

Dall’etica giornalistica alle ventuno donne afghane raccontate nel suo ultimo libro: ascolto, memoria e battaglie per i diritti
Raccontare la realtà, dare voce a chi spesso non viene ascoltato e trasformare le storie individuali in occasioni di riflessione collettiva: è questo il filo conduttore del lavoro di Angela Iantosca, giornalista che ha fatto dell’ascolto, dell’empatia e dell’impegno civile i principi fondamentali della propria professione.
Nell’intervista, il giornalismo diventa molto più di un semplice racconto dei fatti: è uno strumento per comprendere la complessità del mondo, restituire dignità alle persone e affrontare temi che non possono essere ignorati.
Al centro della conversazione c’è anche Donne. Resistenza. Libertà., il libro che raccoglie le storie di ventuno donne afghane e le loro esperienze di coraggio, resilienza e trasformazione.
Attraverso le loro vicende, la giornalista riflette sulle conquiste ottenute, sulle disuguaglianze ancora presenti e sulle battaglie che restano da combattere per una reale parità di genere.
Un dialogo che intreccia giornalismo, diritti e memoria, ricordandoci che la libertà non è mai una conquista definitiva e che il cambiamento nasce dalla consapevolezza e dalla responsabilità di ciascuno.
Racconti spesso realtà che preferiremmo non vedere. Che cosa accade dentro una giornalista quando, dopo aver ascoltato una storia difficile, deve chiudere il taccuino e tornare alla propria vita?
La vita si sposta e si centra sempre di più. Si fa vivida e più reale. Si fa carne viva. Diventa (ancor di più) responsabilità, impegno, urgenza. Parola. Si riempie di nuove sfumature e voci.
Non c’è soluzione di continuità tra la Angela giornalista e la Angela persona: quando inizio a realizzare un’intervista con me c’è la Angela persona, quando chiudo il taccuino la Angela giornalista resta con me. Lo sguardo si dilata e accoglie nuove prospettive, nuovi suoni, odori, esperienze.
Viviamo in un’epoca in cui tutti possono raccontare tutto, immediatamente. Che cosa può ancora fare un giornalista che un semplice post sui social non può fare?
Raccontare un fatto senza inseguire il like. Raccontare un fatto indagandolo, approfondendo, partendo dalle fonti e arricchendolo di interviste, incontri. Raccontare un fatto incontrandone i protagonisti e dando voce alle storie. Raccontare un fatto senza il pensiero del numero di battute necessarie e sufficienti a provocare attenzione in chi legge. Raccontare un fatto senza l’utilizzo delle parole chiave per assicurarsi follower.
Raccontare un fatto senza pregiudizi, senza schieramenti e posizioni partitiche, senza la ricerca dell’approvazione di una parte del pubblico. Raccontare un fatto mosso dalla deontologia, dall’etica e dalla ricerca dell’oggettività e della verità.
Raccontare un fatto sviscerandolo e ricordando sempre che “nell’esercitare il diritto dovere di cronaca, il giornalista è tenuto a rispettare il diritto della persona alla non discriminazione per razza, religione, opinioni politiche, sesso, condizioni personali, fisiche o mentali”, come si legge nel nostro Codice deontologico.
I social non sono fonti (anche se spesso vengono usati come tali), ma arene in cui si assiste a duelli cruenti, senza esclusioni di colpi. Non sono luoghi di approfondimento, ma piazze costruite (attraverso la gestione degli algoritmi) per alimentare fragilità e debolezze, violenza e insicurezza (basta leggere “Qualcosa è andato storto” del giornalista Riccardo Luna per comprenderlo appieno): il giornalismo è altro, anche se a volte è il primo a dimenticarlo.
Per farsi un’idea della realtà il giornalismo e i giornalisti sono beni ancora necessari, da tutelare e a cui garantire libertà d’espressione.
Quando una persona ti affida una storia molto intima, dove finisce il diritto del pubblico a conoscere e dove comincia il diritto di quella persona a essere protetta?
Prima per me viene sempre il diritto della persona raccontata ad essere rispettata e tutelata. Ogni volta che intervisto qualcuno – e spesso si tratta di fragili, persone che hanno attraversato difficoltà o che sono nella difficoltà –, se ci sono delle parti che mi sono state confessate, ma che l’intervistato non desidera rendere pubbliche, da parte mia ci sarà sempre la tutela di quelle parti.
Sono convinta che ci sono aspetti che possono essere omessi senza che il senso della storia perda di forza e valore e sono convinta che i silenzi, le pause possono avere forza dirompente tanto quanto le parole.
C’è una tentazione molto forte nel giornalismo: trasformare il dolore in una storia “forte”. Come si racconta la sofferenza senza trasformarla in spettacolo?
Non andando oltre un silenzio che fa più rumore di molte parole (come dicevo prima), evitando di spingere nella direzione richiesta (Dall’editore? Dal pubblico? Dalle piattaforme?), rispettando la persona che si ha di fronte, ricordando che si tratta di un essere umano come noi, non un soggetto da spremere a proprio piacimento perché funzionale ad altro.
E, cosa importantissima, semplicemente rispettando se stessi come persone e come giornalisti: se si è spinti dal desiderio di narrare una storia per ciò che è, senza voler indugiare, anche con l’utilizzo di espressioni rodate e circonlocuzioni che producono un certo effetto in chi ascolta, non si cadrà nel tranello e nella tentazione.
Il dolore potrebbe essere il nostro: non dimentichiamolo mai. E non dimentichiamo mai l’empatia, uno strumento utile nella vita in generale e in particolare nella professione di giornalista.
Che cosa hai imparato sulle persone dopo aver ascoltato così tante storie? E soprattutto: c’è qualcosa che hai smesso di giudicare?
Mi reputo fortunata perché non ho mai giudicato: non potrei fare questo lavoro se fossi giudicante. Un giornalista che giudica o che arriva ad un’intervista già con un’idea su chi andrà a incontrare si preclude la possibilità dell’incontro e tutto ciò che può portare.
E credo che questo esercizio dovrebbero provare a farlo tutti, prima nella vita: quanto male fanno gli occhi giudicanti… Quindi è fondamentale prepararsi, sapere tutto dell’interlocutore, ma non porsi su un piedistallo, non osservare da un angolo o da un punto di vista partitico: quella distanza e quella ‘parte’ non ci permetterebbero di avere i sensi attivi al massimo e a 360 gradi!
Sicuramente l’incontro con tanti esseri umani di diversa estrazione, provenienza, con storie diversissime tra di loro, mi ha insegnato e mostrato che tutti (uomini e donne) – se si danno questa possibilità – hanno la forza di trasformare ogni ferita, ogni sofferenza in punti di forza, che ci sono molte più persone empatiche e attente al prossimo di quanto si crede o si racconta, che c’è una bellezza dalla quale siamo circondati che non siamo in grado di vedere, che proprio questa bellezza ci salverà.
Una bellezza che ha tanti nomi, che parla tante lingue e che arriva dai luoghi più impensabili della Terra.
Nel titolo del tuo ultimo libro ci sono tre parole molto forti: donne, resistenza, libertà. Quale delle tre rappresenta, oggi, la domanda più urgente?
Resistenza. Una parola che è un invito rivolto a tutti senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, come recita l’articolo 3, proprio perché l’articolo 3 si possa realizzare, nella parità e nella libertà!
Nel raccontare queste donne, qual è stata la cosa che più ti ha sorpresa e che magari ha modificato il modo di guardare il tema della libertà?
La vicinanza delle battaglie di queste donne alle battaglie delle nostre Madri costituenti, intuizione da cui è nato il libro. C’è un filo che ci unisce tutti. Un filo che da anni incontro grazie al mio lavoro: un filo fatto di scelte nel nome della libertà di tutti, dell’affermazione dei diritti di tutti, della pace!
Quanto della libertà che consideriamo acquisita è realmente tale? E quali sono invece le libertà che le donne devono ancora conquistare?
Da un punto di vista giuridico le leggi ci sono (a parte la questione del congedo di paternità), ma siamo ancora lontani dal poter parlare di una piena parità perché spesso non si applicano le leggi (pensiamo alla parità salariale) e perché i costumi, i comportamenti hanno tracce di un passato che fatica ad andar via.
Ce lo dicono i femminicidi, la cultura patriarcale, il retaggio culturale, l’educazione che non è ancora paritaria in seno alle famiglie, quell’eco del “delitto d’onore”, una legge cancellata solo nel 1981.
Ma anche la diversità degli stipendi: nonostante l’articolo 37 voluto dalle Madri costituenti (a cominciare da Maria Federici Agamben) che ci ricorda che uomini e donne che svolgono lo stesso lavoro devono essere pagati nello stesso modo, il Gender Pay Gap esiste e in Italia registra punte del 35%.
Ce lo ricorda la limitata presenza delle donne in luoghi apicali: nel 2025 i dirigenti privati donne arrivano al 23%; nel mondo sanitario i medici donna sono il 60% dei professionisti ospedalieri, ma solo il 22% ricopre la posizione dirigenziale di una Asl e cioè è direttore generale.
Ce lo ricorda il fatto che l’Italia è tra gli ultimi Paesi europei per partecipazione femminile al lavoro, ben al di sotto di Germania (75%), Francia (68%) e Spagna (64%). Dati che diventano ancora più negativi se si considerano altri fattori: la maternità, i territori in cui si lavora (Sud, Centro, Nord) e le condizioni economiche di partenza.
Forse è tempo di interrogarsi davvero, anche sul senso stesso del concetto di parità. Ma anche sulla relazione tra maschi e femmine, su che società vogliamo costruire.
La parità di cui ci parlava Teresa Mattei negli anni Quaranta è la parità a cui ambiscono le giovani di oggi? Cosa significa per un maschio parità? I rigurgiti di patriarcato a cui stiamo assistendo in che direzione vanno? Possiamo parlare di parità se quasi tutte le ragazze hanno paura di uscire da sole? Se in molte portano con sé lo spray al peperoncino?
E possiamo parlare di parità se i fidanzatini pensano di dover svolgere la funzione di bodyguard? O che sia normale il controllo dell’abbigliamento e della posizione del cellulare o dei messaggi della partner? Possiamo parlare di parità quando più del 30% delle donne non ha un conto corrente privato e deve chiedere al compagno i soldi per qualsiasi spesa?
Credo che ci sia un grande lavoro da svolgere e che un buon punto di partenza potrebbe essere l’educazione all’affettività che significa educazione al rispetto di se stessi, quindi degli altri (dal più vicino al più distante).
Nel libro la resistenza nasce anche dalle difficoltà e dalle ferite. È possibile trasformare una fragilità in una forma di forza?
Si chiama Kintsugi ed è una tecnica di restauro ideata da ceramisti giapponesi nel 1400 e che consiste nel lasciare visibili le fratture di vasi o tazze da tè, mettendole in evidenza con polvere d’oro.
Il significato? Le ferite possono essere passaggi che possiamo rendere preziosi e che ci rendono unici nel nostro cammino della vita. Le ferite sono momenti da far brillare e non nascondere.
Le storie delle ventuno donne raccontate nel libro sono storie di Kintsugi. Ognuna di loro è cambiata, ha trovato strategie di sopravvivenza, ha mostrato tenacia, forza, determinazione, umiltà, gratitudine, nonostante il dolore e le perdite.
Quanto è importante raccontare le storie di donne non come “vittime”, ma come protagoniste delle proprie scelte e della propria trasformazione?
Fondamentale. Le donne afghane non si raccontano mai come tali. E tengono particolarmente al fatto di non essere raccontate come tali.
Che responsabilità abbiamo nel trasmettere alle generazioni più giovani la memoria delle conquiste ottenute dalle donne?
Una grande responsabilità che si deve tradurre nella vita quotidiana in scelte chiare e coerenti, nel fare memoria, nel raccontare ai giovani ciò che è stato perché non accada e perché ognuno di noi sia staffetta sul futuro delle battaglie iniziate ottanta anni fa.
Coinvolgiamo i giovani, rendiamoli protagonisti, facciamogli fare esperienza diretta. Portiamoli nei luoghi in cui c’è ancora l’eco di chi si è sacrificato per la nostra libertà, rileggiamo insieme la Costituzione e riscopriamo quanto sia viva, proponiamo giochi interattivi per fare in modo che non sia un pezzo di carta, ma uno strumento che ci guidi nelle scelte di tutti i giorni.
Se una lettrice chiudesse Donne. Resistenza. Libertà. e si portasse dietro una sola idea, quale vorrebbe che fosse?
Vorrei che si portasse dietro l’idea che ognuno fa parte di un Noi, una rete, con la quale interagire per la piena affermazione dei diritti di tutti. Solo il Noi può realizzare il cambiamento.
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