

Dal teatro al cinema, passando per il burlesque, scopriamo il percorso artistico dell'attrice
In questo appuntamento con la nostra rubrica L’Apostrofo Rosa ospitiamo Giulia Di Quilio, attrice e artista nata a Chieti nel 1980 e trasferitasi giovanissima a Roma, che ha attraversato diversi linguaggi dello spettacolo, dal teatro al cinema fino al podcast e al burlesque.
Con lei abbiamo parlato di recitazione, del rapporto con il corpo femminile, delle contraddizioni delle donne contemporanee e della parte meno raccontata del mestiere dell’attrice: l’incertezza, i rifiuti e la necessità di continuare a credere in se stesse.

Se dovessi presentarti a chi non ti ha mai vista sul palco o sullo schermo, quali tre parole useresti?
Gioiosa, intensa e ironica. La mia gioia di divertirmi sul palcoscenico è ciò che credo si noti in prima istanza quando mi esibisco. L’intensità arriva dopo, è il mio modo naturale di vivere le emozioni, sia nella vita che sulla scena. E l’ironia mi salva sempre: credo che sia un ottimo antidoto per non prendermi troppo sul serio.
C’è un momento preciso in cui hai capito che la recitazione sarebbe diventata la tua strada?
Non c’è stato un momento preciso, ma una sensazione che è cresciuta nel tempo. Da bambina interpretavo le favole (soprattutto la piccola Fiammiferaia) davanti ai miei fratelli più piccoli, poi, quando sono salita su un palcoscenico per la prima volta, ho capito che quello era uno dei pochi luoghi in cui mi sentivo davvero vista. Da allora ho continuato a inseguire quella sensazione, anche cambiando forma o linguaggio: teatro, cinema, podcast e burlesque.
Quali incontri hanno lasciato un segno nel tuo modo di lavorare?
Ogni regista e ogni collega mi hanno lasciato qualcosa. Sicuramente lavorare con Paolo Sorrentino è stata un’esperienza importante, perché osservare il suo modo di costruire immagini e atmosfere è una lezione continua. Ma devo molto anche al teatro e ai maestri con cui mi sono formata: lì ho imparato disciplina, ascolto e il rispetto assoluto per il pubblico. Non riesco a citare un solo Maestro, ma me ne vengono in mente diversi: Gino Landi, Alvaro Piccardi, ma anche Antonello Avallone e Giuseppe Di Pasquale.
Nei tuoi lavori il corpo ha spesso un ruolo centrale: quanto è cambiato il modo in cui viene guardato e raccontato sulla scena?
Credo che oggi, almeno in parte, ci sia una maggiore consapevolezza. Per anni il corpo femminile è stato soprattutto qualcosa da guardare. Io ho sempre cercato di raccontarlo come uno strumento espressivo, un linguaggio. Anche attraverso il burlesque ho provato a ribaltare lo sguardo: non il corpo come oggetto, ma come scelta, identità, ironia e potere narrativo.
Quali temi senti più urgenti da raccontare oggi?
Mi interessano le contraddizioni delle donne contemporanee. Il desiderio, la libertà, il tempo che passa, l’identità, la sensualità vissuta senza vergogna. Mi affascinano soprattutto quei personaggi femminili che sfuggono alle etichette e che continuano a reinventarsi, anche quando la società vorrebbe definirli in un solo modo.
Qual è la parte meno romantica del lavoro dell’attrice?
L’incertezza. È un mestiere fatto di attese, rifiuti, provini che non portano a nulla e periodi in cui devi continuare a credere in te stessa anche quando il telefono non squilla. È un lavoro che ti mette continuamente alla prova, non solo artisticamente ma anche emotivamente.
Qual è un pregiudizio sul mestiere dell’attrice che vorresti sfatare?
Che bastino il talento o la bellezza. In realtà servono nervi saldi, studio e una capacità enorme di rialzarsi dopo ogni delusione. È una professione molto più simile allo sport, ha bisogno di un allenamento e una concentrazione costante.
Se potessi lasciare un messaggio vocale alla Giulia di dieci anni fa, cosa le diresti?
Le direi di avere più fiducia. Di smettere di pensare di essere sempre in ritardo rispetto agli altri. Di non cercare continuamente conferme all’esterno e di non avere paura di prendere strade meno convenzionali. Le direi anche una cosa che oggi sento profondamente: non rinunciare mai alla tua autenticità per piacere a qualcuno. Sarà proprio quella, alla fine, il tuo valore più grande.
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