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Atac, il nodo lavoro agile: dal Comune pressing per due giorni a settimana

Per la municipalizzata dei trasporti romani, il lavoro da remoto sembra ancora un confine invalicabile, nonostante gli accordi firmati con Roma Capitale

In Atac, i vertici si rinnovano, i progetti strategici si rincorrono. Ma un punto, immobile come una barriera invisibile, resta sempre lì: Il lavoro agile.

Per la municipalizzata dei trasporti romani, il lavoro da remoto sembra ancora un confine invalicabile, nonostante gli accordi firmati con Roma Capitale prevedano chiaramente almeno due giorni a settimana per gli impiegati amministrativi.

Eppure, negli uffici dell’azienda, tutto è rimasto quasi com’era. Dopo la pandemia, gli impiegati sono stati richiamati in massa in presenza.

E quando, ad aprile 2024, alcuni lavoratori hanno trovato il coraggio di scrivere all’azienda chiedendo più flessibilità, la richiesta ha cominciato a circolare come un sasso caduto nello stagno: prima nei corridoi, poi tra i banchi dell’Aula Giulio Cesare, dove consiglieri di maggioranza e opposizione hanno iniziato a spingere nella stessa direzione.

Sembrava che qualcosa si stesse finalmente muovendo. La dirigenza aveva accettato una sperimentazione di due giorni di smart working, un piccolo spiraglio che per molti rappresentava un passo verso un’organizzazione più moderna.

Dal 25 novembre all’8 gennaio, circa 950 amministrativi hanno potuto lavorare per due giorni a settimana da casa: un intervallo breve, ma sufficiente per dare l’idea che il cambiamento fosse possibile.

Poi, all’improvviso, lo stop. La fase sperimentale è finita e l’azienda è tornata indietro, come se nulla fosse accaduto: solo quattro giorni di smart working al mese, non uno di più. Un segnale chiaro che gli impegni presi con il Comune restavano, per ora, lettera morta.

La questione è riesplosa in commissione Mobilità il 14 novembre. La sala era gremita: il presidente Zannola, il nuovo direttore generale Paolo Aielli e il presidente Alessandro Rivera erano lì per parlare del futuro dell’azienda, dei nuovi piani e dei nodi da sciogliere.

Ma a un certo punto, su richiesta del consigliere di Forza Italia Francesco Carpano, l’attenzione si è spostata bruscamente sul tema che da mesi serpeggia tra i dipendenti.

Perché Atac non riesce a garantire nemmeno due giorni di smart working?

Aielli e Rivera hanno confermato ciò che tutti sospettavano: si resta fermi a un solo giorno a settimana. Pur riconoscendo i benefici del lavoro agile, hanno parlato di un “necessario bilanciamento”, senza però chiarire quali siano gli ostacoli reali.

Hanno citato la natura “fortemente operativa” dell’azienda, una struttura in cui anche gli uffici amministrativi sarebbero legati a doppio filo ai depositi, agli interventi sul territorio, alle esigenze quotidiane della rete.

Una spiegazione che non ha convinto i consiglieri presenti. Da mesi insistono sulla necessità di ampliare lo smart working non solo per migliorare l’organizzazione interna, ma anche – e forse soprattutto – per alleggerire la pressione sul traffico cittadino, un obiettivo prioritario per la Capitale.

Nei mesi scorsi, per provare a calmare il malumore crescente, Atac aveva anche promosso una survey interna destinata ai dipendenti, definita uno strumento di “riflessione” per trovare un equilibrio tra esigenze operative e flessibilità.

Ma da allora, nessuno ha più visto quei risultati. E il silenzio sull’esito del sondaggio è diventato parte del problema.

Per questo, Carpano chiederà una nuova commissione interamente dedicata al tema. Non solo per far emergere i dati della survey, ma per rispondere a una domanda che aleggia ormai da mesi nei corridoi dell’azienda: perché, nel 2025, in Atac il lavoro da remoto sembra ancora una montagna troppo alta da scalare?


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