

Bullismo, solitudine e cyberbullismo: Claudia Conte racconta le fragilità dei giovani e la necessità di trasformare il silenzio in dialogo
Dare voce a chi non riesce a parlare. È questo il filo conduttore del percorso di Claudia Conte, giornalista e scrittrice da anni impegnata sui temi del bullismo, del disagio giovanile e della prevenzione.
Nel suo romanzo “Dove nascono i silenzi”, nato dall’ascolto di tante storie e testimonianze, racconta le fragilità che spesso si nascondono dietro un silenzio, un isolamento, un cambiamento improvviso.
Dalla scrittura all’impegno nell’Osservatorio Nazionale sul Bullismo e sul Disagio Giovanile dove ne è attualmente portavoce, Claudia Conte affida alla parola un obiettivo preciso: trasformare il silenzio in dialogo e il dolore in possibilità di rinascita.
In questa intervista per L’Apostrofo Rosa racconta il suo percorso, le sfide che affrontano oggi i giovani e l’importanza di ascoltare prima che sia troppo tardi.

Claudia Conte, come nasce la tua passione per il giornalismo e la scrittura?
Nasce dalla curiosità e dall’ascolto. Fin da piccola ho sentito il bisogno di capire le persone, le loro storie, le loro fragilità. Il giornalismo mi ha dato gli strumenti per raccontare la realtà, mentre la scrittura mi ha permesso di entrare nell’animo umano con maggiore profondità. Sono due linguaggi diversi ma complementari: uno cerca i fatti, l’altro cerca le emozioni che quei fatti lasciano dentro di noi.
C’è un incontro o un’esperienza professionale che ti ha segnata particolarmente?
In tanti anni di lavoro ho incontrato persone straordinarie: vittime di violenza che hanno sofferto e si sono rialzate, ragazzi che hanno subito bullismo, famiglie che hanno trasformato il dolore in impegno civile. Sono loro ad avermi insegnato che dietro ogni notizia esiste una vita, e che il giornalismo non deve limitarsi a raccontare ciò che accade, ma può contribuire ad accendere una riflessione e, talvolta, persino a cambiare le cose.
Partiamo dal titolo del romanzo: Dove nascono i silenzi. Dove nascono, secondo te, questi silenzi?
I silenzi nascono quando una persona pensa di non essere ascoltata, quando la paura prende il posto della fiducia, quando il giudizio prevale sull’accoglienza. Nascono nelle famiglie che smettono di dialogare, nelle scuole dove qualcuno si sente invisibile, nelle relazioni in cui il dolore viene nascosto per vergogna. Ma il silenzio può essere spezzato da una parola, da uno sguardo, da una mano tesa. Ed è proprio questo il messaggio del libro: nessuno dovrebbe sentirsi solo nel proprio dolore.
Come nasce il tuo impegno nell’Osservatorio Nazionale sul Bullismo e sul Disagio Giovanile?
È nato quasi naturalmente. Nel mio lavoro ho incontrato tantissimi giovani e ho compreso quanto fosse urgente dare voce alle loro difficoltà. Collaborare con l’Osservatorio significa promuovere progetti nelle scuole, sensibilizzare le famiglie, costruire una rete tra istituzioni, educatori e ragazzi. Credo che prevenire sia sempre più efficace che intervenire quando il danno è già stato fatto.
Quali sono oggi i segnali più preoccupanti che osservate tra gli adolescenti?
La solitudine è forse il segnale più allarmante. Viviamo in un mondo iperconnesso, ma molti ragazzi si sentono profondamente soli. Crescono l’ansia, la paura del giudizio, il bisogno continuo di approvazione attraverso i social. Sempre più spesso il disagio si manifesta con isolamento, rifugio nelle dipendenze, difficoltà a chiedere aiuto. Per questo è fondamentale creare spazi di ascolto autentico.
Il bullismo è cambiato rispetto a dieci anni fa? In che modo il cyberbullismo ha trasformato il fenomeno?
Sì, è cambiato profondamente. Un tempo il bullismo finiva spesso con la campanella della scuola. Oggi, con il cyberbullismo, può continuare ventiquattro ore su ventiquattro. Un insulto o un video condiviso online possono raggiungere migliaia di persone in pochi minuti e restare in rete per anni. Questo rende le ferite ancora più profonde e difficili da rimarginare. È una sfida che richiede nuove competenze educative e una maggiore responsabilità da parte di tutti.
È possibile educare i giovani a un uso più consapevole della rete senza demonizzare la tecnologia?
Assolutamente sì. La tecnologia non è il problema: dipende da come la utilizziamo. Internet offre opportunità straordinarie di conoscenza, crescita e condivisione. Dobbiamo insegnare ai ragazzi il rispetto, il senso critico e la responsabilità digitale, proprio come insegniamo loro a comportarsi nella vita reale. Educare significa accompagnare, non proibire.
C’è una storia raccolta attraverso l’Osservatorio che ha influenzato particolarmente la scrittura del libro?
Non c’è un’unica storia. Dove nascono i silenzi è il risultato di tante testimonianze ascoltate negli anni. Ho incontrato ragazzi che avevano perso la fiducia negli altri, giovani donne vittime di violenza, famiglie incapaci di comunicare. Nessuno dei personaggi è la copia di una persona reale, ma tutti custodiscono emozioni autentiche raccolte lungo il mio percorso umano e professionale.
Come si può costruire un dialogo più aperto tra genitori e figli?
Partendo dall’ascolto. Spesso gli adulti sono pronti a dare consigli, ma dedicano poco tempo ad ascoltare davvero. I ragazzi hanno bisogno di sentirsi accolti anche quando sbagliano. È importante creare momenti di dialogo senza telefoni, senza fretta, senza giudizi. La fiducia si costruisce nella quotidianità, attraverso piccoli gesti costanti.
Secondo te la scuola italiana dispone oggi degli strumenti adeguati per affrontare il bullismo?
Negli ultimi anni sono stati compiuti passi importanti, ma c’è ancora molto da fare. Molti insegnanti affrontano queste problematiche con grande competenza e sensibilità, tuttavia hanno bisogno di maggiore formazione, di psicologi scolastici presenti in modo stabile e di una rete più forte con le famiglie e le istituzioni. La scuola non può essere lasciata sola.
Che cosa chiedete oggi alle istituzioni per contrastare in modo più efficace bullismo e disagio giovanile?
Chiediamo investimenti nell’educazione e nella prevenzione. Servono psicologi nelle scuole, percorsi di educazione emotiva, formazione continua per docenti e genitori e campagne di sensibilizzazione permanenti. È fondamentale fare rete: scuola, famiglia, istituzioni, terzo settore e mondo dell’informazione devono lavorare insieme. Solo così possiamo costruire una cultura del rispetto.
Se dovessi lasciare un messaggio ai ragazzi che stanno vivendo una situazione di bullismo, quale sarebbe? Quale messaggio desideri affidare agli adulti che leggeranno Dove nascono i silenzi?
Ai ragazzi vorrei dire una cosa semplice: non pensate di dover affrontare tutto da soli. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma il primo atto di coraggio. La vostra vita vale molto più delle parole cattive di chi cerca di ferirvi.
Agli adulti, invece, vorrei chiedere di imparare ad ascoltare davvero. Dietro un silenzio, un cambiamento improvviso, un sorriso che scompare, può nascondersi una richiesta d’aiuto. Dove nascono i silenzi è un invito a non voltarsi dall’altra parte. Perché ogni volta che scegliamo di ascoltare, di comprendere e di esserci, quel silenzio può finalmente trasformarsi in speranza.
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