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Un burka di perplessità

La vittoria di Trump mi ha lasciato addosso un burka di perplessità. Faccio un po’ di fatica non a mostrarmi agli altri, quanto piuttosto a me stesso. Non ho niente di cui vergognarmi: ci mancherebbe. Ho sempre fatto più o meno il mio dovere di cittadino; ho rispettato – forse anche troppo – il mio prossimo anche quando onestamente non lo meritava; ho pagato le tasse alla fonte perché lo stato ha deciso così per i lavoratori dipendenti e, in tutta onestà, non so se lo avrei fatto ugualmente guardandomi attorno, prendendo atto di come gira, anzi non gira il fisco, con una moltitudine di evasori impuniti.

Tutto questo ed altro potrei aggiungere sulla mia normalità, ma ecco che in quest’ultimo ventennio ho dovuto prendere coscienza di quanto i valori cardini su cui avevo impostato la vita siano oggi del tutto rovesciati e, regnando la globalizzazione, spazzino liberamente da est a ovest, da nord a sud, mentre inizio ad essere assalito dal dubbio di appartenere alla categoria sociale dei diversi. E’ per questo che faccio fatica a guardarmi in faccia sotto la luce dell’etica novella, stella cometa delle genti in movimento verso un futuro, ai miei occhi quanto mai incerto, misterioso e fondato apparentemente sulla libera comunicazione attraverso i social network.

Donald Trump

Una comunicazione matrigna che finge di comunicare quando invece non è altro che informazione costruita sull’effimero e sulla bugia. Dai semplici cittadini che ci informano di quante volte sono andate ieri al gabinetto  (sai quanto mi possa interessare!), per giungere ai politici, non più avvezzi a scendere in piazza e salire sopra un palco per informare i cittadini circa il loro programma elettorale, trovando più comodo farsi redigere dal portaborse un messaggio su facebook o su twitter per comunicare le loro menzogne e bugie su cosa non faranno, o semplicemente cavarsela con un motto, mutuato molto spesso da un latino maccheronico, o coniando un’offesa pittoresca – crassa e gratuita – indirizzata all’avversario del momento.

Cari miei consimili, so che non dovrebbe essercene bisogno, ma vorrei che ricordassimo tutti come l’informazione viaggia a senso unico e solo con un ritorno, che configuri un dialogo, si potrà parlare di comunicazione. Questo dialogo faccio fatica a ritrovarlo nel brusio di sottofondo, utile soltanto a coprire qualche vaffa o qualche improperio buzzurrico buttato sul tavolo della polemica solo per affabulare chi (e sono tanti!) è come l’autore, eretto a paladino,  difensore della propria e dell’altrui ignoranza.

In uno scenario come quello che sto vivendo, capite perché sono tentato di infilarmi in un burka per nascondermi alla vista di me stesso? Il timore è quello di riconoscermi non più libero di scegliere, di dire la mia ma simile a un mondo che si sta avviando a camminare sulla testa anziché sulle gambe. Spero solo di sbagliarmi, nel sondaggio con me stesso, così come ormai capita ai sondaggisti di professione, sbarellanti nelle loro previsioni programmatiche, rafforzandomi al contempo nell’idea che la programmazione è la presunzione di predire in anticipo che cosa accadrà, se già non stesse accadendo ciò che accade.

E ciò che accade, perdonatemi, non mi piace.


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