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Stefania e lo “scudo dell’anemia” – Tentato omicidio

I Fatti e i Misfatti di novembre 2010 (VIII) di Mario Relandini

Stefania e lo “scudo dell’anemia”

"Stefania Nobile – si è saputo – quella Stefania Nobile che, insieme con sua madre Wanna Marchi, ha trascorso anni a truffare migliaia e migliaia di persone in una trasmissione televisiva e che avrebbe dovuto scontare per questo 11 anni e 4 mesi di reclusione, ha ottenuto dal Tribunale di sorveglianza di Bologna, dopo solo neppure due anni, i più comodi arresti domiciliari".

Il fatto è quantomeno stupefacente. Come stupefacente è la motivazione del provvedimento: Stefania Nobile, poverina, non avrebbe potuto rimanere ancora in carcere perché afflitta da anemia e da artrite reumatoide. Due patologie che – come tutti ricorderanno – non si erano mai manifestate durante le sue effervescenti, vigorose ed atletiche comparsate truffaldine in tv. Sono sopraggiunte durante quei pochi mesi di carcere oltretutto "soft"? Può darsi di sì, per carità, visto che l’Italia è il Paese delle sorprese più inimmaginabili e incredibili. E, comunque, un’altra domanda non da poco: come trascorrerà le sue giornate chiusa in casa, ora, la spumeggiante signora? L’augurio, naturalmente, è che non trovi di nuovo il mezzo per "magheggiare" o "streghizzare" in qualche modo. E che i giudici del Tribunale di sorveglianza di Bologna, così solleciti a sorvegliarle ieri anemia ed artriti in carcere, si ricordino di sorvegliarle, oggi, se e come sta curando, in casa, quelle e non altro.

Tentato omicidio

"Ero a Roma per lavoro – ha raccontato la signora Francesca Vancheri di Teramo quando, essendo al secondo mese di gravidanza, ho accusato dei disturbi, mi sono rivolta all’ospedale "Pertini" e qui, dopo una ecografia, mi è stato detto che il bambino in grembo era morto e che io avrei dovuto sottopormi ad un raschiamento".

Ma poi che cosa è successo? Che la signora Vancheri, perplessa, è tornata a Teramo, si è rivolta al suo ginecologo e questi le ha assicurato che il bambino era perfettamente sano e che i disturbi da lei accusati erano stati causati da un evento già positivamente risoltosi. Ora, dunque, sarebbe auspicabile che chi aveva emesso quella terribile diagnosi all’ospedale "Pertini" di Roma – decretando la morte di un esserino invece in piena salute – fosse allontanato, almeno per qualche tempo, da funzioni che, evidentemente, non gli sono consone. Obbligandolo a riaprire i libri universitari e a ripetere, soprattutto, gli esami fondamentali. Non solo: facendo anche attenzione che non decida di mantenere indosso il camice bianco, nel frattempo, dedicandosi alla medicina e alla chirurgia veterinaria. Perché anche gli animali sono esseri viventi e vanno difesi

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