Porta di Roma: la Fnac ha chiuso, cinquanta persone hanno perso il lavoro

Annullato il punto vendita romano della grande catena francese specializzata in dischi, libri e elettronica di alto livello
di Alessandro Pino - 17 Febbraio 2013

Sono già passati alcuni giorni da quando il punto vendita romano della Fnac – la grande catena francese specializzata in dischi, libri e elettronica di alto livello – ha chiuso per sempre. Circa cinquanta dipendenti sono rimaste senza lavoro, alle quali si aggiunge la fine dei servizi in appalto della vigilanza, delle pulizie e del bar interno.

Come ben sa chi ha vissuto sulla propria pelle esperienze analoghe, i motivi alla base della decisione presa dal fondo di investimenti che tempo addietro aveva rilevato le attività sul territorio italiano non li conoscono con esattezza nemmeno i diretti interessati: in rete si è letto però di un affitto esorbitante dei locali (quasi cinquanta euro al metro quadro da moltiplicare per duemilacinquecento).

La mattina del 14 febbraio i frequentatori della galleria commerciale Porta di Roma hanno trovato le serrande abbassate con sopra un malinconico comunicato di ringraziamento dall’aspetto non ufficiale, quasi una autonoma iniziativa dei dipendenti – occupati intanto a imballare i prodotti rimasti sugli scaffali – cortesi e disponibili fino all’ultimo. Un manifestino che ha spazzato via lo stolto ottimismo di quei clienti che negli ultimi giorni di apertura parlavano con superficiale noncuranza di “una semplice ristrutturazione”; superati però alla grande in quanto a egoismo da quelli che, venuti a conoscenza della prossima cessazione dell’esercizio, avevano come unica preoccupazione l’aver pagato in anticipo una tessera fedeltà adesso difficilmente utilizzabile – vista l’incertezza che avvolge il destino degli altri punti vendita italiani e del sito di vendita per corrispondenza: del lavoro, della sopravvivenza stessa di chi avevano davanti poco gliene importava.

Gente così avrebbe meritato due pedate nel sedere e invece le veniva spiegata la situazione con la consueta gentilezza, quasi con imbarazzata rassegnazione; ma la tristezza, l’angoscia e la rabbia dei dipendenti erano palpabili. Nei social network dove la notizia è apparsa è stato tutto un coro incredulo di commenti sdegnati e malinconici, e lo stesso è accaduto a raccontarla a viva voce. Ma poi è facile immaginare la maggior parte delle persone fare spallucce e passare ad altro proprio come chi osservava quel manifestino appiccicato alle serrande: la ferocia di quella che chiamano crisi è anche il restare isolati, l’ignorare queste situazioni tragiche fino al giorno in cui non ci sbatti la faccia di persona.

Ti sembra che la terra venga a mancare sotto i piedi mentre ti rendi conto che la cosiddetta crisi è fatta anche di veri e propri autoaffondamenti all’apparenza incomprensibili. Quando sei anni or sono la Fnac aprì a Porta di Roma, a me che la conoscevo da Milano sembrò come se nella Capitale fosse sorta un’isola felice di competenza e cortesia (qualità assai rare nella grande distribuzione) e credo di averci lasciato dei mezzi stipendi – già magrissimi di loro – in occasione delle “giornate dei soci”, nelle quali i titolari della famosa tessera potevano comprare dischi e libri con lo sconto. Avrei anche voluto lavorarci ma non mandai il curriculum per non farmela venire in antipatia in seguito a un probabile rifiuto.

Per il territorio del Quarto Municipio è una perdita disastrosa anche sul piano culturale: la Fnac non era solo un grande negozio ma anche un palcoscenico che attirava volti noti dello spettacolo e delle lettere, invitati di volta in volta a esibirsi durante i frequenti incontri di presentazione al pubblico dei loro ultimi lavori. Certo, era tutta pubblicità, ma in questo modo sono stati ospitati personaggi che fino a quel momento nella periferia di Roma nord non si erano visti nemmeno col cannocchiale e che difficilmente ora si potranno vedere. Io stesso riuscii a fare un paio di domande a un Giovanni Allevi già celebre e che fu molto gentile a non chiudermi le mani nel pianoforte quando, credendo di essere originale, gli chiesi che balsamo usava. Tutto finito come un sogno che svanisce.

Da chi verranno ora occupati i locali non si sa. Non mi stupirei nel caso ci piazzassero una bella (si fa per dire) sala di slot machine e videolotterie: ormai l’Italia è diventata una repubblica fondata sul gioco d’azzardo.

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