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Virginia in Travaglio

“Se ogni nuovo sindaco dovesse tagliare i ponti con le centinaia di dirigenti e funzionari comunali solo perché lavoravano anche prima, visto che licenziarli è vietato, la soluzione sarebbe una sola: bombardare col napalm i palazzi civici a ogni cambio della guardia, e senza preavviso agli inquilini”. Lo scrive oggi nel consueto articolo di fondo su “Il Fatto Quotidiano” Marco Travaglio a proposito di quel che sta succedendo a Milano e Roma. Lasciamo da parte la questione dell’autosospensione, ridicola, del sindaco di Milano, Sala.

rggi-e-frongiaE veniamo a quella, a noi più vicina, di Roma. L’amministrazione di Virginia Raggi sta subendo l’ennesimo terremoto dovuto all’arresto di quel Marra che lei, e il vicesindaco Frongia che l’ha introdotto nel Movimento pentastellato, ha voluto come suo punto di riferimento politico e amministrativo fondamentale. Un pilastro politico da lei difeso con le unghie e con i denti anche di fronte alle richieste di allontanamento fattegli dal leader Grillo e da gran parte dei deputati romani del Movimento nonché dall’associazionismo civico. L’arcigna Roberta Lombardi l’aveva definito un “virus che stava infettando il M5s”.

Una difesa, quella della Raggi, che è stata all’origine dell’avvio sussultorio e ondulatorio dell’esperienza “grillina” a Roma, simile al famoso “Ballo di San Vito” di popolare memoria. E che è anche un colpo non indifferente alle ambizioni governative sul piano nazionale verso cui i “grillini” si sentono lanciati. Il pullman che ieri mattina era in partenza per portarli a Siena per il loro flashmob in piazza Salimbeni davanti alla sede del Mps e che rimane fermo con le ruote politiche bucate dalla vicenda Marra, è l’emblema di quanto potrebbe capitare al M5s nei prossimi giorni.

marco-travaglio-la7-21-marzo-620x350Il succo politico è tutto qui. Ha ragione Travaglio a dire che quella della Raggi è “culpa in eligendo” ma non “in vigilando” perché la Raggi non poteva sapere di reati commessi negli anni passati, per la precisione nel 2013 – l’accusa dei giudici è di corruzione – e che solo ora vengono alla luce. Ma non è questo il punto. Il punto è che Marra, che ora la Raggi vuole far passare maldestramente come uno qualunque dei 23 mila funzionari, è stato, come abbiamo già esplicitato, da lei medesima fatto assurgere a pilastro politico della sua amministrazione – “se va via lui vado via anche io” minacciava -, senza considerare i suoi trascorsi politico-amministrativi, o, forse, come prospettano i maligni, proprio grazie a questi. E senza ascoltare i giudizi negativi dei suoi stessi e più qualificati “concittadini” del M5s. Per confermare la tesi che la Raggi non poteva sapere, Travaglio racconta che anche il suo giornale nei mesi passati si era dedicato a scandagliare i precedenti del Marra, che lo avevano incontrato, che lui si presentò con una valigia di faldoni e documenti, che – lo avvertirono i cronisti segugi – sarebbero stati verificati carta per carta. “Così facemmo – dice Travaglio – senza trovare nulla che smentisse la sua versione”. Ma non era il certificato penale che si doveva trovare immacolato; quello, come si è visto, non basta per definire una persona politica anche se appare competente e proveniente dall’apparato burocratico. A Roma poi, visti i precedenti di certa burocrazia capitolina, non basta proprio. Di Marra era il percorso politico amministrativo e anche la debordante ambizione carrieristica e di potere che avrebbero dovuto, da subito, apparire incompatibili col M5s. Cioè fin da quando il vicesindaco Frongia, allora nelle vesti di consigliere dell’opposizione pentastellata, lo conobbe e ne ebbe qualche interessato aiuto per conoscere i meandri della burocrazia capitolina, rimanendone folgorato come Saulo sulla via di Damasco.

Appare, perciò, del tutto sbagliato definire la sindaca Raggi “vittima dei ‘professionisti’ delle carte a posto”, come fa Travaglio. Le vittime di quel tipo ci sono state e ci sono. Nel passato anche politici di spessore, e non è questo il caso della Raggi, sono incorsi in qualche tradimento dei propri collaboratori, in qualche infiltrazione di personaggi poco raccomandabili nella cerchia dei loro consiglieri più fidati, nei loro staff o nelle loro segreterie, ma qui si tratta di ben altro. La Raggi non è una vittima, vittime sono i cittadini di romani, in primo luogo, che l’hanno plebiscitata solo sette mesi fa, e, a seguire, i suoi compagni di Movimento; tutte vittime vere della sua insipienza politica.

Marco Travaglio aggiunge, poi, come riflessione generale scaturente anche dalla vicenda milanese: “Le classi dirigenti sono ormai talmente inquinate dal malaffare endemico che non bastano le precauzioni più stringenti: tipo quelle adottate dalla sindaca romana che pretende dai nominandi il certificato penale e quello di nessuna indagine in corso”. “L’unica soluzione – conclude – è allevare nuove classi dirigenti per uno spoyl system che faccia tabula rasa del passato”. Un’invocazione giusta, ma vagamente giacobina, che non corregge la sua perdurante e sbagliata impostazione e visione politica tutte incentrate sul certificato penale dei politici. Averlo pulito è un presupposto, che non esaurisce l’altra esigenza: avere la capacità politica di scegliere le persone giuste per le politiche giuste che si vogliono perseguire. Oltre a quella di mobilitare e ascoltare i cittadini e la partecipazione della cittadinanza attiva. Se non si ha questa capacità, essenziale per risolvere i problemi che angustiano la città, non si è manco in grado di sbarrare il passo ai corrotti e agli imbroglioni. Anche a quelli a scoppio ritardato.

Prima dell’arrivo della magistratura, non dopo.


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