Napolitano deus ex machina della revisione della Costituzione

Una lunga tessitura rivendicata con soddisfazione nel discorso al Senato
di Aldo Pirone - 26 Ottobre 2015

Il Presidente emerito Giorgio Napolitano ha svolto la sua funzione per ben nove anni in una situazione politica ed economica del Paese assai difficile.

Nella prima parte dei suoi mandati gli è toccato, dal 2008 al 2011, tenere a bada Berlusconi fino alla sua caduta.
In quel periodo la sua proverbiale prudenza politica l’ha indotto a non sfidare troppo il cavaliere, mantenendosi su un profilo istituzionale non eccessivamente interventista. Anche quando sarebbe stato più che sacrosanto, di fronte ai provvedimenti legislativi di dubbia costituzionalità e smaccata convenienza personale del governo Berlusconi, adire almeno lo strumento del rinvio motivato della legge alle Camere.
Molti ricordano che durante una visita pubblica, nella piazza di Rionero in Vulture in Basilicata, nel 2009, mentre era in discussione il famigerato e anticostituzionale scudo fiscale, un cittadino lo invocò: “Presidente non firmi, lo faccia per le persone oneste”. Napolitano rispose stizzito: “Non firmare non significa niente”. “Nella Costituzione c’è scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi il Parlamento vota un’altra volta la stessa legge ed è scritto che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite non firmare, non significa niente”.

Giorgio+ Napolitano

Cosa del tutto vera ma che non rispondeva al merito alla sollecitazione e di conseguenza lasciava cadere nell’inerzia lo strumento che i costituenti avevano voluto mettere a disposizione del Capo dello Stato per arginare certe leggi di dubbia correttezza costituzionale.
Napolitano sottovalutava l’impatto benefico che l’atto del rinvio motivato avrebbe avuto sul corpo legislativo e sull’opinione pubblica. Probabilmente, lo considerava – nella situazione politica data e dei rapporti di forza in presenza – controproducente ai fini del contenimento del cavaliere, preferendo a tal fine l’esercizio più discreto della cosiddetta moral suasion.

Interventismo politico

E’ innegabile che dopo la caduta di Berlusconi, l’interventismo politico di Napolitano abbia fatto un balzo in avanti. Di fatto ha preso per mano quasi tutti i partiti e, in nome dell’emergenza economica galoppante segnata dall’innalzarsi dello spread finanziario, rifuggendo dal salutare ricorso alle elezioni, ha imposto il governo di larghe intese guidato da Monti, tacitando i dubbi interni al PD e costringendo il supino Bersani al definitivo suicidio politico.
Le elezioni anticipate cui fu costretto dalla rottura di Berlusconi alla fine del 2012, la non gradita candidatura con lista propria di Monti fuggito dal recinto di “riserva della Repubblica” nel quale lo aveva collocato nominandolo senatore a vita, non indussero il Presidente emerito ad alcuna riflessione autocritica. Nemmeno si accorse di essere stato, con la sua azione, l’artefice indiretto, non il solo per la verità, del successo elettorale del M5s. Anzi! Il responso delle urne che non dava a nessuno una chiara maggioranza al Senato, i conseguenti errori di Bersani in quella fase concitata, fino alla rielezione quasi plebiscitaria a Presidente da parte di un parlamento di nominati imploranti, stimolarono Napolitano a riprendere a tutto campo la sua strategia per un governo di larghe intese spacciato per unità nazionale con Berlusconi. Un governo non più emergenziale ma addirittura di legislatura, mettendo nel suo programma anche la riforma della Costituzione nella parte di architettura istituzionale.
Strategia già impostata prima della fine del suo settennato con la creazione, il 30 marzo, del comitato dei 10 saggi, in attesa della convocazione delle Camere per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Giorgio NapolitanoRieletto Presidente, Napolitano ha perseguito indefessamente l’obiettivo della revisione  costituzionale al di là dei cambiamenti del quadro politico e degli incidenti di percorso: condanna penale di Berlusconi, emarginazione di Berlusconi da parte di Letta, caduta di Letta, arrivo di Renzi che resuscita Berlusconi, nuova rottura di Berlusconi che però manda avanti Verdini ecc.. Tutte scosse che non hanno messo in questione la strategia di fondo presidenziale.
Neanche la sentenza della Corte costituzionale che certificava, nel gennaio 2014 in contemporanea con la nascita del “patto del Nazareno” che la legge elettorale, il famigerato “porcellum”, era incostituzionale indusse il Presidente a sollecitare le Camere a farne subito una buona per poi tornare subito al voto eleggendo un Parlamento legittimo. Invece fece finta di niente e accettò che il nuovo governo Renzi, con il supporto di Berlusconi, procedesse tranquillamente nel progetto di manomettere la Costituzione.
La geometria era variabile ma la strategia rimaneva quella: le larghe intese a prescindere.

Il discorso al Senato

Il 13 ottobre scorso al Senato il presidente emerito è intervenuto sul disegno di revisione costituzionale sollecitandone l’approvazione poi avvenuta. “Il mio voto favorevole su questa legge ha dichiarato – è legato a mie non solitarie e lungamente maturate convinzioni in tema di riforme costituzionali”. Per poi affermare, tra le altre cose, che la revisione avrebbe consentito il superamento dei vizi del bicameralismo paritario, garantito la linearità e le certezze nel procedimento legislativo nonché la stabilità e continuità nell’azione di governo.
Non ha mancato inoltre di ricordare i ritardi e le lungaggini durate anni e anni nel procedere a rivedere la nostra Carta fondamentale, dovute, secondo lui, alla “tendenziale, defatigante ricerca, ogni volta, del perfetto o del meno imperfetto”. Mentre ha espresso la sua soddisfazione perché finalmente non solo si chiudevano “i conti con i tentativi frustrati e con le inconcludenze di trenta anni” ma che si dovevano “dare risposte a situazioni nuove e a esigenze stringenti, riformare – arricchendola (sic!) – la nostra democrazia parlamentare”.

Evidentemente il discutibilissimo merito dei cambiamenti che si vogliono introdurre non l’ha indotto ad approfondire più di tanto. Il fare comunque, ha avuto il sopravvento. Tutt’al più, ha prudentemente concesso, “bisognerà altresì dare attenzione a tutte le preoccupazioni espresse in queste settimane in materia di legislazione elettorale e di equilibri costituzionali”. La qualcosa contraddice, e non poco, la sua precedente soddisfazione.

Non c’è dubbio, dunque, che Giorgio Napolitano è stato in questi anni il deus ex machina che ha portato il processo politico di revisione costituzionale ai traguardi del presente.
napolitano3La convinzione più profonda che lo ha guidato l’ha detta bene lui stesso: ”Ma il fattore politico di fondo cui ho accennato è stato negli ultimi vent’anni il fatale riprodursi di un atteggiamento di insormontabile sospetto ed allarme tra gli schieramenti che competono per la guida del Paese.
La verità è che ancora non siamo giunti a quel che, giurando per il mio primo mandato di presidente, definii dinanzi al Parlamento riunito ‘il tempo della maturità per la democrazia dell’alternanza’. Esso avrebbe dovuto significare, dissi allora, il reciproco riconoscimento, rispetto ed ascolto tra gli opposti schieramenti, il confrontarsi con dignità in Parlamento e nelle altre Assemblee elettive, l’individuare temi di necessaria e possibile, limpida convergenza nell’interesse generale. Convergenza, aggiungo, su terreni oggi cruciali per l’Italia: l’impegno in Europa e in politica estera, il rafforzamento e il rinnovamento delle istituzioni democratiche”.

Un’analisi superficiale

Ora a parte che allarme e sospetto albergarono anche nel suo animo se nel 1995, dopo la vittoria di Berlusconi nel ’94 che evidentemente aveva spaventato anche lui, propose, insieme al Presidente Mattarella, un disegno di legge secondo cui per riformare la Costituzione sarebbe occorso il voto di 2/3 dei parlamentari, ma individuare il male principale che ha stravolto la vicenda politica italiana a questa delegittimazione reciproca è segno di superficialità, per non dire pochezza, nell’analisi sociopolitica. Con altre e più forbite parole, il Presidente emerito dice la stessa cosa che dice Renzi: il paese è stato bloccato dal berlusconismo e dall’antiberlusconismo, mettendo sullo stesso piano coloro che hanno, con tutti i loro limiti ed errori, difeso la democrazia costituzionale e chi l’ha incessantemente attaccata definendola sovietica e comunista. Chi, come Berlusconi e i suoi alleati leghisti e della destra postfascista, a parte Fini che non a caso è stato poi espulso dalla compagnia, non hanno mai saputo comprendere la distinzione dei poteri in una democrazia liberale eleggendo al di sopra di ogni legge e moralità l’acclamazione del popolo.

Giorgio Napolitano si è formato a una scuola politica, quella del PCI di Togliatti, dove la finezza dell’analisi delle forze politiche era tutt’uno con la sua profondità sul piano socioeconomico. Risulta abbastanza sorprendente, quindi, come egli possa ridurre alla mancanza di legittimazione reciproca, “fattore politico di fondo” ha detto, la decadenza della politica, la destrutturazione dei partiti, il greve trasformismo diffuso, tornato a diventare nella seconda Repubblica, dentro le Istituzioni più alte, la nota dominante della politica con il conseguente ampliarsi di corruzione e immoralità. E le connessioni che tutto ciò ha avuto con i mutamenti socioeconomici non solo italiani: la rivoluzione neoliberista e il drammatico mutamento che essa ha prodotto nei rapporti di forza fra capitale e lavoro. E’ come scambiare gli effetti con la causa, precludendosi, con l’esercizio di un esangue politicismo, ogni diagnosi appropriata del cancro che corrode il paese, riducendosi a proporre un’aspirina come rimedio. Ma, purtroppo, il rimedio non è un’innocua pillola, datosi che il combinato disposto fra la legge elettorale, l’“Italicum” renziano e i paventati, anche dal Presidente emerito, squilibri costituzionali, se non revocati, potenzieranno le cause del male.

Come poteva esserci legittimazione nei confronti di un movimento, il berlusconismo, che ha interpretato nel modo più becero la spinta eversiva a travolgere i valori e gli equilibri costituzionali?
Ora la legittimazione tanto inseguita c’è, è stata raggiunta. Ma il prezzo è stato l’irruzione del populismo, berlusconiano e non, nelle file della sinistra e, per certi versi, anche nell’architettura costituzionale. Verdini è contento. La Costituzione meno.


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