Paese. Nella propria coscienza, ognuno è libero di pensarla come crede, ma per favore non si strumentalizzi il tortellino per farne oggetto di propaganda pro o contro l’accoglienza.

Ciò detto veniamo al caso particolare, oggetto della gastronomia, lasciando il crocifisso ai risvolti costituzionali che lo avvolgono, nel rapporto storico che interfaccia un Paese, sedicente laico, alla presenza della Chiesa Cattolica, con lo Stato Vaticano da secoli  storicamente radicato nel cuore della Capitale.

Dico la mia, che è solo il punto di vista di un italiano qualunque. Da che mondo è mondo, a Bologna il tortellino si fa con una ricetta che prevede un certo numero di ingredienti base e inalienabili, lasciando al fabbricante poca libertà di variarli con l’aggiunta di quegli altri ingredienti che, nella farmaceutica, si indicherebbero come gli eccipienti, senza che vadano a incidere con il principio attivo del medicinale.

Fermo restando che il turtelen non è un medicinale, ma uno sfizio goloso e nutriente, per soddisfare il buongustaio, modificarne il contenuto di base, sostituendo il maiale col pollo, per non privare l’islamico dal poterne assaggiare la bontà in una festa di piazza, mi appare come una masturbazione culinaria, inutile e dannosa che non fa altro se non un’altra autorete politica, a vantaggio di chi vuol fare dell’immigrato un pericolo pernicioso a minacciare la nostre tradizioni culturali. Andare incontro all’immigrato, che è stato accolto, ospite non invitato alla tavola dei confratelli, offrendogli pure la possibilità di modificare la gastronomia del padrone di casa, mi sembra tuttavia eccessivo. Al limite, proprio per venirgli incontro col massimo dell’ospitalità, sarebbe bastata l’istallazione di un banchetto di kebab, a Bologna, in Piazza Maggiore, gestito dai suoi correligionari, come già fanno in più parti del Paese. Mi sarebbe sembrato il massimo dell’accoglienza che si potesse offrire all’islamico ospite, al pari della concessione già in essere, offerta all’israelita, di aprire una rivendita di carni e altri alimenti a garanzia kosher, così come liberamente avviene in più di una città italiana.

Denaturare addirittura il tortellino in segno di rispetto ed accoglienza, direi che sia davvero aberrante e resto sbigottito che la difesa del tortellino a base di pollo sia diventata oggetto di disputa socio-politica tra le parti, coinvolgendo sindaci e vescovi, personalità politiche favorevoli all’accoglienza del migrante, forse a giustificazione dell’autorete di cui ho parlato sopra, tentando di trasformarla in un punto a favore. Di questo passo, in una prossima occasione, in aggiunta al caffè espresso saremo obbligati a servire anche quello alla turca?

Il tortellino è nostro e non si tocca: la sfoglia di pasta fresca, preparata con  uova e farina; il ripieno di lombo di maiale, rosolato al burro; il prosciutto crudo, con la vera mortadella di Bologna; il formaggio parmigiano-reggiano e la noce moscata, sono gli ingredienti base.

Per gustarlo al meglio, la sua morte preferita dal gourmet è il brodo, che dovrà essere di carne di manzo, con gallina ruspante, sedano, carota, cipolla, sale quanto basta.

Questo è il mare succulento dove il tortellino ama essere affogato e cotto.

Il resto è inutile polemica.

 

Ettore Visibelli       


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