

Il Campidoglio studia un piano B da 500 mila euro a installazione: oasi di refrigerio in bambù e fotovoltaico basate sul principio del raffrescamento adiabatico
Chi scende dal treno a Termini nelle ore di punta di un pomeriggio di luglio fa sempre lo stesso gesto: scherma gli occhi con la mano e accelera il passo. Davanti alla stazione principale della Capitale, la nuova Piazza dei Cinquecento si presenta come un’immensa ed elegantissima distesa minerale.
Un mosaico geometrico di travertino e basaltina di Bagnoregio, impeccabile nell’ordine, geometrico nella gestione di taxi e pensiline dei bus.
Un biglietto da visita monumentale, inaugurato in pompa magna per il Giubileo, che nasconde però un segreto rovente: sotto il sole estivo, quella pietra si trasforma in una piastra radiante.
I termometri non mentono. Nelle giornate più calde la nuova pavimentazione tocca medie di 51 gradi, con picchi che sfiorano i 54. Una vera e propria isola di calore nel cuore di Roma, dove migliaia di pendolari e turisti si muovono come su una graticola, privati di quell’ombra che i rendering del grande concorso internazionale — firmato dagli studi TVK e IT’S — avevano promesso.Ma che fine ha fatto il bosco urbano che doveva mitigare il microclima della stazione?
Per capire la metamorfosi di Piazza dei Cinquecento bisogna fare un passo indietro, al gennaio del 2025. Quando il cantiere venne presentato alla città, il Campidoglio spiegò che i lavori allora conclusi rappresentavano circa l’85% dell’opera complessiva. Il restante 15%, il cosiddetto “secondo lotto”, fu interpretato da molti come il momento della svolta verde, la fase in cui sarebbero finalmente arrivati gli alberi.
Quella foresta promessa, capace di spezzare la canicola e restituire ossigeno, non è però mai germogliata. Quello che oggi resta sotto gli occhi di tutti è uno spazio quasi interamente cementificato, dove i pochissimi alberi superstiti sembrano sentinelle sperdute in un deserto di pietra fiammata.
Di fronte alle polemiche e alla morsa del caldo, il Campidoglio ha deciso di cambiare strategia. Se la natura è stata esclusa, la risposta per rinfrescare Termini arriverà dalla tecnologia.
L’idea, inizialmente pensata per Piazza del Risorgimento e poi donata al Comune, nasce nei laboratori della ricerca universitaria. Si tratta di un progetto ambizioso che porta la firma di Wittfrida Mitterer, direttrice del Master in Bioarchitettura della LUMSA Master School, sviluppato in tandem con gli specialisti di Transsolar e lo studio di Stoccarda Haas Cook Zemmrich.
Non parliamo di tradizionali (ed energivori) condizionatori da esterno, ma di vere e proprie “torri bioclimatiche”. Strutture che sfruttano il principio millenario del raffrescamento adiabatico:
Il cuore di argilla: All’interno di una torre, un cilindro in laterizio riciclato viene costantemente accarezzato da un velo d’acqua.
La fisica del fresco: Evaporando, l’acqua sottrae calore all’ambiente. L’aria circostante diventa così più fredda e densa, scivolando naturalmente verso il basso.
L’effetto brezza: Una piccola ventola, alimentata da pannelli fotovoltaici posti sul tetto della struttura, spinge questo flusso rigenerante verso i pedoni.
Materiali sostenibili: Una gabbia di bambù a chilometro zero, assemblata con legature reversibili, e un cappello di piante rampicanti per garantire ulteriore ombra.
Secondo i progettisti, l’effetto per chi si ferma sotto queste oasi hi-tech è sbalorditivo: fino a 10 gradi in meno percepiti.
«Si tratta di una proposta che si inserisce a pieno titolo nel dibattito internazionale sulle strategie di adattamento climatico», spiega l’assessora capitolina all’Ambiente, Sabrina Alfonsi. «Dai villaggi verticali di Singapore ai quartieri sostenibili in Germania, le grandi metropoli stanno sperimentando ogni via per contrastare l’innalzamento delle temperature. Come Assessorato abbiamo seguito l’iter e ci stiamo confrontando con Grandi Stazioni per valutarne l’inserimento nel masterplan della piazza».
I nodi da sciogliere, tuttavia, non mancano. C’è l’ostacolo burocratico e, soprattutto, quello economico: ogni singola torre richiede un investimento che si aggira intorno ai 500 mila euro.
Resta poi una questione di fondo, squisitamente urbana, che continuerà ad alimentare il dibattito nei prossimi mesi. Le torri bioclimatiche, se realizzate, offriranno un indubbio e tecnologico sollievo ai passanti in apnea da calura.
Ma l’interrogativo che rimbalza tra i viaggiatori sul travertino rovente di Termini rimane aperto: una macchina d’acciaio, argilla e bambù potrà mai sostituire davvero il respiro, la biodiversità e l’ombra viva di un albero?
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