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Nel V Municipio “Scuola, non solo DAD”. Esperienze a confronto

Tavola rotonda online martedì 20 aprile (tuttora visibile sulla pagina FB dell’associazione Impegno CiVico)
Daniela Molina - 21 Aprile 2021

8.500 studenti distribuiti nelle 8 scuole superiori del territorio del V Municipio ma, come ha detto la conduttrice dell’evento organizzato dall’Associazione Impegno CiVico, Olga Di Cagno, i territori municipali sono permeabili a quelli contigui e così è possibile che i ragazzi residenti in un municipio scelgano di frequentare una scuola di un altro municipio. Ed è proprio per questa ragione che l’evento online organizzato dall’associazione presieduta da Mauro Caliste, che lo ha fortemente voluto, può rappresentare un case history esemplare per ogni altro territorio romano e non solo. Basti pensare che alla tavola rotonda online che si è tenuta alle ore 18 di martedì 20 aprile (e che è tuttora visibile sulla pagina FB dell’associazione Impegno CiVico) hanno partecipato quali relatori tutti i componenti del mondo scuola.

Si sono succeduti gli interventi dello psicologo dei media Stefano Paolillo, della docente e psicologa scolastica Sarah Capri, della dirigente scolastica del Liceo Gullace e presidente ANDIS (Associazione nazionale dirigenti scolastici) Lazio Alessandra Silvestri, della studentessa del liceo Immanuel Kant Cristina De Luca, di una dei genitori dell’IISS Giorgio Ambrosoli nonché presidente del consiglio di classe, Mirella Ponticello, di uno dei genitori del Liceo Benedetto da Norcia, e presidente del relativo consiglio d’istituto, Claudia Carlucci, la docente e sindacalista componente dell’esecutivo nazionale Unicobas Scuola e università Barbara Gentili.

Dagli interventi sono emerse due reazioni differenti rispetto alla didattica che si è tenuta giocoforza a distanza da oltre un anno a questa parte. Chi l’ha considerata un’ottima occasione per fornire ai ragazzi nuove competenze e chi l’ha considerata un peso per gli insegnanti e un danno per gli studenti. Analizziamo le due posizioni.

Secondo la psicologa Sarah Capri cambiare non solo le modalità relazionali ma soprattutto l’ambiente in cui si svolgono ha un impatto sui ragazzi, in particolare quelli in età adolescenziale. Si è resa conto infatti che in questo periodo gli studenti richiedevano più che i contenuti didattici il contatto umano: volevano “entrare” nella casa dei prof, instaurare un dialogo differente, più intimo. Questa nuova modalità di comunicazione secondo Capri ha rappresentato un punto di svolta, perché ora è possibile pensare allo psicologo non più come il rappresentante di uno “sportello” di supporto psicologico ma come una figura di riferimento che può agire dall’interno del gruppo sociale.

Entusiasta di quella che non ama definire didattica a distanza ma didattica digitale, la prof.ssa Silvestri, dirigente scolastica e presidente Andis Lazio. “La nostra scuola” ha spiegato “ha vissuto questo periodo come cambiamento e innovazione, non come crisi, altrimenti non ce l’avremmo fatta. Quindi si tratta di governo del cambiamento e non di gestione dell’emergenza”. Il pensiero positivo della prof. Silvestri trova riscontro nelle best practices che la sua scuola è stata in grado di mettere in atto: sono state attivate delle challenge, delle sfide cui i ragazzi, divisi in gruppi di lavoro, hanno partecipato come sottoclasse; ci sono stati dei cineforum in cui, dopo aver visto un film tramite il web venivano chiamati a discuterne online con i ragazzi, attori e sceneggiatori; ci sono state conferenze online con esperti di fama mondiale; ci sono state lezioni da remoto nei luoghi in cui si trovavano i docenti, dalla tomba di Cecilia Metella alla città di Arezzo. “Ai ragazzi sono state portate nuove competenze, quelle trasversali”, che in una società liquida come la nostra per i datori di lavoro valgono per il 75%, molto più di quelle “classiche” solitamente fornite, che pesano solo per il 25% nel mondo lavorativo odierno.

Questa visione si scontra però con quella più negativa dei genitori e della studentessa interpellata per l’occasione. Da questi altri punti di vista infatti emergono aspetti che riguardano la diversa realtà sociale vissuta dai singoli individui. La studentessa Cristina De Luca ha parlato della linea di confine tra “chi siamo nell’intimo della nostra vita privata e chi siamo nel contesto della vita pubblica”, in questo caso della scuola. Avere uno schermo e un microfono in casa che sfilaccia questa demarcazione può divenire un ostacolo anche per l’apprendimento. “Quando siamo in classe” ha detto Cristina nella sostanza “siamo tutti concentrati e ci troviamo tutti nello stesso ambiente per cui se capita di distrarci perché ad esempio entra qualcuno in aula, lo facciamo tutti insieme e dunque condividiamo lo stesso livello di attenzione; ma quando siamo ciascuno in casa propria le distrazioni sono individuali e dunque non possiamo ritenerci alla pari. Alcuni tra noi possono vivere la didattica in modo differente a causa delle proprie dinamiche familiari e ottenere un’istruzione inferiore”.

Dello stesso parere le due genitrici interpellate, Mirella Ponticello e Claudia Carlucci. La prima ha rilevato che i genitori sono stati vittime indirette della DAD in quanto hanno dovuto adattare la propria casa e la propria vita per accogliere l’intrusione di questa modalità di insegnamento. “Per chi ha più figli che devono seguire contemporaneamente le lezioni e una casa piccola, con un soggiorno con angolo cottura, diventa difficoltoso perfino portare a casa e sistemare la spesa”. La videocamera del pc o dello smartphone diventa infatti un occhio indiscreto, in stile Grande Fratello di orwelliana memoria. La seconda invece ha parlato della difficoltà di connessione e della perdita di opportunità della scuola come tessuto sociale, per via dell’allentamento dei rapporti tra studenti e tra studenti e docenti.

Quando è toccato parlare all’insegnante e sindacalista Barbara Gentili, il punto di vista è cambiato ancora: “noi docenti” ha sottolineato “abbiamo attuato delle strategie, a titolo volontario poiché il contratto di lavoro non le prevedeva, per non abbandonare i ragazzi. Ma ciò che non va nella DAD è proprio la mancanza di un contatto diretto tra studente e docente, perché non permette lo sviluppo di un’empatia. C’è bisogno di un insegnamento in presenza, la didattica a distanza non funziona, perché i ragazzi non lasciano trapelare le proprie emozioni, lo schermo in realtà le nasconde, mentre nel rapporto in presenza noi insegnanti notiamo subito cosa passa loro per la mente, se hanno capito, di cosa hanno bisogno: basta uno sguardo, un loro gesto, un sopracciglio sollevato”.

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Come sindacalista Gentili si è soffermata anche sul fatto che i docenti hanno sofferto molto questa situazione che considera stressante per chi insegna.

In questo susseguirsi di riflessioni, di narrazioni di esperienze personali, anche di emozioni rivelate, lo psicologo dei media Stefano Paolillo ha presentato a nome dell’associazione Impegno CiVico una proposta che riguarda il coinvolgimento dei ragazzi in attività socializzanti, al fine di gestire in modo consapevole la nuova modalità comunicativa che hanno ormai imparato ad usare. Utilizzando smartphone e pc, tramite i social media e le app che maggiormente conoscono, possono imparare a narrare le proprie storie, a raccontare le vicende dei propri territori in modo maturo, accompagnati dagli adulti. Il problema psicologico principale che è emerso infatti è stato l’aver costretto in modo repentino gli adolescenti a modificare le proprie abitudini, a perdere i propri punti di riferimento e ad usare i mezzi digitali in modo autonomo, senza un adeguato accompagnamento. Questo ha minato la propria essenza individuale in un momento di formazione e li ha resi insicuri e abbandonati a sé stessi, come hanno testimoniato in molti. Ma è anche vero che, quando adeguatamente seguiti e istruiti, come è avvenuto nel caso della scuola presieduta dalla prof.ssa Silvestri, i ragazzi hanno saputo trarre grande vantaggio da questa modalità comunicativa. Dunque, ancora una volta, ribadiamo che il mezzo è innocuo, ciò che conta è come lo si usa: insegniamo ai nostri ragazzi come usarlo senza essere invasivi e lasciamo che “crescano”.


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