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Storia di ordinaria emigrazione

Abdul non è in Tunisia, ma non risulta nemmeno in Italia: eppure esiste, vive e lavora a Roma. E non gode di un briciolo dei nostri diritti.
Enzo Luciani - 21 Novembre 2009

Mentre a livello nazionale si ridesta il dibattito sul voto agli immigrati, Abdul, tunisino che vive a Centocelle, corre a destra e a manca alla disperata ricerca di un lavoro. La moglie, Soussa, fa la governante, tenendo pulita la sede di un’associazione che si occupa tra l’altro di fare beneficenza a favore degli Abruzzesi, ma non solo, residenti a Roma.

E’ in quella sede che l’abbiamo conosciuta. Ci ha invitato a casa, e abbiamo avuto modo di conoscere direttamente anche il marito. Abdul è in Italia dal 1986, e si è subito integrato, trovando lavoro come cuoco in diversi ristoranti del centro, arrivando a fare anche due turni di lavoro al giorno, a pranzo e a cena, in due diversi locali. Cambia lavoro quando gli propongono di fare l’operaio nell’edilizia: la paga è buona, e accetta. Accetta anche quando gli propongono di passare al nero: Soussa si è da poco trasferita a Roma dalla Tunisia, e i soldi servono a pagare una casa solo per loro. Abdul non ha, in quel momento, una grande capacità contrattuale, nel senso che è giovane e forte, ma sente di non avere altra scelta.

Quando Abdul perde anche il lavoro nero, comincia la tragedia. L’affitto che pagano a Centocelle, per una casa di 50 mq, è di 900 euro al mese, naturalmente in nero. Il paradosso è che Soussa è perfettamente in regola, visto che la gente per cui lavora le paga i contributi previdenziali. Abdul, in Italia dal doppio degli anni, con contributi previdenziali pagati per oltre metà della sua permanenza nel nostro Paese, no. Non può avere il permesso di soggiorno, e così da un lato non può chiedere un lavoro regolare, dall’altro deve prestare la massima attenzione, quando esce di casa, ad evitare controlli.

Paradosso nel paradosso, da un lato la possibilità che Abdul rientri nel circuito economico regolare è messa a dura prova dalla legge; dall’altro, la sua effettiva permanenza in Italia è garantita dalla totale inefficienza dei sistemi di controllo. Che fanno sì che Abdul possa ostinarsi ancora a correre da una parte all’altra di Roma, servendosi di tutti i mezzi pubblici possibili per rispondere, nel suo perfetto italiano, agli annunci di lavoro. E’ qual è il risultato che è capace di ottenere un’Amministrazione totalmente inefficiente, che fa sfoggio dei muscoli solo per nascondere un organismo debole e asfittico?

Che il fatto che Abdul, confinato nel limbo dell’irregolarità, non solo non entri dritto dritto nell’inferno della criminalità comune, ma cerchi con tutte le sue forze di uscire dall’anonimato –perché lui, al momento, ovviamente non è in Tunisia, ma non risulta nemmeno in Italia: eppure Abdul esiste, e vive a Roma- è affidato non al potere coercitivo esercitato da un efficace apparato di sicurezza, ma solo alla sua buona volontà. Abdul è un brav’uomo, giovane e forte. È uno di noi. E non gode di un briciolo dei nostri diritti.

M. V.


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