Municipi:

Urbanistica: la sinistra tra slogan preelettorali e vere scelte alternative

Con il centrodestra lanciato nella cementificazione più smodata, il centrosinistra imbocca la solita via delle parole d’ordine accattivanti

Si avvicinano le elezioni e nel mondo partitico c’è gran movimento. Soprattutto sui temi urbanistici.

Dal lato del centrodestra capitolino la parola d’ordine è “cementificare”. Dalle densificazioni cubatorie di ogni ordine e grado (a Casal Boccone, a Romanina, al comprensorio Casilino ecc.) alla cannibalizzazione di nuove aree agricole e consistenti porzioni di agro romano con la scusa dell’housing sociale; dal cosiddetto piano casa allo scambio fra nuove cubature in aree rese edificabili e il prolungamento delle metropolitane (sulla Tiburtina per la linea B, a Bufalotta per la B1, nel centro storico per il completamento della C e la realizzazione della D ecc.), dalla dismissione ai privati dei depositi dell’Atac a quella già in programma delle caserme e aree militari dello Stato. Tutta questa roba dovrebbe confluire, secondo l’ineffabile duo Alemanno-Corsini, in una maxivariante che travolgerebbe definitivamente i debolissimi argini del Piano regolatore vigente per la gioia dei soliti palazzinari romani. Ma non si cementifica solo il suolo, si cementifica anche il sottosuolo dando il via alla realizzazione di ben 41 Pup dopo aver deregolamentato, contro lo spirito e la lettera della legge Tognoli, la vendita dei box rendendoli acquisibili a chiunque possessore di immobile nell’area comunale.

Dalle parti del centrosinistra e del PD in particolare, invece, si riparla di difesa dell’agro romano, ma si continua a sostenere acriticamente la bontà del PRG. Sui Pup, poi, siamo sempre, in casa “democrats”, alla difesa dogmatica, a parte alcuni deboli balbettii preelettorali.

Qualche rappresentante della sinistra candidatosi a sindaco nelle primarie del centrosinistra come il Presidente del X municipio Sandro Medici – sebbene da oltre tre mesi non dorma sonni tranquilli sulla tolda della nave municipale che rischia la fine del Titanic a causa della falla apertasi nel PD – ha recentemente, e in modo apertamente autocritico, preso posizione nel corso di pubbliche assemblee per una moratoria nell’edificazione speculativa e per una revisione al ribasso di cubature del PRG. Anche per i Pup, sebbene con molto ritardo, il minisindaco ha detto che, come il matrimonio fra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, non s’hanno da fare perché inutili e controproducenti a partire da quello di Giulio Agricola. Vedremo a breve e sul campo se e come si esplicherà questa nuova opposizione.

Nel giro dei partiti e dei candidati di vario ordine e grado, in omaggio alla moda di appropriarsi di slogan o parole d’ordine ben riuscite, si comincia a parlare di “Beni comuni” dopo aver ampiamente sfruttato, salvo poche e serie eccezioni, parole come “green economy”, ’”ecologismo”, ”ambientalismo” e l’immancabile “sviluppo sostenibile”. Tutte espressioni che, insieme all’intramontabile “riformismo”, hanno connotato una parte non piccola del dibattito e della propaganda politica nel nostro Paese con il risultato che mai come in questi ultimi lustri l’Italia è stata tanto carente di serie politiche riformatrici e ambientaliste, come i ricorrenti disastri del territorio, fra alluvioni, frane e smottamenti vari, ci testimoniano con il loro tragico carico di vittime e distruzioni.

Insomma nella vendita dei prodotti politici si profilano, come negli scandali alimentari, le sofisticazioni più spericolate e, per le merci non alimentari, i taroccamenti più smaccati, le turlupinature più eclatanti.

Ma al di là di questo vediamo che cosa vuol dire in concreto moratoria dell’edificazione e difesa dell’agro romano. Il perseguimento di questi due condivisibili e strategici obiettivi – se non li si vuole usare solo come slogan ad effetto buoni, appunto, per l’ennesima “fregatura” politicista – abbisogna di alcune conseguenti scelte alternative assai nette che parlino chiaramente non di un semplice quanto inattuabile immobilismo, ma di un altro sviluppo urbanistico. Infatti la cosiddetta “moratoria” in sé non è una strategia ma può essere solo il presupposto necessario per passare operativamente ad un’altra e sostenibile idea di città. Un mezzo, perciò, non un fine.

In questo senso la prima scelta strategica è quella della trasformazione della città in opposizione alla sua espansione a macchia d’olio. Trasformazione che non può non passare, come da sempre richiesto dai comitati e dalle associazioni partecipative dei cittadini, da una revisione sostanziale del PRG. Una revisione che metta da parte il finto policentrismo delle 18 centralità urbane metropolitane per concentrarsi su quelle pubbliche del quadrante orientale (Pietralata, Ponte Mammolo, Tor Vergata) dove avviare da una parte e potenziare dall’altra (Tor Vergata) un trasferimento consistente di funzioni e servizi pubblici dal centro storico.

La seconda scelta è la valorizzazione a fini sociali ed anche abitativi del patrimonio pubblico esistente e delle aree militari (le caserme e i forti militari) che lo Stato sta trasferendo al Comune per venire incontro al disagio abitativo delle fasce sociali deboli riportandole, tra l’altro, ad abitare il centro della città e non spingendole in periferie sempre più lontane senza qualità e senza funzioni. Una valorizzazione che questo patrimonio metta a frutto economicamente a beneficio della collettività e dei contribuenti. Una strategia edilizia, quindi, basata sul riuso, il restauro e la ristrutturazione di quello che già c’è di costruito, sia pubblico che privato, che è tantissimo. Siamo già a 50.000 ettari di suolo consumato.

La terza e conseguente scelta strategica è la salvaguardia all’interno della città compatta di tutte le grandi aree verdi rimaste: da Torrespaccata a Casilino, da Bufalotta all’Eur, da Monte Mario al litorale di Ostia.

La quarta scelta strategica, infine, riguarda la città al di là del GRA che non è compatta ma contrassegnata da una disseminazione di agglomerati urbani di varia natura: dai grandi e isolati quartieri come Ponte di Nona alle ex borgate abusive (zone O e toponimi) dai Pdz 167 alla disseminazione di villettopoli. Sono agglomerati separati da aree libere a volte anche di grande estensione con destinazione agricola o a verde pubblico e servizi. La speculazione edilizia da sempre li considera “vuoti urbani” da riempire secondo una precisa strategia che vede l’espandersi della città da 150 anni in qua attraverso la proiezione in aperta campagna di “avanguardie di case” e una conseguente valorizzazione speculativa dei terreni di mezzo che vengono poi più o meno rapidamente colmati dal cemento. Per questa parte suburbana occorre avere un’idea di città alternativa a quella del compattamento cementificatorio: l’idea, per usare un termine riveduto e corretto, della cosiddetta “città giardino”. Ovvero una zona urbana dove i vuoti sono sì da riempire ma non con nuovo cemento bensì con attività agricole diffuse. Bisogna invertire la tendenza: non più la città che penetra la campagna con le sue lingue o isole di cemento, ma la campagna che ripenetra nella città urbanizzata. Un verde agricolo, dunque, che va difeso in modo attivo e non passivo. E anche un verde non agricolo, dai parchi archeologici alle aree naturalistiche, ai giardini di varia dimensione e natura che va utilizzato attraverso attività sostenibili. Non è solo un’alternativa urbanistica quella che qui si prospetta, ma anche un’alternativa economica fonte di buona occupazione che vede il territorio come un “bene comune” da sfruttare salvaguardandolo e riproducendolo e non distruggendolo con asfalto e cemento.

Per tutto questo non bastano gli slogan radicali e popolari; se ne sono avuti fin troppi in questi anni. Serve la determinazione nel far corrispondere i fatti alle parole. Una merce questa divenuta rarissima nel giro partitico. 

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