Tumore al polmone: il futuro nei farmaci a bersaglio molecolare

In Italia pochi Centri fanno diagnosi genetica e pochi pazienti accedono alla terapia
di Patrizia Miracco - 3 Luglio 2012

Nuove cure per i pazienti di tumore ‘a non piccole cellule’, ma anche pazienti di serie A e pazienti di serie B. E’ quanto è emerso nella 3° Conferenza Internazionale di Oncologia Toracica (Ciot), svoltosi a Napoli il 28, 29 e 30 giugno 2012. 

Cesare Gridelli, presidente della Ciot, e Filippo de Marinis, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Toracica (Aiot), hanno, infatti, rilevato la disparità di trattamento nelle regionali italiane. In Italia sono ancora pochi i Centri che fanno diagnosi genetica e troppo pochi i pazienti che accedono a queste terapie, sarebbe sufficiente una compressa da prendere a casa di farmaci a bersaglio molecolare per offrire qualità di vita e possibilità di sopravvivenza ai malati di tumore polmonare ‘a non piccole cellule’ Cesare Gridelli ricorda: “Fino a qualche anno fa un paziente con una diagnosi di tumore al polmone aveva a disposizione esclusivamente la chemioterapia.

Grazie alla diagnosi molecolare sul tessuto possiamo conoscere l’anomalia genetica del tumore di ogni paziente e quindi utilizzare il farmaco mirato. Abbiamo la possibilità di selezionare i pazienti che rispondono maggiormente ai nuovi farmaci”. “Effettuata la selezione identificando l’alterazione genetica – prosegue Gridelli – possiamo trattare il paziente con farmaci biomolecolari nella pratica clinica o all’interno di studi clinici con nuovi farmaci. Inoltre, si riducono gli effetti collaterali soprattutto nei confronti delle cellule e dei tessuti sani, con maggiore tollerabilità del trattamento. Il tutto con più possibilità di stabilizzare la malattia avanzata in malattia cronica”.

Per gli specialisti la diagnosi genetica e la terapia personalizzata sono quindi le armi necessarie per combattere questo tipo di tumore al polmone. “Armi che – Filippo de Marinis osserva – la ricerca sta mettendo a disposizione ma alle quali accedono, a tutt’oggi, solo una ridotta percentuale di pazienti venendosi così a creare una discrepanza di trattamento spesso incomprensibile. ‘Colpa’ del troppo lento adeguamento della nostra società, nel suo complesso, alle nuove possibilità diagnostico-terapeutiche offerte dalla globalizzazione della ricerca. Un mix di responsabilità parziali e frammentate che fa sì che nel nostro Paese ci siano malati di serie A e di serie B, all’interno di un Ssn che vorrebbe invece garantire tutti”.

“In assenza di una generalizzata Rete oncologica a livello nazionale (troppo poche ancora le Regioni che se ne sono efficacemente dotate) il paziente – prosegue de Marinis – non può sapere all’inizio del suo percorso se la fortuna lo ha portato a bussare alla porta di un centro che gli potrà mettere a disposizione qualcosa in più oltre allo standard. I pazienti possono fare tanto: non farsi prendere dal panico e cercare un centro dove sia possibile fare almeno la diagnosi su tessuto. Le probabilità, quindi, di rientrare in queste casistiche non sono poche e, quindi, vale la pena aspettare la risposta del laboratorio. Ma questo la dice lunga anche su quanto sia importante che più pazienti possibile possano accedere a queste terapie”.


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