

L'Ordine professionale promuove la cautela: "L'emergenza si risolve con la rigenerazione e la qualità, non solo cementificando"
Trovare una via d’uscita rapida alla crisi degli alloggi è un imperativo nazionale, ma muoversi sull’onda della fretta rischia di trasformarsi in un clamoroso autogol urbanistico.
È questo il monito, intriso di interesse ma anche di profonda cautela, che l’Ordine degli Architetti di Roma lancia all’indirizzo del Governo in merito alle linee guida del nuovo Piano Casa.
La convinzione dei professionisti del settore è netta: la sfida odierna non può ridursi alla semplice conta dei metri cubi edificati o recuperati. Serve, al contrario, una visione d’insieme che sappia fare tesoro degli abbagli del passato, evitando di replicare gli errori strutturali che hanno segnato le stagioni più buie dell’edilizia nel nostro Paese.
A tracciare un parallelo scomodo è Lorenzo Busnengo, vicepresidente dell’Ordine capitolino, che evoca lo spettro di uno dei provvedimenti più controversi della storia recente: il Superbonus 110%.
Secondo l’analisi di Busnengo, il pericolo tangibile è che anche questa nuova maxi-manovra statale possa generare pesanti distorsioni sociali ed economiche se non verrà agganciata a una pianificazione strategica di ampio respiro, capace di coniugare il restyling dei palazzi con la rinascita del tessuto urbano e sociale. Si tratta di una riflessione che mette in discussione l’approccio storico dell’Italia alle politiche per l’abitare.

Per la categoria dei progettisti, il vero fulcro del problema risiede nello stato di salute dell’edilizia residenziale pubblica. Nella Capitale, così come nelle principali metropoli italiane, interi quartieri popolari attendono da decenni interventi strutturali radicali, prigionieri di un isolamento cronico fatto di degrado, povertà energetica e assenza totale di servizi di prossimità. È proprio su questo immenso patrimonio abbandonato che dovrebbero confluire, in via prioritaria, i fondi stanziati dal piano governativo.
Il timore diffuso tra gli addetti ai lavori è che ci si limiti a una risposta puramente quantitativa – volta solo ad aumentare il numero complessivo degli alloggi disponibili – tralasciando la qualità degli spazi comuni e le relazioni umane che da quei luoghi traggono linfa.
Gli architetti ricordano come le più problematiche periferie della penisola siano nate proprio da una programmazione miope, che ha privilegiato l’edificazione selvaggia di dormitori isolati senza preoccuparsi di realizzare contemporaneamente trasporti, presidi culturali e funzioni urbane in grado di cementare una comunità. Quartieri nati sulla carta e diventati nel tempo l’emblema della marginalità e del fallimento delle storiche politiche abitative pubbliche.
Il nodo sollevato dall’Ordine non guarda però soltanto alle vecchie ferite del territorio. Il Piano Casa del futuro dovrà infatti misurarsi con un quadro demografico radicalmente mutato rispetto all’epoca d’oro dei quartieri popolari del Novecento.
Oggi le necessità di chi cerca un tetto sono polverizzate: il progressivo invecchiamento della popolazione, il boom della mobilità studentesca, la proliferazione di nuclei monocomponenti, i flussi migratori e lo sdoganamento del lavoro agile impongono architetture flessibili, capaci di integrare gli spazi privati con servizi condivisi e di prossimità. In quest’ottica, la richiesta formale è quella di non limitarsi a sfornare nuovi appartamenti, ma di finanziare una vera rigenerazione che elevi lo standard della vita quotidiana.
Altrettanto centrale è il tema dell’inclusività strutturale. Alice Buzzone, segretaria dell’Ordine romano, pone l’accento sulla necessità impellente di fare dell’abbattimento delle barriere architettoniche un pilastro non negoziabile di ogni singolo cantiere aperto dalla nuova legge.
Secondo Buzzone, le pur massicce campagne di ristrutturazione dell’ultimo periodo hanno fallito l’appuntamento con la storia, non riuscendo a rendere davvero accessibile il vecchio patrimonio immobiliare esistente. Il Piano Casa diventa quindi un treno da non perdere, soprattutto in un Paese che cammina a grandi passi verso una terza età diffusa.
Infine, gli architetti sollevano una perplessità sulla geografia dei finanziamenti. L’ombra da disperdere è quella di una concentrazione dei flussi economici esclusivamente all’interno dei grandi poli metropolitani, un’operazione che finirebbe per tagliare fuori quella fitta rete di medi e piccoli comuni che rappresenta la vera spina dorsale del territorio italiano.
La sfida della casa, ricordano da Roma, è una questione nazionale e richiede risposte elastiche, capaci di plasmarsi su realtà locali profondamente dissimili.
Da qui il forte appello lanciato ai palazzi della politica per l’apertura immediata di un tavolo di confronto permanente con i professionisti dell’area tecnica. L’intento degli architetti non è quello di frenare la macchina del Piano Casa, ma di mettersi a disposizione per blindarne l’efficacia, evitando che l’ansia di dare risposte immediate all’emergenza finisca per partorire nuove e insanabili fratture urbanistiche e sociali. La partita in gioco va ben oltre i cantieri: ridisegna l’idea stessa di città per i prossimi trent’anni.
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