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Quanti sono e chi paga i “buffi” di Roma?

Una domanda preliminare da porre ai candidati a sindaco della capitale

Prima che decolli la campagna elettorale e con il suo frastuono copra e impedisca ogni possibilità di riflettere a fondo sulla situazione della capitale d’Italia, ritengo che sia legittimo e doveroso porre una semplice duplice domanda a tutti i pretendenti alla carica di sindaco di Roma:

1) Sapete con precisione a quanto ammonta il debito di Roma?

2) Come intendete che debba essere pagato?

E subito dopo un’altra domanda: qual è il vostro programma e con quali fondi intendete realizzarlo?

download (10)I candidati che svicolino rispetto a queste domande non andrebbero neppure presi in considerazione, a prescindere dalle loro posizioni politiche e ideali.

Salvo smentite, a quanto affermano ma non pubblicamente economisti autorevoli, per carità di patria, la realtà è che il Comune di Roma e tutte le sue municipalizzate sono soggetti tecnicamente falliti, e i loro libri dovrebbero essere semplicemente, portati in tribunale, perché sono marci. Altro che fare una campagna elettorale che si preannuncia litigiosa e inconcludente quante altre mai, ed elezioni in cui il problema vero: chi pagherà il pesante macigno del debito capitolino, verrà, c’è da scommetterlo, abilmente e furbescamente evitato.

E magari ci si accapiglierà su chi abbia contribuito maggiormente a creare questa voragine. Dimenticando un aspetto fondamentale del problema: candidandosi ci si fa carico anche del debito e delle  opere che nel frattempo sono state avviate.

Quindi andremo ad eleggere un sindaco e una giunta per fare poi cosa? Continuare a chiedere quattrini allo Stato e buttarli nelle fornaci delle varie aziende municipalizzate, pagare stipendi a migliaia di dipendenti che dovrebbero essere messi in mobilità, previo immediato passaggio in cassa integrazione?

I partiti nazionali non hanno il coraggio di dire la verità ai cittadini romani. I pentastellati però, visto che si presentano come l’unico movimento antisistema e visto che temono (come ha affermato Paola Taverna) un “complotto” degli altri partiti, PD in primis, per farli vincere alle comunali, quindi tagliare loro i fondi (Renzi più Zingaretti) e così affossarli, stante il certo insuccesso, alle successive elezioni politiche, gli ex grillini appunto dovrebbero magari farsi fare una due diligence* (con raccomandazioni incorporate) da un bravo, normale studio commercialistico non romano e pubblicizzarlo.

Intanto Il Messaggero del 18 febbraio ha reso noto i dati della relazione del commissario da cui emerge che il super debito della capitale è di 13,6 miliardi e che oltre tre quarti dell’indebitamento è legato a mutui stipulati dal Campidoglio prima del 2008. E i romani quindi dovranno continuare a versare l’aliquota Irpef più salata  del Paese, il 9 per mille contro l’8 del tetto nazionale.

Ernesto_NathanE questo anche in considerazione del fatto che tra i candidati non ci sarà certamente uno come il benemerito Ernesto Nathan*, capace di risanare e di amministrare come un buon padre di famiglia una città soffocata da una montagna di debiti e senza idee chiare sul da farsi. Chissà su quante voci del bilancio capitolino egli avrebbe da ridire e quante ne casserebbe all’istante.

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* La due diligence, termine composto proveniente dall’esperienza anglo-americana che può essere tradotto con l’espressione “dovuta diligenza”, è un processo finalizzato ad indagare ed accertare i contenuti di una attività di impresa al fine di permettere una valutazione, in particolar modo di natura economica, dell’attività stessa.

**Un aneddoto ormai famoso narra che a Nathan, neoeletto sindaco di Roma (rimase in carica dal 1907 al 1913) venne sottoposto il bilancio del comune per la firma. Egli lo esaminò attentamente e, quando lesse la voce “frattaglie per gatti”, chiese spiegazioni al funzionario che gli aveva portato il documento. Questi rispose che si trattava di fondi per il mantenimento di una nutrita colonia felina che serviva a difendere dai topi i documenti custoditi negli uffici e negli archivi capitolini. Nathan prese la penna e cancellò la voce dal bilancio, spiegando al suo esterrefatto interlocutore che d’allora in avanti i gatti del Campidoglio avrebbero dovuto sfamarsi con i roditori che avevano lo scopo di catturare e, che nel caso di topi non avessero più trovati, sarebbe venuto a cessare anche lo scopo della loro presenza. Da questo episodio deriverebbe il detto romanesco Nun c’è trippa pe’ gatti.


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