La grandiosa eredità dell’imperatore che inventò lo Ius soli

Una visita alle Terme di Caracalla, una delle più straordinarie ed imponenti aree archeologiche della Capitale: un sito scarsamente conosciuto dai romani
Francesco Sirleto - 24 Febbraio 2021
“… A Roma ci sono rovine che sembrano appena uscite da un bombardamento. Non sono tanto quelle del Colosseo, bensì i ruderi delle terme di Caracalla. Quei resti giganteschi dicono molto sulla capacità costruttiva romana oltre che sulle ambizioni del giovane imperatore. Sono niente però, rovine appunto, ruderi derelitti, in confronto allo splendore che le terme avevano quando vennero erette …” (Corrado Augias, da I segreti di Roma, Mondadori, Milano, 2005).
“…Continui, densi, neri, crocidanti/ versansi i corvi come fluttuando/ contro i due muri ch’a più ardua sfida/ levansi enormi./ Vecchi giganti, – par che insista/ irato l’augure stormo – a che tentate il cielo?/ Grave per l’aure vien da Laterano/ suon di campane. …” (Giosué Carducci, dall’ode Dinanzi alle terme di Caracalla, vv. 9-16)

Da tre settimane circa musei e siti archeologici della Capitale hanno riaperto le loro porte e i loro cancelli, sì da rendere possibile, molto spesso su prenotazione, agli appassionati con tempo a disposizione, effettuare visite culturali nella massima tranquillità e – considerate le ancora scarse presenze di turisti – senza alcun pericolo di incontrare assembramenti. È quel che sta capitando al sottoscritto, fortunato e solitario frequentatore, dall’inizio di febbraio, di piccoli e grandi musei (Bilotti, Capitolini, Canonica, Galleria nazionale di arte moderna) e di siti archeologici celebri in tutto il mondo (Foro Romano, Palatino, Villa di Massenzio, Colosseo). Ieri mattina è stato il turno delle Terme di Caracalla, luogo al quale non dedicavo una visita da almeno trent’anni e nel quale mi è più volte capitato, d’estate, di assistere ad opere liriche tra le più famose (Tosca, Traviata, Aida, Turandot, ecc.). Ma in queste occasioni, ovviamente, non si trattava di vere e proprie visite, svolgendosi le rappresentazioni nella vasta area dei Giardini delle terme.

L’impatto, questa volta, è stato veramente impressionante: le campagne di scavo degli ultimi anni e i lavori di restauro e di abbellimento finanziati dal Ministero dei Beni culturali hanno restituito alla collettività un complesso così grandioso e imponente che non solo i turisti dovrebbero visitare e godere, ma soprattutto gli abitanti della Capitale, i quali, molto spesso, o ne ignorano l’esistenza oppure tendono a sottovalutarne la portata e l’importanza nella storia e dell’antica Roma e dell’architettura civile. Dico architettura “civile” pour cause (per un ottimo motivo): i romani, si sa, nel costruire le città, si preoccupavano, tra le altre cose, che esse fossero assolutamente fornite da efficienti e duraturi, capaci di sfidare i secoli, impianti idraulici; e ciò sia per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti (fogne), sia per l’approvvigionamento di acqua potabile (acquedotti) che, infine, per l’igiene e la salute dei corpi (terme).

Le terme, in particolare, assolvevano ad una molteplicità di funzioni che, ancora oggi, riempiono di stupore e ammirazione relativamente alla sapienza e allo spirito comunitario e solidaristico dei nostri antichissimi progenitori. Non erano soltanto luoghi aperti a tutti e gratuiti (e già questo basterebbe a renderci cari questi nostri lontani avi), ma erano anche luoghi d’incontro, di discussioni, di iniziative sociali e di trattative d’affari; inoltre erano dotati di impianti sportivi (palestre), di ampi giardini nei quali passeggiare o godersi la frescura degli alberi nella stagione estiva, di biblioteche e di sale di lettura, con possibilità di prendere in consultazione libri e di scrivere opere in prosa o in poesia.

Mens sana in corpore sano, quindi: un principio che i romani conoscevano bene ed applicavano; un principio che, dopo la caduta dell’impero, era destinato ad eclissarsi per poi scomparire almeno fino all’affermazione dell’Illuminismo. D’altra parte, sappiamo che per i Padri della Chiesa (Agostino, Girolamo, Ambrogio, Leone, ecc.) “la pulizia del corpo significa la sporcizia dell’anima” e, di conseguenza, era meglio, ai fini della salvezza, avere a che fare il meno possibile con l’acqua e con i bagni termali, luoghi di perdizione. E a Roma, in effetti, di simili “luoghi di perdizione”, istituiti dallo Stato e aperti gratuitamente a tutti, patrizi e plebei, romani e stranieri, ve ne erano molti alla fine del III sec. d. C. : tra i più grandi e accoglienti, oltre le terme di Caracalla, vi erano quelle di Traiano, di Domiziano, di Diocleziano.

La storia delle terme di Caracalla

Le Thermae Antoninianae (questo il nome originale, essendo il vero nome di Caracalla quello di Marco Aurelio Antonino Bassiano, figlio di Settimio Severo e imperatore dal 211 al 217 d. C.) furono costruite a partire dal 212 d. C., lo stesso anno del famoso Editto di cui parleremo in seguito, per riempire lo spazio digradante tra il piccolo Aventino e la valle delle Camene (l’attuale Passeggiata Archeologica), un’area di circa 100 ettari; novemila operai lavorarono instancabilmente per cinque anni fino al 216, anno dell’inaugurazione del complesso. L’approvvigionamento  idrico era assicurato da un ramo dell’Acquedotto Marcio, chiamato Aqua Nova Antoniniana.

Esse funzionarono fino al 537, quando il re dei goti, Vitige, durante l’assedio di Roma occupata dai bizantini, distrusse gli acquedotti (provocando così l’impaludamento dell’agro romano) al fine di prendere la città per sete. Le terme divennero così, per un millennio, un’enorme cava di materiali da costruzione per chiese e palazzi nobiliari; ma oltre ai materiali, anche le statue e le altre decorazioni che abbellivano le terme vennero saccheggiate abbondantemente.

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L’abbandono e il degrado continuarono fino al XVI secolo; con l’avvento al soglio pontificio di Paolo III Farnese – ma soprattutto con il diffondersi di una cultura rinascimentale più attenta alle vestigia della civiltà classica – l’area delle terme di Caracalla cominciò ad essere oggetto di numerose campagne di scavi tendenti, però, alla riscoperta e al recupero delle statue, degli obelischi e delle decorazioni musive che abbellivano il complesso. Molte di quelle statue, ritornate alla luce dopo essere rimaste interrate per secoli, andarono ad accrescere il patrimonio dei musei capitolini e, successivamente, dei musei vaticani; altre finirono in collezioni di grandi famiglie (come ad esempio il Toro Farnese e l’Ercole Farnese, che entrarono a far parte della celebre Collezione omonima, la quale fu lasciata in eredità ai Borboni di Napoli e ciò spiega la sua presenza, dalla fine del XVIII sec., nel Museo Archeologico Nazionale di quella città).

I numeri e gli impianti delle terme di Caracalla

Le terme si estendevano (e si estendono tuttora) per una superficie di 350 x 335 m pari a mq 117.250, circondata da mura e con una parte edificata le cui pareti erano alte fino a 40 metri; erano in grado di accogliere fino a 5.000/6.000  persone al giorno; si articolavano nei tradizionali settori: frigidarium, tepidarium, calidarium, contornati, a loro volta, da due grandi file di spogliatoi, due enormi palestre, poste una ad oriente una ad occidente e lunghe circa 300 metri, due splendide e fornitissime biblioteche, latrine con acqua corrente fredda e calda, proveniente dai sotterranei dove erano in servizio centinaia di schiavi e operai addetti al quotidiano funzionamento e alla manutenzione degli impianti, con i pavimenti decorati da mosaici con scene di vario genere (soprattutto di caccia e di giochi) ma anche geometrici, e con una bellissima natatio (piscina) di dimensioni olimpiche (50 per 22 metri), ai cui bordi gli utenti passavano il tempo giocando a scacchi a dadi o a biglie.

 

Il percorso abituale dei bagnanti era così organizzato: dagli ingressi principali si entrava direttamente nella vasta area della natatio, situata proprio al centro del complesso; successivamente ci si recava negli spogliatoi e poi nelle palestre, dove si facevano gli esercizi ginnici; si passava poi alla sauna (laconicum) e subito dopo, al calidarium, grande sala circolare coperta da un’enorme cupola, corredata da vasche nelle nicchie delle pareti; da qui, attraverso il tepidarium, si passava al frigidarium, la sala più grandiosa e fresca delle terme, coperta da una maestosa cupola a triplice crociera. Dopo aver fatto l’intero percorso interno, gli utenti potevano trattenersi all’esterno nei giardini, passeggiando e riposando sotto l’ombra dei grandi alberi disseminati per tutta la superficie.

La vastità e la quantità di ciò che rimane di questo antico impianto, per la cui visita accurata occorrono almeno due ore, suscitano certamente un grande senso di ammirazione per un’opera così grandiosa, nella quale la tecnica ingegneristica si sposa con l’intuizione artistica, e la bellezza si unisce all’utilità sociale, fine ultimo di qualsiasi opera pubblica dei romani. Ritornano in mente le parole di Goethe, scritte dopo aver visitato, nello stesso giorno (11 novembre 1786) le terme, la via Appia con la tomba di Cecilia Metella, l’acquedotto Claudio e il ninfeo di Egeria: “Quegli uomini lavoravano per l’eternità, avevano calcolato tutto di tutto, tranne la follia dei devastatori, a cui nulla poteva resistere … le rovine del grande acquedotto incutono sommo rispetto. Che bello e alto proposito, quello di dissetare un popolo con un’opera così imponente!” (da W. Goethe, Viaggio in Italia, Milano 1983, p. 149).

Caracalla, l’inventore dello Ius soli

Caracalla fu uno degli imperatori sui quali gli storiografi, a partire dai suoi contemporanei, hanno fatto calare la cosiddetta damnatio memoriae (condanna della memoria): dipinto come assassino, fratricida, crapulone, irrispettoso delle leggi, della religione e delle tradizioni. Alcuni storici moderni hanno osservato come questa immagine sia stata, in realtà, causata dai dissidi che le iniziative e la politica dell’imperatore provocarono nella tradizionale aristocrazia senatoria, coincidente con la classe dei grandi latifondisti.

Questa classe rimproverava all’imperatore, figlio del provinciale Settimio Severo, non soltanto le sue oscure origini, ma anche l’aver emanato, nel 212 d. C., quella che rimane invece la legge più innovativa e rivoluzionaria dell’intera legislazione dei romani: la Constitutio Antoniniana (meglio conosciuta come Editto di Caracalla), vale a dire l’estensione della cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi disseminati in tutto il territorio del vastissimo impero romano. In altri termini: si poteva essere greco, egiziano, africano, iberico, gallo, mesopotamico, armeno, germano, britanno, ecc. ma, purché di condizione non schiavile (ma anche gli schiavi, se liberati dai loro padroni mediante la procedura denominata manumissio, diventavano liberti e quindi cittadini) si diventava civis romanus, in possesso dei medesimi diritti e doveri di cui godevano i romani. In pratica Caracalla aveva inventato quell’istituto che oggi chiamiamo Ius soli (si è cittadini perché nati in un certo luogo e non perché dello stesso sangue di un altro cittadino), una norma che, purtroppo, ancora oggi, suscita tanto scandalo tra coloro che non si rassegnano alla multiculturalità e alla multietnicità e che ancora, sotto sotto, nutrono un’inconfessabile nostalgia nei confronti delle leggi razziali di un “buon tempo andato”.

Ora, un imperatore che ebbe il coraggio di emanare, dopo appena un anno dalla sua elezione, una simile innovativa e straordinaria norma, e che volle lasciare testimonianza del suo breve periodo di esercizio del potere supremo, facendo costruire un’opera di grande significato sociale come le terme, ebbene, io credo meriti almeno un parziale, sebbene postumo, grato riconoscimento per la sua saggezza e la sua virtù. E, comunque, ai suoi tempi, non tutti gli furono acerrimi oppositori. Vi furono alcuni che, anche senza lasciarsi andare ad alcuna esaltazione del suo operato, ne riconobbero, implicitamente, la grandezza.

 

Pochi decenni dopo la sua morte, infatti, lo scrittore greco Elio Aristide, nel suo Encomio di Roma, poteva scrivere, rivolgendosi ai romani: “Per la vostra salvezza basta essere romani, o meglio, uno dei vostri sudditi. Veramente voi avete dato realtà al detto di Omero che la terra è proprietà di tutti: avete misurato il mondo intero, avete gettato ponti d’ogni genere attraverso i fiumi, scavato le montagne per fare strade piane al viandante, riempito spazi desolati di campi e reso più facile la vita col provvedere alle sue necessità nella legge e nell’ordine”.

Più o meno gli stessi concetti, circa cento cinquant’anni dopo, nel pieno della decadenza dell’impero (era il 415 d. C., esattamente cinque anni dopo il sacco di Roma compiuto da Alarico e dai suoi visigoti, e appena sessantuno anni prima del formale dissolvimento dello Stato) lo scrittore della tarda latinità Rutilio Namaziano, nella sua opera De reditu suo, affermava nostalgicamente, rivolgendosi direttamente a Roma: “Fecisti patriam diversis gentibus unam … urbem fecisti quod prius orbis erat” (Hai fatto di genti diverse una sola patria … hai fatto diventare una sola città ciò che prima era il mondo).


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  1. Bellisimo articolo. Complimenti per la dovizia ed accortezza delle spiegazioni e delle definizioni tecniche. Se mi posso permettere ho apprezzato da archeologa le descrizioni funzionali del complesso termale, da storica le dotte citazioni di Elio Aristide e di Rutilio Namaziano, da ex allieva lo stile del pensatore che in parte ho cercato di coltivare.
    Solo un piccolissimo appunto ed una domanda da donna, da storica a storico: Giulia Domna? E’ stata lei, colta, politicamente preparata alla gestione del potere, spregiudicata forse anche troppo e realizzare quel mondo così mittelmediterraneo che ha poi permesso al filgio di realizzare la sua opera costituzionale.
    Sarebbe bello, professore, scrivere una storia delle dobne di potere nella storia! Troppo speso dimenticate ma molto spesso le vere artefici di importanti processi innovativi.
    Professore, Francesco, grazie ancora una volta!


  2. Splendido articolo, dotto ed insieme appassionato e ricco di citazioni.
    Grazie, Francesco!

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