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Parco di Centocelle: l’archeologia negata in periferia

L'odissea della mancata valorizzazione dei reperti

Negli anni Sessanta del XX secolo fu concepito un ambizioso progetto urbanistico che si proponeva di decongestionare il centro di Roma, spostando  uffici e servizi verso le periferie; il Sistema Direzionale Orientale (S.D.O.) individuava quindi nel settore orientale della città alcune aree ancora poco urbanizzate, da Pietralata a Nord fino a Centocelle a Sud. Qui in particolare erano interessate la grande area dell’ex aeroporto (da poco dismesso) e la vicina  fascia del Pratone di Torre Spaccata, ancora inedificata perché all’epoca destinata al proseguimento urbano dell’A1. All’inizio degli anni Novanta si decise di attuare il progetto

Il vincolo sulle aree dell’ex aeroporto di La Regina

Tuttavia, nel 1992, l’allora Soprintendente Adriano La Regina aveva apposto un ampio vincolo sulle aree dell’ex aeroporto di Centocelle, basandosi su evidenze storiche e d’archivio  più che su concreti ritrovamenti archeologici. Le aree erano considerate poco più di terreni vuoti, privi di un significativo valore archeologico, ma la presenza del vincolo convinse l’Amministrazione Comunale a finanziare  un vasto programma di indagini archeologiche preventive, finalizzate ad una più attenta e consapevole progettazione urbanistica.

Dal 1993 quindi la Sovrintendenza Capitolina aveva  coinvolto archeologi con diverse specializzazioni, architetti, geologi, restauratori e altri esperti per avviare le ricerche, che, grazie anche alla scelta di una sede in loco presso una scuola dismessa nelle vicinanze, ebbero inizio su vasta scala alla fine del 1995.

Il pianoro di Centocelle, destinato a diventare il fulcro dello S.D.O., si presentava nei   primi sopralluoghi come un’ampia e libera pianura. L’intera area settentrionale era disponibile per le ricerche, mentre quella meridionale era ancora ed è rimasta in possesso del Demanio militare.  Tuttavia quel luogo decisamente abbandonato presentava situazioni difficili, a causa delle numerose occupazioni abusive e soprattutto della presenza di due campi nomadi: uno situato nella parte occidentale del pianoro, vicino a via di Centocelle, e l’altro nella zona orientale, in prossimità di Viale Palmiro Togliatti. I rapporti con queste comunità furono tesi; gli archeologi e gli operai erano percepiti come invasori, e vi furono parecchie azioni ostili, come il furto di attrezzature e di benzina dagli escavatori, che crearono per lungo tempo un clima di tensione.

I primi scavi archeologici

Le indagini archeologiche iniziarono con le ricognizioni di superficie, finalizzate a identificare le aree più promettenti per lo scavo. Con il supporto di studenti e tirocinanti dell’Università La Sapienza, esaminammo attentamente il terreno alla ricerca di tracce archeologiche, concentrandosi sulle aree con maggiori evidenze di materiali antichi. È importante sottolineare che, forse per la prima volta a Roma, venne utilizzato un sistema informatizzato di archiviazione dei dati cartografici e di catalogazione, un GIS, un’innovazione che rese più efficiente la gestione delle informazioni.

I primi scavi si concentrarono principalmente sull’area orientale, verso Viale Palmiro Togliatti, dove individuammo i resti di una grande villa già nota da storiche fotografie aeree. Utilizzando i risultati delle ricognizioni, estendemmo poi le nostre ricerche anche verso ovest, lungo il confine con il campo nomadi di Via Casilina 700. Qui, venne scoperta un’altra importante struttura, la Villa della Piscina, così chiamata a causa  del ritrovamento di una vasta vasca lunga circa cinquanta metri.

Il concorso internazionale “100 idee per 100celle”

Vista l’importanza delle  scoperte archeologiche, l’Amministrazione Comunale modificò i piani per l’area, optando per la realizzazione di un grande parco urbano. Fu così indetto un concorso internazionale di idee denominato “100 idee per 100celle”.

Vista la prospettiva di realizzazione del Parco, il pianoro di Centocelle fu oggetto di indagini particolarmente approfondite. Le operazioni di ricerca si moltiplicarono, con l’apertura di numerose aree di scavo,  trincee esplorative, indagini geoelettriche e georadar, oltre a piccoli carotaggi, al fine di ottenere una comprensione dettagliata del sottosuolo e delle eventuali strutture presenti.

Le indagini al “Pratone di Torre Spaccata”

Una volta avviati i lavori a Centocelle, poi le nostre indagini si estesero anche alla zona lungo Viale Palmiro Togliatti, verso l’antico fosso di Centocelle, e alla contigua area conosciuta come “Pratone di Torre Spaccata”. Quest’area, originariamente destinata alla penetrazione urbana dell’autostrada Roma-Napoli secondo il Piano Regolatore degli anni ’60, era di proprietà privata, appartenente in massima parte a società ex IRI, oggi di Cassa Depositi e Prestiti.

Il lungo e complesso lavoro di indagini archeologiche nell’area dell’ex aeroporto di Centocelle e nel Pratone di Torre Spaccata portò a numerose e spesso sorprendenti scoperte. Questi ritrovamenti non solo hanno avuto un impatto significativo sul piano archeologico, ma hanno anche influenzato pesantemente il destino di quei territori.

La decisione di non disperdere i reperti rinvenuti in lontani e inaccessibili magazzini archeologici ha permesso di condurre, nel corso degli anni, studi e ricerche che sono ancora in corso. La costante presenza di archeologi e studiosi sul territorio e l’attivo coinvolgimento in molte iniziative pubbliche, volte a raccontare la storia delle scoperte e il loro valore, hanno contribuito nel tempo a sensibilizzare gran parte dei cittadini riguardo al valore storico e culturale del proprio territorio.

I primi interventi per il Parco “archeologico”

Parallelamente al lavoro di studio e ricerca sul campo, vennero avviati i primi interventi per la realizzazione del Parco urbano, che i cittadini continuavano comunque a definire “archeologico”. Tra il 1999 e il 2000 fu messa in opera una cancellata di recinzione lungo Via Casilina e recinzioni provvisorie sugli altri lati. Anche le aree archeologiche vennero delimitate per garantirne la sicurezza, dopo che le strutture (comunque conservate a livello molto basso)  erano state ricoperte per proteggerle dal degrado, in attesa di una valorizzazione e  musealizzazione. Nello stesso periodo fu finalmente sgomberato il grande campo nomadi di Via Casilina 700, che non solo occupava una vasta porzione del pianoro, ostacolando gli interventi previsti per la realizzazione del Parco, ma costituiva un enorme problema sociale e anche igienico sanitario. Qualche anno dopo venne sgomberato anche lo storico campo nomadi di Via Casilina 900.

L’inaugurazione dei primi 33 ettari del Parco

Nel settembre 2006 fu inaugurata un’area a verde di circa 33 ettari, con nuove piantumazioni, pannelli esplicativi e la grande pista di atterraggio dell’ex aeroporto conservata al centro del Parco. Le aree archeologiche rimanevano chiuse nelle loro recinzioni… Consapevole dell’importanza dei contesti e della valenza storica di quanto scoperto, già alla conclusione degli scavi, nel 2001, la Sovrintendenza Comunale, responsabile della conduzione delle ricerche sul campo, aveva elaborato un progetto che prevedeva il completamento degli scavi archeologici, il restauro delle strutture e la loro musealizzazione. Data la limitata consistenza dei resti archeologici, spesso danneggiati o poco conservati in alzato a causa dei livellamenti effettuati negli anni ’20 e ’30 per la costruzione dell’aeroporto, il progetto prevedeva la realizzazione di terrapieni inerbati lungo il perimetro delle antiche ville, dotati di percorsi sopraelevati, che potevano fornire punti di osservazione privilegiati e aree di sosta, consentendo al pubblico di ammirare non solo le evidenze archeologiche, ma anche i cantieri di scavo e restauro in corso. Inoltre, nelle aree destinate a verde, erano previste zone dedicate ad allestimenti archeobotanici e didattici, arricchendo l’esperienza culturale dei visitatori.

Tuttavia, nonostante la necessità e l’importanza del progetto per il completamento e la valorizzazione del Parco i fondi necessari, richiesti sia nel 2002 che nel 2003, non furono concessi, lasciando l’iniziativa in sospeso. La stima dei costi del resto si aggirava intorno ai 10 miliardi di Lire, considerando l’ampia estensione delle aree da musealizzare: le due ville presenti nell’area del Parco, la Villa cd ad duas lauros e la Villa della Piscina si estendono infatti per circa un ettaro ciascuna!

I tre libri sulle ricerche di Centocelle I e II,  e Torre Spaccata

Nel 2007 presso l’Auditorium dell’Ara Pacis venivano presentati i tre volumi dedicati alle ricerche: Centocelle I, Centocelle II e Torre Spaccata, editi da Rubbettino. Alla presentazione erano presenti anche molti abitanti del quartiere, convinti che la valorizzazione archeologica avrebbe portato anche ad una riqualificazione del Parco.  Le richieste della Sovrintendenza e soprattutto i solleciti dei cittadini e delle associazioni di quartiere (quelli che allora erano i Municipi VI, VII, VIII e X) portarono alla rimodulazione dei piani per Roma Capitale e allo stanziamento di 2.300.000 euro per la valorizzazione delle ville di Centocelle. Sicuramente non pochi i fondi, ma sufficienti ad  intervenire, almeno inizialmente, solo su una delle due ville. Fu quindi scelta la Villa della Piscina, la cui estensione rientrava interamente nell’area gestita da Roma Capitale. L’altra villa infatti cd. ad duas lauros, rimaneva per quasi metà della sua estensione  nell’area militare, rendendo complicato un eventuale intervento di musealizzazione.

Il progetto di valorizzazione subì però un duro colpo quando nel 2009, il Consiglio Comunale decise di definanziarlo, lasciando attivi solo 1 milione di euro dei fondi precedentemente stanziati. Tuttavia, l’ampia estensione dell’area archeologica e della sua zona di rispetto, inclusa nella recinzione (circa 20.000 mq), rendeva evidente che con i fondi concessi sarebbe stato possibile realizzare solo una parte dei lavori necessari, con il rischio di lasciare un’area solo parzialmente musealizzata, non accessibile al pubblico e non gestita in modo continuativo. Compito non facile era quindi quello di  elaborare un progetto che potesse rientrare nella cifra residua a disposizione , evitando il degrado e l’abbandono di un importante sito archeologico, privandolo di un utilizzo significativo e mettendolo a rischio di deterioramento nel tempo.

L’odissea della mancata valorizzazione dei reperti

Nel frattempo, continuavano gli sforzi nel campo degli studi e delle ricerche sull’area di Centocelle, che coinvolsero decine di giovani studiosi in tesi di laurea e specializzazione. Nel 2011 a seguito di una collaborazione con  il Master “Archeologia per l’architettura/Architettura per l’Archeologia” dell’Università Sapienza  fu elaborato un progetto di sistemazione generale del Parco, con un’attenzione particolare alla valorizzazione e alla comprensione delle aree archeologiche. Una delle idee più innovative era  la proposta di una specie di  “torre di controllo”, da collocare sulla ex pista dell’aeroporto, che avrebbe potuto costituire un centro di servizi e informazioni sulla storia del luogo.

Finalmente nel 2014 il finanziamento originario venne reintegrato, e si ricominciò a progettare. Il nucleo centrale del nuovo progetto era quello di rendere accessibile a tutta la comunità, alla quale i beni archeologici appartengono, la lunga e complessa storia dei luoghi. Per questo motivo, si decise di creare uno spazio di servizi museali, dove oltre al consueto pubblico turistico, ci si potesse rivolgere al pubblico locale, considerando che il Parco di Centocelle è principalmente un luogo di vita per i quartieri circostanti, dove trascorrere del tempo libero svolgendo diverse attività.

L’obiettivo era quindi quello di creare un parco urbano attento alla contemporaneità, ma allo stesso tempo archeologico, capace di trasmettere il senso storico del luogo attraverso un linguaggio comprensibile.

Il progetto preliminare, completato agli inizi del 2017 e sottoposto, in via preventiva, ai due funzionari della Soprintendenza Speciale responsabili del territorio, che manifestarono una loro preliminare adesione ai concetti di base espressi.

Nel dicembre 2018, dopo un’ulteriore verifica con l’allora Soprintendente, vennero pubblicati due bandi sul sistema informatico di Roma Capitale: Il primo riguardava l’affidamento di indagini archeologiche preliminari, necessarie per eventuali modifiche dovute a eventuali ulteriori ritrovamenti archeologici, mentre il secondo bando prevedeva l’incarico di progettazione definitiva ed esecutiva per la realizzazione del centro informativo espositivo della Villa della Piscina.

Nel corso del 2019, entrambi i bandi vennero espletati ed affidati, ma nel 2020, a causa della pandemia, tutti i lavori subirono un arresto. le indagini archeologiche preliminari si svolsero quindi nel 2021, e individuarono alcune fosse di coltivazione e alcuni muri, conservati solo a livello di fondazione. Fu quindi predisposta una apposita  variante di progetto, che prevedeva la tutela di quanto rinvenuto, anche se non particolarmente significativo per la comprensione del grande complesso archeologico.

Nonostante questo, i funzionari della Soprintendenza speciale di Roma hanno ritenuto insufficienti le proposte di tutela inserite nella progettazione, non concedendo un parere positivo per l’esecuzione dei lavori. Le indicazioni date furono di approfondire le indagini archeologiche per comprendere appieno se la localizzazione dell’edificio museale fosse quella migliore per la tutela della Villa. Purtroppo, l’intervento richiesto non era ovviamente finanziato e anche per questo motivo vennero quindi richiesti, nella programmazione di fondi destinati all’archeologia del PNRR, altri 5 milioni di euro.

La mancanza di decisioni chiare e tempestive, insieme alla mancanza di accordi tra le varie istituzioni coinvolte, ha comportato tuttavia, nella rimodulazione dei programmi, la perdita di quegli ulteriori fondi per, che avrebbero potuto essere utilizzati per seguire le prescrizioni di tutela e infine per la sua completa musealizzazione della Villa della Piscina

Un’occasione perduta e il disinteresse per le ricchezze archeologiche della periferia

Villa della Piscina

E’ quindi comprensibile il senso di frustrazione e delusione di chi ha lavorato per anni (decenni ormai) per la valorizzazione del Parco di Centocelle e vede oggi i progetti rimanere ancora una volta in sospeso.  Progetti che non sono motivati da interessi speculativi, ma dalla volontà di rendere i reperti archeologici parte integrante della comunità locale, per contribuire ad arricchire la vita culturale e sociale dell’area.

Come in molti altri casi però,  le procedure burocratiche e le complessità amministrative possono ostacolare le realizzazioni di progetti di valorizzazione.
In alcuni casi la tutela del patrimonio archeologico richiede un equilibrio delicato tra la sua conservazione e la sua fruizione pubblica e, in alcuni contesti, potrebbe essere necessario adottare un approccio più flessibile e pragmatico per superare gli ostacoli, ricorrendo ad una migliore collaborazione tra le istituzioni locali e nazionali e coinvolgendo nel processo decisionale anche la comunità locale, in una partecipazione attiva.

Tutelare senza comunicare i resti dell’antichità, che costituiscono le nostre radici e la continuità tra passato e presente, sembra purtroppo essere spesso un atto puramente amministrativo, che rischia, soprattutto in certi contesti urbani, di lasciare nell’oblio decine di scoperte, talvolta anche rilevanti.

È a questo punto è necessario sottolineare un ultimo elemento critico: la stragrande maggioranza dei progetti archeologici inclusi nel PNRR (Caput Mundi) riguardano il centro di Roma, mentre quelli che riguardano le periferie, nonostante la loro grande ricchezza archeologica, sono di fatto davvero irrilevanti. Questa disparità nella distribuzione delle risorse disponibili evidenzia la necessità di un impegno più equo e inclusivo per preservare e valorizzare il patrimonio culturale in tutte le aree della città.

La mancata valorizzazione della Villa della Piscina è dunque, per il momento, un’occasione perduta, che avrebbe dato l’opportunità di creare un luogo di vita, cultura e lavoro per le comunità locali. Come interpretare l’abbandono di un importante sito archeologico se non come un segnale di disinteresse verso le periferie e la loro storia millenaria?


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