

Una telefonata a “Chi l’ha visto?” ha descritto una lite accesa tra un uomo e una donna con una bimba, proprio nella zona tra Trastevere e Villa Pamphili. Riserbo da parte degli inquirenti
Un vestitino a fiori. Un cappello. Un tatuaggio dai colori ambigui. E poi, undici telecamere, oltre quaranta reperti raccolti, una lite testimoniata in diretta e decine di dettagli incastrati con pazienza.
Tassello dopo tassello, la Procura di Roma e la Squadra Mobile stanno componendo il puzzle dell’orrore: l’identità della donna trovata senza vita nei giorni scorsi a Villa Pamphili, e quella della bambina che giaceva accanto a lei, sono ora note. Sono madre e figlia. Una cittadina americana di 29 anni e la sua bimba di appena sei-otto mesi.
Lo ha confermato il DNA. Ma non è tutto. Gli inquirenti sanno anche chi è l’uomo in fuga, già oltre i confini italiani.
Viene anche lui dal continente americano, ma ha tratti latini, a differenza delle due vittime, entrambe bionde e dalla carnagione chiara. Non è detto che sia il padre della bambina, e questo apre nuovi interrogativi in un’indagine dove i dettagli sono tutto.
A condurre le indagini il pm Antonio Verdi e l’aggiunto Giuseppe Cascini. Due indizi in particolare avrebbero orientato gli investigatori: il vestitino della piccola, analizzato minuziosamente, e il cappello dell’uomo.
A collegare i due oggetti, le immagini di una videocamera di sorveglianza nei pressi del mercato di via San Silverio, a pochi passi da San Pietro. Lì, un uomo è stato ripreso mentre teneva in braccio proprio una bimba con quel vestitino, e si era presentato a una mensa per senzatetto esibendo un documento. Nome e volto sono stati memorizzati.
Altri occhi elettronici — dieci in tutto — hanno aiutato a tracciare i suoi movimenti. Alcuni di questi luoghi distano solo pochi chilometri dal luogo del ritrovamento dei corpi.

Un aiuto fondamentale è arrivato anche da una fonte inaspettata: una telefonata a “Chi l’ha visto?” ha descritto una lite accesa tra un uomo e una donna con una bimba, proprio nella zona tra Trastevere e Villa Pamphili. Un racconto drammatico che ha trovato conferma in altre testimonianze, tra cui quella di un’operatrice del servizio giardini.
Secondo gli investigatori, i tre non provenivano dallo stesso Paese. Questo spiegherebbe perché i loro nomi non risultavano in nessuna banca dati delle polizie europee. A indirizzare le ricerche anche un tatuaggio: sembrava rappresentare la bandiera lituana, ma si sarebbe rivelato un simbolo già segnalato negli Stati Uniti.
Tutto sembra indicare che la donna e l’uomo conducessero una vita ai margini, non per bisogno, ma per scelta personale. Lei era curata, con le unghie smaltate. Segni di dignità anche nell’indigenza. Eppure, il destino le ha riservato una fine atroce.
Ora che l’identità è certa, resta un punto ancora oscuro: come è morta la donna? Non ci sono ferite, né segni evidenti di violenza. Gli esami tossicologici finora escludono l’uso di alcol o farmaci.
Le ipotesi in campo sono due: una morte naturale o un avvelenamento. Di tutt’altra natura, purtroppo, la morte della bambina: picchiata e soffocata, probabilmente prima che i corpi fossero abbandonati, nudi, nel cuore verde di Roma.
L’uomo è in fuga, ma il cerchio si stringe. L’ultimo nodo da sciogliere è se abbia avuto complici o se abbia agito da solo. I segugi della Mobile sono sulle sue tracce.
E ogni dettaglio — quel cappello, quel tatuaggio, quel documento esibito in cerca di un pasto caldo — può ora diventare l’elemento decisivo per chiudere il caso.
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