L’Apostrofo Rosa – Eleonora De Nardis Giansante

Con la direttrice del JuBuk Fest parliamo di femminismo, lavoro, violenza di genere e trasformazione sociale

È Eleonora De Nardis Giansante l’ospite del salotto virtuale della nostra rubrica L’Apostrofo Rosa. Sociologa e giornalista romana, di origine abruzzese, direttrice del festival letterario JuBuk Fest.

In questa conversazione, Eleonora De Nardis Giansante ci guida tra le pagine del suo ultimo saggio “Appunti femministi“, sviscerando i nodi cruciali del femminismo contemporaneo e ricordandoci perché quest’ultimo rimanga la più potente forza di trasformazione sociale a nostra disposizione.

Perché ha scelto il titolo “Appunti femministi”?

Questo libro nasce come una raccolta di riflessioni, esperienze e osservazioni sul femminismo contemporaneo. La parola “appunti” richiama l’idea di un percorso aperto, in continua evoluzione, che invita al confronto e alla crescita collettiva.

Quando è nato il libro?

È scaturito dall’esigenza di mettere insieme riflessioni maturate nel tempo, attraverso lo studio, l’attualità e il confronto con altre attiviste. È il risultato di un percorso personale e politico che ha preso forma gradualmente, negli anni di scrittura e di piazze.

Che cosa significa oggi definirsi femminista?

Impegnarsi attivamente per costruire una società più giusta, in cui tutti gli individui abbiano gli stessi diritti e le stesse opportunità, indipendentemente dal genere. Significa anche riconoscere e contrastare discriminazioni e disuguaglianze ancora presenti. E allo stesso tempo tutelare e valorizzare le differenze che invece sono una grande ricchezza per la società.

Nel libro torna spesso il tema dell’intersezionalità. Perché è importante?

È fondamentale perché ci ricorda che le discriminazioni non agiscono mai in modo isolato. Genere, etnia, orientamento sessuale, classe sociale, inabilità e altri fattori socioeconomici possono intrecciarsi, creando esperienze diverse di esclusione o privilegio. Un femminismo realmente inclusivo, a mio parere, non può non tenerne conto.

Il lavoro è ancora una questione femminista?

Assolutamente. Persistono differenze salariali, ostacoli alla carriera, maggiore precarietà e un carico di lavoro domestico e di cura che ricade soprattutto sulle donne. Parlare di lavoro significa parlare di autonomia economica, diritti e libertà.

Qual è l’errore più frequente nel racconto dei femminicidi?

Raccontarli come episodi isolati o come tragedie nate dalla gelosia o dalla passione. In realtà il femminicidio è un fenomeno strutturale, sistemico ed endemico nella società, legato alla violenza di genere e ai rapporti di potere, e dovrebbe essere raccontato in questo contesto, come esasperazione di una matrice culturale che è quella patriarcale.

I social network aiutano o ostacolano il dibattito femminista?

Possono fare entrambe le cose. Da un lato permettono di diffondere informazioni, creare reti di sostegno e dare voce a chi spesso non viene ascoltato. Dall’altro possono favorire la disinformazione, l’odio e le semplificazioni. Dipende da come vengono utilizzati, come ogni opportunità delle tecnologie.

Qual è il messaggio che vorrebbe lasciare ai lettori?

Vorrei invitare a considerare il femminismo non come qualcosa che divide, ma come uno strumento per comprendere meglio la realtà e contribuire a renderla più equa. Il cambiamento nasce dalla conoscenza, dal dialogo e dalla partecipazione di tutti.

E il femminismo, lungi dall’essere un brand alla moda, è l’unica vera forza trasformativa radicale per permetterci di immaginare nuovi mondi possibili.

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