400 bunker di schiavi fantasma a Roma

4 mila lavoratori cinesi nel mercato nero. 400 euro al mese per lavorare 17 ore al giorno
Enzo Luciani - 7 Luglio 2008

 Alle 22 di giovedì 3 luglio 2008 scorso quaranta agenti della Polizia municipale dell’VIII gruppo hanno effettuato un vasto controllo sul territorio municipale volto al contrasto del lavoro nero nell’ambito dei laboratori di sartoria gestiti da cittadini cinesi.

I servizi igienici, in pessimo stato, pieni di sporcizia, fatiscenti e non adeguati al numero delle persone trovate a lavorare, le temperature elevatissime riscontrate all’interno dei locali, privi di impianti di aerazione, le scarse condizioni di sessanta persone tra uomini e donne di nazionalità cinese hanno indotto ad operare il sequestro di sei laboratori e al fermo di identificazione di dodici persone, tutte prive di permesso di soggiorno.

Citiamo da un articolo de Il Messaggero

Migliaia di nuovi schiavi preparano ogni giorno, nella periferia sud est di Roma, i capi di abbigliamento destinati a tanti canali diversi. La contraffazione, ma anche altri percorsi regolari: i tanti lavoratori fantasma negli scantinati-bunker cuciono i vestiti per committenti che sono società italiane; ma preparano anche i prodotti destinati ai negozi gestiti, in tutta Italia, da imprenditori cinesi, sempre più popolari perché i prezzi sono bassi e gli italiani (o gli altri immigrati) hanno sempre meno euro in tasca.

«L’operazione del 3 luglio 2008 – racconta il comandante dell’Ottavo Gruppo della Polizia municipale di Roma, Antonio Di Maggio – è stata importante. Ma il fenomeno ha radici profonde. Difficile da eliminare, questo è un effetto dei nuovi scenari economici, delle migrazioni, della globalizzazione». Sei i laboratori sequestrati, decine i cinesi clandestini trovati. Ma attenzione: difficilmente qualcuno di loro tornerà a casa, troppo complicato e costoso imbarcarli su un volo diretto a Shanghai o a Pechino.
Ma quanti sono i laboratori come quelli scoperti dalla municipale? Nessuno li vede, ma sono tantissimi e non producono solo capi di abbigliamento. A volte sono centri di smistamento o di assemblaggio di prodotti importati dalla Cina.

Ma le condizioni di lavoro – fatta la tara ovviamente di tutti gli imprenditori onesti – non sarebbero mai accettate da un operaio italiano. Nella periferia sud-est, sulla Tiburtina, sulla Collatina, sulla Tuscolana, ma anche sull’Ostiense, sono oltre 400 tenendo conto che solo all’Ottavo Municipio ne sono già stati individuati una ventina – i laboratori-bunker dove le giornate di lavoro spesso durano diciassette ore; dove, spesso, le finestre sono oscurate, non c’è aria condizionata, le condizioni di sicurezza sono approssimative, lo stipendio è di 400 euro.

Come si è arrivati, a Roma, a questo scenario? «Ripensiamo a che cosa è successo nella Capitale circa dieci anni fa», ricorda Antonio Di Maggio. In tutta la zona dell’Esquilino (area centrale di Roma) si moltiplicano i depositi e i centri all’ingrosso di imprenditori cinesi. E’ un fenomeno che si stenta a regolare e che corre parallelo all’illegalità e al business della contraffazione. Quando il Campidoglio prova una timida risposta per dare delle regole, ma soprattutto quando gli imprenditori cinesi capiscono che l’Esquilino è troppo piccolo e al centro dell’attenzione, comincia allora l’espansione. La delocalizzazione in periferia. Nel 2001-2002 i depositi si spostano nei quartieri sud orientali di Roma e al Portuense, ma poi avviene il salto: non c’è più solo l’importazione, ma si intensifica la produzione di merce. Il flusso di immigrati dalla Cina è inarrestabile, c’è sempre manodopera disponibile, disciplinata, pronta a sacrifici disumani per ripagare il debito contratto per venire in Italia. «Spesso arrivano passando da altri paesi dell’Europa, prevalentemente dell’Est», spiega Di Maggio.

E il “viaggio dei disperati” è un pacchetto tutto compreso: l’imprenditore cinese sa a chi rivolgersi per fare arrivare nuova manodopera – «si fanno chiamare manager quelli che fanno da mediatori», sorride Di Maggio. Dall’altra parte del mondo, soprattutto dallo Zhejiang (a sud di Shanghai) c’è sempre qualcuno che non beneficia della crescita roboante della Cina, che continua a non fare parte della casta dei nuovi ricchi, e che accetta di indebitarsi – 15 mila euro – per venire in Europa.

Qui, chi gli darà lavoro, organizza tutto: «Ci sono due scenari – spiega Di Maggio – spesso dormono all’interno delle fabbriche o negli scantinati; in altri casi, in questi quartieri periferici, ci sono appartamenti, a poche centinaia di metri dalle fabbriche, in cui vengono ammassati a decine in poche stanze. E non li vedrete mai: la loro vita è dormire e lavorare».

Molti di loro il Colosseo non l’hanno neppure visto: Napoli, Prato, Roma o Milano è esattamente la stessa vita. E così i laboratori si moltiplicano, anche Roma scopre che banali conquiste di civiltà sono azzerate ogni giorno. E anche nella comunità cinese di fatto si stanno dipanando due strade: quella dei giovani di seconda generazione, figli di imprenditori e commercianti, cresciuti nelle scuole italiane, ben inseriti e pronti al dialogo con il mondo esterno, che fondano associazioni e siti internet, tifano Roma e parlano con accento romanesco. E loro, i fantasmi, quelli che restano negli scantinati diciassette ore al giorno.

Fonte Il Messaggero (7 luglio 2008 articolo di Mauro Evangelisti)


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