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L’Azerbaigian restaura le catacombe dei santi Marcellino e Pietro

Il mondo cristiano e musulmano uniti dalla Cultura. Prevista per il 2013 la fine dei lavori
di Serenella Napolitano - 17 Giugno 2012

Il mondo musulmano restaura delle catacombe cristiane: un esempio spettacolare di come due entità da sempre distanti tra loro possono trovare un punto di incontro nella cultura. Si tratta del restauro delle Catacombe di San Marcellino e Pietro sulla via Casilina che presto saranno ‘rimesse a nuovo’ grazie allo stato dell’Azerbaigian.

Il desiderio di occuparsi di una delle catacombe più importanti di Roma per il suo grande patrimonio pittorico che ivi è custodito è stato espresso già nel dicembre del 2011 dalla first lady Mehriban Aliyeva. Nel suo viaggio in Italia la first lady ha consolidato i rapporti con la Santa Sede, rappresentata dal cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontifico Consiglio per la cultura. Nell’occasione il cardinale ha chiesto, in nome dell’amicizia con l’Azerbaigian, alle autorità del Paese e alla first lady di patrocinare il restauro delle catacombe romane dei santi Pietro e Marcellino, uno dei principali luoghi della memoria cristiana. E così è stato.

Ieri 16 giugno 2012 è stato siglato un protocollo d’intesa tra la Pontificia Commissione di archeologia sacra, presieduta dal cardinale Gianfranco Ravasi, e la Fondazione Aliyev dello stato asiatico, per sostenere gli interventi di riqualificazione del monumento attraverso un contributo finanziario. Un restauro conservativo delle pitture murali era già stato fatto nel 2009. Ma ora il progetto è molto più grande e cioè rendere visibile la parte delle catacombe che fino ad ora è restata chiusa al pubblico per molti anni.

Ben 16 m di profondità dividono le catacombe dal traffico soprastante e all’interno cunicoli bui si sostituiscono a camere più larghe, cioè quelle riservate ai ricchi, dove si trovano le pitture più spettacolari del mondo cristiano. Un’esplosione di affreschi che consentono di capire anche il modo di pregare nel mondo cristiano: figure oranti, pastori con pecorelle, scene della salvezza dopo la morte con la rappresentazione di Giona che esce dalla balena. E ancora scene di vita quotidiana come l’immagine dei fossori cioè coloro che gestivano la catacomba. Insomma un patrimonio che va conservato e trasmesso ai posteri e che è risultato fondamentale per gli studi di archeologia cristiana. Dalle pitture si è riusciti a ricostruire un mondo distante anni luce dal nostro.

Il cardinale Ravasi ha sottolineato l’importanza dell’area archeologica che nel corso dei secoli ha subito varie trasformazioni. Molti ricordano che il luogo era stato definito ‘Ad duas lauros’ (ai due allori) dagli antichi romani ed era un terreno imperiale che ospitava il cimitero delle guardie cavallo dell’imperatore. Costantino fece erigere in questo luogo una basilica e un mausoleo, quello dedicato a sua madre, Elena. All’inizio, con molte probabilità, aveva deciso di farsi seppellire proprio li, ma dopo trasferì la capitale a Costantinopoli.

Nel corso dei secoli, la zona trasformata dapprima in catacombe cristiane, fu pressoché dimenticata, cadendo nel buio dell’oblio. Riscoperta nel XVI secolo, come ricorda mons. Ravasi, la catacomba ha ospitato i partigiani durante il conflitto mondiale e negli ultimi anni giochi per i bambini di Tor Pignattara.

Ora una nuova fase la percorrerà: per il 2013 a restauri conclusi, le catacombe ritorneranno a splendere e a meravigliare gli occhi di curiosi visitatori.  


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