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L’Europa sognata dai “profeti” di Ventotene

Continua la crisi dell’Europa fra austerità economica ed emergenza immigratoria. Le fondamenta del “manifesto di Ventotene” e l’inadeguatezza della sinistra PSE

La recente riunione del Consiglio europeo a Bruxelles ha segnato un altro passo verso lo sgretolamento di quel tanto di unità che l’Europa a 28 era riuscita a darsi in 65 anni di processo unitario. L’accordo con la Gran Bretagna per rimanere nell’Ue è finito con il sacrificio del welfare per i lavoratori comunitari che andranno a lavorare nell’isola. La circolazione di merci e capitali finanziari non si tocca ma i diritti di eguaglianza sì. Per quanto riguarda l’altra tenaglia che, insieme alle politiche di austerità neoliberiste, sta distruggendo l’Europa, l’emergenza emigrazione, siamo ormai alle chiusure delle frontiere unilaterali e all’innalzamento di muri, steccati, reticolati e quant’altro nel cuore stesso del continente: in Austria e nel cosiddetto “gruppo di Visegrad”, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia. D’altra parte anche nei paesi del nord Europa, come Svezia e Danimarca, finora considerati fra i più aperti e ospitali ai normali flussi immigratori, l’emergenza biblica che si è sprigionata, causa guerre e conflitti nel Medio Oriente e in Africa alle cui molteplici cause non sono estranee le politiche di potenza e neocolonialiste di alcuni Paesi occidentali, sta producendo fenomeni di chiusura nazionalista. Paradossalmente con la motivazione di difendere le prestazioni sociali dei loro welfare. Per non dire, poi, delle vere e proprie svolte autoritarie che hanno preso corpo, per fare gli esempi più clamorosi, nell’Ungheria di Orban e nella Polonia di Kaczynski, del tutto incompatibili con i valori di democrazia liberale e di progresso sociale e civile su cui si era immaginato di costruire l’unità europea. Su tutto ciò i dirigenti e i governanti europei non sono stati altrettanto fiscali come con il debito della Grecia, sottoposta a un vero e proprio accanimento terapeutico tramite la somministrazione forzata dell’austerità che la sta distruggendo. Dimostrandosi ancora una volta, come ebbe a dire Pertini, “Un’Europa di mercanti”.

Di fronte a questo scenario preoccupante che alimenta un populismo nazionalistico aggressivo all’interno stesso degli stati fondatori dell’Europa, la sinistra d’ispirazione socialista, rappresentata maggioritariamente dal PSE, è in forte difficoltà e in forte ritardo per non dire annichilita. Dovrebbe, fra le forze politiche europee, essere la più attrezzata a propugnare un salto dell’unità europea sia nella direzione di un cambiamento radicale delle politiche economiche neoliberiste fondate sull’austerità della stagnazione e della disoccupazione, sia nella direzione di una svolta democratica sovranazionale e federale in direzione della creazione degli Stati uniti d’Europa. Almeno fra gli Stati, a cominciare da quelli dell’area euro, che accettassero di avanzare in questa direzione. Si tratterebbe, infatti, di passare da una gestione sostanzialmente confederale da parte dalla commissione europea di nomina e impronta intergovernativa a una fondata sul parlamento con pieni poteri federali eletto con liste europee e non più su base nazionale. Un’Europa con ministri unici su economia, difesa, tesoro, ambiente, trasporti, ecc. responsabili di fronte al Parlamento, sede della sovranità popolare europea. E con la creazione di una camera alta per la rappresentanza degli stati federati, organo di compensazione degli interessi nazionali e statuali, con compiti di controllo sulla legislazione del Parlamento, del governo e delle altre istituzioni europee.

Ma non è questa la battaglia del PSE. La subalternità alle politiche neoliberiste dell’ultimo trentennio ha creato, con la “terza via” blairiana, l’illusione, in gran parte dei partiti socialisti e socialdemocratici aderenti al PSE, di una loro onesta gestione moderatrice. Poi, di fronte al fallimento del neoliberismo, esploso con la crisi finanziaria del 2008, invece di un rinsavimento c’è stato, almeno in Europa, il ritorno a quella che si potrebbe chiamare la “sindrome del 4 agosto”. La fatidica data in cui, nel 1914, allo scoppio della “Grande Guerra”, la socialdemocrazia tedesca, Spd, votò in Parlamento i crediti di guerra, dando il segnale a quasi tutti i partiti socialisti europei di schierarsi con le proprie e guerrafondaie borghesie nazionali. Fu l’abdicazione nazionalista e patriottarda della maggioranza del socialismo europeo. Salvo poche eccezioni, fra cui il Psi italiano. Una capitolazione tanto più vergognosa perché veniva meno all’impegno preso nel Congresso dell’Internazionale socialista del 1912 d’impedire la guerra mobilitando le masse lavoratrici europee con uno sciopero generale che bloccasse la macchina bellicista. Una capitolazione che portò Rosa Luxemburg a definire la Spd tedesca “un fetido cadavere”, in qui drammatici frangenti in cui regnanti e capi di governo borghesi davano inizio allo scontro fra eserciti di lavoratori e contadini nel grande macello europeo.

Mutatis mutandis è innegabile che oggi tutte le forze socialiste che fanno riferimento al PSE siano ripiegate dentro realtà nazionali da cui non riescono a emergere con una forte visione sovranazionale e di riforma sociale. L’internazionalismo è un lontano e sbiadito ricordo, mentre i veri internazionalisti sono diventati le forze del capitale finanziario globalizzatore.

ristampamanifestoA questa dura realtà, regressiva per i lavoratori e smantellatrice delle loro conquiste sociali, e disgregatrice dell’unità dell’Europa, cerca di svincolarsi il capo del nostro governo, Renzi. Come stia conducendo questa battaglia ci sarebbe molto da dire e da ridire. Sta di fatto che per dare un quarto di nobiltà allo scontro polemico con il Presidente della commissione europea Juncker e con la più defilata Merkel, Renzi ha voluto recarsi, nello scorso gennaio, in pellegrinaggio a Ventotene, dove Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, e la di lui moglie Ursula Hircheman, elaborarono il famoso “Manifesto di Ventotene” tra il ’41 e il ’43. I tre esponenti della sinistra liberalsocialista erano ivi confinati, insieme a tanti altri antifascisti. Eugenio Colorni divenuto capo delle brigate partigiane Matteotti durante la Resistenza a Roma, cadde per mano degli sgherri fascisti della famigerata banda  Koch, pochi giorni prima della liberazione della Capitale da parte degli angloamericani. Ernesto Rossi, legato da intima amicizia intellettuale a Gaetano Salvemini, diresse, sotto il fascismo, il “Non mollare” giornale clandestino di “Giustizia e libertà”. Arrestato dai fascisti scontò 9 anni di carcere e 4 di confino. Fu sottosegretario, per il partito d’Azione, nel governo Parri dopo la Liberazione, quindi radicale e collaboratore della rivista “Il Mondo” di Mario Pannunzio. Spinelli era stato per tanti anni comunista, si era iscritto al PCd’I nel ’24, uscendo dal partito nel ’37, a causa del suo dissenso e della sua contrarietà ai processi staliniani. Fu arrestato nel ’27 e fra carcere e confino ridivenne libero dopo la caduta del fascismo il 25 luglio. Divenne poi, dopo tanti anni, parlamentare italiano ed europeo eletto come indipendente di sinistra nelle liste del PCI di Enrico Berlinguer.  E’ rimasto il più noto degli esponenti che dettero vita, nell’agosto del ’43 a Milano, al Movimento federalista europeo che assunse il “Manifesto di Ventotene” come sua base programmatica.

ventotene2Giacché illustri intellettuali e giornalisti, come Eugenio Scalfari, oggi sostengono che l’Europa può salvarsi dalla dissoluzione solo facendo il salto federalista, è bene ricordare, anche al capo del governo Renzi che forse non l’ha letto bene, quale furono gli assunti di fondo del “Manifesto”. Postulati ancora attuali, al di là delle formulazioni e analisi che risentivano del contesto in cui furono enunciati. Un contesto dominato dalla guerra in corso contro il nazifascismo.

Intanto l’ispirazione nettamente socialista e di sinistra del federalismo europeo. La Nazione, che rispetto alle arretratezze del mondo medioevale, fu una conquista nel cui ambito si erano affermati la democrazia, la libertà e il progresso sociale, ma che aveva dato luogo in Europa a quei nazionalismi che erano precipitati nei due sanguinosi conflitti mondiali e alla nascita del fascismo e del nazismo, doveva essere superata. La battaglia democratica e progressista doveva, per potersi svolgere al meglio, affermare il campo dell’unità europea, degli Stati uniti d’Europa, come  fondamentale.

“La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.

Quanto al contenuto sociale della nuova Europa unita, i “profeti” di Ventotene così lo prospettavano:

logostatiunitieuropa1“Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l’attuazione, saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”.

Federalismo democratico e politiche economiche di progresso sociale d’ispirazione socialista costituivano per Spinelli, Colorni e Rossi un binomio inscindibile da mettere alla base dell’unità europea.

Se la sinistra europea non si riappropria di questo binomio, l’Europa è destinata a frantumarsi e sgretolarsi. E’ meglio saperlo subito, affinché i prossimi pellegrinaggi non abbiano a farsi sulla sua tomba.


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