

Blitz all'alba tra Napoli e Avellino: quattro misure cautelari per l'autobomba esplosa a Torvaianica nel 2025
Un filo rosso che unisce l’entroterra campano alle spiagge del litorale romano, passando per i segreti della “gelatina da cava”, un potente esplosivo industriale.
A quasi un anno dall’attentato dinamitardo che ha preso di mira l’abitazione di Sigfrido Ranucci, l’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma registra una svolta decisiva.
All’alba, i Carabinieri del Comando Provinciale della Capitale hanno fatto scattare quattro misure cautelari – tre in carcere e una ai domiciliari – smantellando il commando criminale accusato di aver pianificato ed eseguito il raid contro il volto e conduttore di Report.
I provvedimenti hanno colpito soggetti residenti tra le province di Napoli e Avellino: si tratta di Antonio Passariello (52 anni, di Cicciano), Marika De Filippis, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino, questi ultimi residenti nell’Avellinese.
Secondo la Dda, ognuno di loro ha ricoperto un ruolo preciso nella trappola di fuoco scattata la sera del 16 ottobre 2025 a Torvaianica.
Quella notte, un ordigno ad alto potenziale venne posizionato a ridosso del cancello della villa del giornalista.
La deflagrazione fu violentissima: lo spostamento d’aria distrusse due vetture parcheggiate all’interno della proprietà e sventrò il muro di recinzione dello stabile.
Un attentato che, solo per pura fortuna, non si trasformò in una strage di innocenti nonostante il contesto fortemente residenziale.
A incastrare i quattro indagati è stato il lavoro certosino dei Nuclei Investigativi dei Carabinieri di Roma e Frascati. Gli investigatori sono partiti dall’analisi delle telecamere della via Pontina, isolando il passaggio sospetto di una Fiat 500X presa a noleggio in Campania nei giorni del raid.
Incrociando le immagini con i dati delle celle telefoniche agganciate dai cellulari dei sospettati, l’Arma ha ricostruito l’intero mosaico: dai sopralluoghi preliminari attorno alla villa fino alla fuga subito dopo lo scoppio.
Un commando di professionisti che, tuttavia, non avrebbe agito per vendetta personale. Per la Procura, infatti, i quattro sarebbero dei meri esecutori materiali prezzolati, assoldati da una “mente” che ha pagato per tappare la bocca al giornalista.
Chi sia il mandante, e quale inchiesta giornalistica abbia armato la mano dei criminali, resta il vero grande buco nero che i magistrati stanno cercando di riempire.
Dalle carte dell’indagine emerge anche la spregiudicatezza del gruppo dopo il fatto.
Sentendo il fiato sul collo degli inquirenti, gli indagati avrebbero avviato una vera e propria attività di controspionaggio, bonificando i propri ambienti alla ricerca di microspie, distruggendo le schede telefoniche “pulite” usate per l’attentato e concordando una versione di facciata per proteggere i committenti. Qualcuno, preso dal panico, stava persino pianificando la fuga dall’Italia.
Oltre agli arresti, l’operazione di stamattina ha visto decine di perquisizioni a carico di fiancheggiatori logistici, alla ricerca del canale di approvvigionamento della gelatina da cava.
Raggiunto telefonicamente in diretta su Rai 3 nel corso del programma Agorà Estate, Sigfrido Ranucci ha espresso sollievo ma ha predicato prudenza.
«Sapevo che prima o poi questo momento sarebbe arrivato, le indagini sono rimaste giustamente riservatissime fino all’ultimo», ha commentato il giornalista. «Ci tengo a ringraziare personalmente il Nucleo Investigativo dei Carabinieri e il dottor Carlo Villani, che mi aveva promesso che avrebbe portato a termine questo lavoro. Adesso, però, la parte più importante sarà capire chi c’è davvero dietro questa vicenda, risalendo ai mandanti e verificando se esistano ulteriori livelli di responsabilità».
L’inchiesta, insomma, è tutt’altro che chiusa. Se la manovalanza è finita dietro le sbarre, la caccia ai colletti bianchi che hanno ordinato le bombe è appena iniziata.
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