Intervista a Valentina Gaigher, infermiera del reparto terapia intensiva del Covid 2 Hospital Policlinico Gemelli

Patrizia Artemisio - 9 Aprile 2020

Se oggi intervistiamo un’infermiera del Covid 2 Hospital Policlinico Gemelli, non è per straziarvi il cuore. Non abbiamo intenzione d’introdurvi in quella cognizione del dolore che medici e infermieri rinnovano all’inizio d’ogni turno, perché chi resta a casa non ha realmente voglia di leggere il mondo che lo tiene imprigionato. E tuttavia. Come l’alba puntualmente elenca i gelsi di Carlo Emilio Gadda, così di tanto in tanto, chiediamo cosa accade alle stecche delle nostre persiane.

Parliamo allora con Valentina Gaigher, 34 anni, da dieci infermiera alla Columbus, oggi nel reparto di terapia intensiva, per 1460 euro netti al mese assiste quelle vite che il covid di colpo mette in dubbio.

A Roma sembra che i casi stiano diminuendo, i vostri turni sono ancora pressanti?

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“Si. E’ vero che sono diminuiti, ma in terapia intensiva  il lavoro continua a rimanere pressante”.

Si parla di medici e infermieri mandati a combattere il covid come soldati in guerra, di fatto questa è una emergenza sanitaria, perché tanti di voi contagiati?

“Io penso che sia nato tutto quanto all’inizio, quando non si pensava che fosse un virus così invasivo. Ci siamo trovati impreparati, inizialmente si pensava che bastasse la mascherina, ma è anche vero che tutt’ora noi abbiamo grande difficoltà a reperire dispostivi di protezione individuale adeguati. Non solo servono le mascherine, ma anche gli occhiali di protezione, le tute, i doppi guanti, tutte procedure che sono state poi attuate”.

Abbiamo visto video di ambulanze con i pazienti ferme davanti al Gemelli, come mai si era creata quella situazione, non c’era posto?

“Quello che è stato mandato in giro in realtà non era un video recente, era di parecchio tempo fa quando appunto ci siamo trovati nel grande boom, quando non eravamo pronti a prendere tutti quanti i pazienti arrivati in massa. Adesso non è più così, siamo più organizzati, come arriva l’ambulanza il paziente entra subito, al pronto soccorso è stata divisa l’area covid dall’area non covid”.

La maggior parte dei pazienti in quali condizioni arriva?

“Che io sappia arrivano sia pazienti con sintomi lievi, quindi tosse e un po’ di febbre, come altri che invece hanno sottovalutato questi sintomi. Ciò accade perché questo virus potrebbe essere tranquillamente confuso con una normale influenza, quindi aspettano e poi arrivano in una situazione già abbastanza grave. Da me, in terapia intensiva, il paziente arriva con una richiesta assistenziale molto elevata. L’infezione può presentarsi come una patologia lieve, moderata o grave e quando entriamo nella fase più grave possono subentrare, oltre ad una polmonite acuta che è poi il problema fondamentale, anche una sindrome di stress respiratorio acuto o una disfunzione o una insufficienza multiorgano. Io ho pazienti che magari devono improvvisamente fare una dialisi perché hanno avuto uno scompenso renale e non urinano più”.

Tutto questo può accadere anche in pazienti giovani?

“Si, il paziente più giovane che ho avuto aveva 43 anni, però ce ne sono tanti. Anche i cinquantenni non posso considerarli persone anziane”.

E queste persone non avevano precedenti patologie?

“Anche se ci sono stati casi di persone giovani che non avevano patologie pregresse o che magari non lo sapevano, fondamentalmente tutti quelli che abbiamo da noi hanno delle patologie di base. La maggior parte sono obesi, diabetici, ipertesi, cardiopatici, o hanno delle malattie, come ad esempio l’artrite reumatoide, che vanno ad inficiare la salute in generale. Poi, per esempio, si considera con patologia anche il paziente asmatico che magari ha un asma da allergia. Ci sono pazienti fumatori, questi a livello respiratorio hanno già una problematica. Non credo che li comprometta fino a rischiare la vita, però le componenti poi sono talmente tante che è difficile prevedere. I pazienti hanno tutti lo stesso virus ma non tutti quanti hanno gli stessi sintomi e non tutti quanti reagiscono alla stessa maniera alle terapie”.

State usando anche il farmaco  antiartrite?

“Stiamo usando gli antivirali, poi iniziamo anche con questo farmaco per l’artrite che sembra abbia avuto dei risultati. Non è la cura, ma può dare una mano agli specialisti per estubare il paziente e riportarlo alla normalità. Purtroppo abbiamo avuto casi di pazienti estubati che abbiamo dovuto intubare di nuovo”.

Ora ci sono pazienti ricoverati presso il Marriott Hotel, come vengono seguiti?

“Si tratta di pazienti in via di guarigione o con lievi sintomi, che non sono quindi da ricoverare al momento (anche perché siamo pieni). Vengono monitorati da una centrale operativa che è gestita dagli specialisti, il personale medico fa due accessi giornalieri per controllarli e nel caso in cui dovesse essere necessario, per qualsiasi motivo e in qualsiasi momento, vista la vicinanza con il Columbus Covid 2 Hospital, c’è un medico che può intervenire immediatamente per assistere il paziente sul luogo o decidere per il ricovero. Al momento la situazione è stabile e tranquilla al Marriott”.

Ti è capitato di dover affrontare una situazione più grande di te?

“Ogni giorno.  I miei  pazienti, con lo stesso virus, possono dare un tipo di risposta diversa alle cure, quindi non so precisamente cosa potrà accadere nel mio turno. Sicuramente sto crescendo molto a livello professionale, non avrei mai pensato di trovarmi in una situazione del genere, sarà un’esperienza che ricorderò per sempre. In più, diversamente da tanti miei colleghi, trovo molto difficile intervenire sul decesso del paziente. È una cosa che mi colpisce a livello emotivo, questo da sempre, per qualche anno l’avevo evitato perché facevo la ferrista in sala operatoria. Con il primo decesso in terapia intensiva ci sono stata male. Sono molto cattolica, ma sono riuscita soltanto a guardare il paziente e fare un segno della croce – la voce di Valentina si interrompe, sembra troppo anche raccontare – Non sono riuscita ad avvicinarmi. Apprezzo tanti miei colleghi che riescono a passare oltre, io no”.

Avete un sostegno psicologico?

“Si, è stato attivato dalla Protezione civile e anche il Policlinico Gemelli ha messo a disposizione questo servizio”.

Una cosa bella da raccontare?

“Il rapporto di amicizia con i colleghi”.

Il primo pensiero quando ti svegli?

“Chissà che cosa succederà oggi, chissà se ce la farò ancora e per quanto tempo ad affrontare tutto questo”.

L’ultimo prima di andare a dormire?

“Mi domando tra quanto arriverà il giorno in cui iniziando il mio turno troverò il reparto con pochi pazienti, perché adesso ne abbiamo 60, e ciò vorrebbe dire che finalmente vediamo la luce in fondo al tunnel”.

Dopo tutto, scriveva J. Donne, “la morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana…”.


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