Il 26 e il 28 gennaio il liceo Benedetto da Norcia festeggia i suoi primi 50 anni

La sua “Mission”: Cultura classica, integrazione e promozione sociale nella periferia della Capitale
F. S. - 20 Gennaio 2019
Centocelle, l’evoluzione dell’imprenditoria locale

Sulla locandina che espone il programma dei festeggiamenti organizzati dai docenti e dagli studenti (vecchi e nuovi) del liceo classico e delle scienze umane Benedetto da Norcia, ci si imbatte in una frase che non nasconde un’ispirazione dantesca: “Una storia di virtute e canoscenza” (Inferno, canto XXVI). Parole che, in modo volutamente enfatico, sintetizzano i primi 50 anni di una scuola che, quando sorse, nel lontano e mitico 1968, sembrava quasi un paradosso.

Un liceo classico a Centocelle? In una periferia degradata, cresciuta impetuosamente e disordinatamente, nel dopoguerra, sull’onda della selvaggia e spericolata speculazione di cui furono protagonisti biechi lottizzatori e avventurosi palazzinari privi di qualsiasi scrupolo? Una periferia che aveva, in pochi anni, prodotto quartieri dormitorio privi di verde e servizi sociali, popolati da enormi palazzoni condominiali, ma nello stesso tempo (negli interstizi e ai margini di questi stessi quartieri) borgate abusive e baraccopoli?

Date queste premesse, niente lasciava presagire lo straordinario successo che, di lì a qualche anno, avrebbe premiato la coraggiosa ma visionaria impresa di estendere la cultura classica (da Tucidide a Tito Livio, da Platone a Cicerone, da Lisia a Quintiliano) “in partibus infidelium”, tra i figli degli operai, degli artigiani, dei piccoli commercianti, degli impiegati dello Stato e del parastato. Il liceo Benedetto da Norcia apriva i battenti il primo ottobre del 1968 (l’anno della contestazione giovanile e delle prime occupazioni delle università italiane) in piazzale delle Gardenie, nel cuore di Centocelle e a pochissima distanza da storiche borgate (Gordiani, Prenestina, Quarticciolo) e borghetti (cioè baraccopoli come il borghetto Prenestino e quello dell’Acquedotto Alessandrino) che non avrebbero tardato a mandare una parte dei loro giovani in quella scuola nella quale venivano insegnate materie così strane e difficili come il greco, il latino, la filosofia.

E pensare che, per i primissimi anni, quella scuola non aveva neanche un nome: si chiamava infatti XVII liceo classico di Roma. Solo a partire dai primi anni Settanta si trovò il nome che avrebbe poi conservato fino ai nostri giorni: giustamente si ritenne di intitolare il nuovo liceo classico a un personaggio come Benedetto, fondatore di un ordine monastico che, quale maggiore benemerenza, può vantare quella di aver salvato e conservato, contro l’oscurità e la barbarie dell’Alto Medioevo, centinaia di opere della cultura antica.

Per la prima volta, i ragazzi e le ragazze di quartieri allora considerati lontano dal centro – quei ragazzi che, grazie alla riforma della scuola media unica del 1962, erano stati i protagonisti della cosiddetta “scolarizzazione di massa” – avevano a disposizione uno strumento nuovo (e non distante da casa) per l’acquisizione di una cultura che, fino ad allora, era stata privilegio dei rampolli della buona borghesia residente nei “quartieri bene” della città. La periferia che, tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, rimaneva ancora il teatro nel quale si svolgevano le vicende e i personaggi descritti nelle opere letterarie e nei film di Pier Paolo Pasolini, iniziava un cammino di riscatto, insieme culturale e sociale. Moltissimi giovani, nati e cresciuti in quella periferia, iscrivendosi e frequentando il liceo Benedetto da Norcia, scoprivano un luogo dove formarsi, fare emergere le loro attitudini e le loro inclinazioni, aprire la mente a nuovi e inesplorati orizzonti, acquisire le basi per la loro successiva formazione professionale, diventare cittadini responsabili e partecipi, contribuendo al progresso complessivo della società italiana.

Molti di quei giovani sono diventati medici stimati, valenti ricercatori, ingegneri informatici o nel campo delle biotecnologie, avvocati e giuristi, docenti di scuola media superiore o universitari, esperti imprenditori, alcuni anche politici e pubblici amministratori. Tutte e tutti, studentesse e studenti, hanno trovato, nel liceo Benedetto da Norcia, una comunità educante impersonata da docenti che hanno dedicato all’attività educativa le loro migliori energie professionali, le loro qualità culturali e, soprattutto, grandi capacità umane e relazionali: docenti i cui volti e le cui parole sono rimasti impressi, in maniera indelebile, nelle memorie di quelle ragazze e di quei ragazzi.

Il traguardo di cinquant’anni di vita della scuola, che alunni ed ex alunni, docenti ed ex docenti, vogliono festeggiare il 26 e il 28 gennaio prossimi, rappresenta un evento capitale e del tutto straordinario: un momento in cui ritrovarsi insieme, giovani e meno giovani, per ricordare, rinnovare e tramandare un impegno che rappresenta, a livello di territorio, il compito stesso che la Costituzione italiana ha voluto, in maniera esplicita e prescrittiva, affidare alla scuola pubblica: quello cioè di essere lo strumento fondamentale per realizzare quell’eguaglianza sostanziale (identificata nell’articolo 3 quale compito prioritario della Repubblica), che consiste nell’eguaglianza dei punti di partenza: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Il liceo Benedetto da Norcia ha dato, nei suoi 50 anni di vita, un contributo alla realizzazione di questo compito, così come ha da sempre rappresentato, nella sua quotidiana azione didattica, un esempio di quel che significa, concretamente, il primo comma dell’articolo 34 della Costituzione: “La scuola è aperta a tutti”.

 

F. S.


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