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La Brexit nazionalista toglie il futuro ai giovani

Il voto in Gran Bretagna è l’ultimo frutto avvelenato della globalizzazione neoliberista che sta distruggendo un’Europa incapace di reagirvi con un deciso passo in avanti nell’integrazione politica con fondamenta democratiche (superamento della direzione intergovernativa) ed economica, con un segno opposto a quello dell’austerità. Prima di prendersela con la popolazione più arretrata – il contado inglese e gallese circuito da leader populisti pericolosi a sé e agli altri – che ha votato leave, o, addirittura con il voto di tipo referendario, bisognerebbe domandarsi perché quelle periferie sociali e anche operaie – magari nostalgiche del ruolo imperiale della GB – hanno voluto la Brexit? Quali sono le cause alla base di questo voto che, separando la GB dall’Europa, mette in crisi anche l’unità del Regno Unito? La separazione è un danno per tutti, ma soprattutto per la GB che nell’era moderna ha sempre avuto un ruolo non secondario nelle faccende europee: prima per arginare la Francia di Napoleone, e poi, per ben due volte, per arginare la Germania guglielmina e poi hitleriana. Con il voto di giovedì gli inglesi si autoespellono antistoricamente da un’Europa in cui, per la verità, sono stati fin dall’inizio con un piede dentro e uno fuori da miopi frenatori, lasciandola al dominio dell’austerity tedesca.

brexitI motivi che hanno portato la maggioranza dell’elettorato britannico a dare questo responso sono, come è stato osservato un po’ da tutti, innanzitutto di natura economica, a cui si sono aggiunte le paure, molto ingigantite da veri e propri Mefistofele come Farage e Johnson, di un’emigrazione incontrollata (la GB non fa parte neanche di Schengen). Tutto ciò ha però un unico epicentro: quello già ricordato della globalizzazione economica e finanziaria neoliberista. Il tema non è storicamente nuovo. Già nella crisi mondiale ed europea degli anni ’30 del secolo scorso Antonio Gramsci ci rifletteva su nel carcere: “Una delle contraddizioni fondamentali è questa: che mentre la vita economica ha come premessa necessaria l’internazionalismo o meglio il cosmopolitismo, la vita statale si è sempre più sviluppata nel senso del ‘nazionalismo’ del ‘bastare a sé stessi’ “ (Q. 17)

L’Unione europea finora non ha saputo sciogliere questa contraddizione. Nel senso che non ha saputo cambiare le politiche di austerity neoliberiste imboccando la strada di un moderno keynesismo. Né la sinistra europea è stata in grado di farne un faro della propria azione, abbandonando ogni internazionalismo per ridursi, in quasi tutti i paesi europei, a rinchiudersi nei propri confini nazionali, subalterna al pensiero unico neoliberista. Se l’Europa non torna a produrre benessere per i suoi cittadini, sicurezza per gli anziani e lavoro per i giovani, la strada è segnata. In giro per l’Europa torneranno a prendere il sopravvento, presto o tardi, i mostri dei conflitti e della guerra che già vi si aggirano,

Sempre Gramsci ebbe a notare: “esiste oggi una coscienza culturale europea ed esiste una serie di manifestazioni di intellettuali e uomini politici che sostengono la necessità di una unione europea: si può anche dire che il processo storico tende a questa unione e che esistono molte forze materiali che solo in questa unione potranno svilupparsi: se fra X anni questa unione sarà realizzata la parola ‘nazionalismo’ avrà lo stesso valore archeologico che l’attuale ‘municipalismo’“. (Q. 6 § 78)

Purtroppo i decenni sono passati, anche quelli delle vacche grasse, ma le classi dirigenti borghesi europee, le élites di cui tanto si parla e si sparla, non sono riuscite a fare il salto unitario necessario. Né sembrano averne ancora la necessaria consapevolezza. Spetta alle nuove generazioni, ai giovani britannici che hanno votato per remain e ai loro coetanei in tutta Europa, costruire la nuova Europa dei diritti e delle libertà, del lavoro e dell’integrazione; l’Europa del futuro che scacci i demoni del presente per consegnarli definitivamente, come auspicava Gramsci, agli archeologi.


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