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La storia di una donna, per quella di tutte

Fernanda Wittgens, ovvero per una Memoria resistente dell'8 Marzo

“Le donne hanno spesso fatto notare che gli storiografi del passato, compresi quelli di tendenza marxista, hanno alquanto trascurato la metà femminile della specie umana. La critica è giusta, e l’autore ammette che essa vale per il suo stesso lavoro. Ma se si deve porre rimedio a questa carenza, non si può farlo semplicemente sviluppando una branca speciale della storiografia che si occupi solo delle donne, perché nella società le vicende dei due sessi sono inseparabili. È invece necessario studiare la natura mutevole del rapporto tra i generi, sia in quanto fatto obiettivo sia in quanto immagine che gli appartenenti a ciascun genere hanno dell’altro.” (Eric Hobsbawm, “Gente Non Comune”, Rizzoli, 1998, Capitolo 7, ‘Uomini e donne: immagini a sinistra’, pag. 130).

E’ giusto oggi, 8 Marzo 2024, “Giornata Internazionale della Donna”, iniziare questa Nota – che della Giornata in questione vuole fare Memoria – con una citazione “alta” che riguardi il genere femminile in un modo – come appunto scrive Hobsbawm, in un libro che va assolutamente letto (e studiato) – non slegato dalle vicende del genere umano e, in particolare, da quelle dell’altro genere, il maschile, vicende che effettivamente i due generi hanno legato e legano tutt’ora, strettamente.

La storia che leggerete potrebbe sembrare – ad una prima lettura – fuori tema, ma così non è. Questa storia riguarda, infatti, una donna, Fernanda Wittgens (1903-1957) molto nota a Milano (dove visse, lavorò e si spense, ancora giovane) ma riguarda anche gli uomini (nel senso di maschi) che a lei devono la vita e ancora riguarda anche tutti noi (che a quella particolare storia non abbiamo partecipato) per i motivi che appresso leggerete. Fernanda Wittgens è stata – lo ripeto – una donna molto nota a Milano, ma lo è stata meno nel resto del nostro Paese, anche se per la sua generosa azione, che conoscerete tra breve, avrebbe meritato (e meriterebbe) conoscenza e studio più approfonditi. Ma veniamo al dunque di questa storia.

Fernanda Wittgens, che aveva ereditato dal padre la passione per l’Arte, nel 1928 prende servizio, a Milano, presso la Pinacoteca di Brera (in qualità di “avventizia” e con una paga giornaliera). Nel 1935, la Wittgens è finalmente assunta come Ispettrice e nel Maggio del 1940 – dopo avere vinto ben due Concorsi Nazionali per Direttore di Museo e appena un mese prima della dichiarazione di guerra di Mussolini – diventa la Direttrice della Pinacoteca di Brera, essendo la prima donna a ricoprire questo importante incarico.

Per arrivare a quell’Ufficio della Pinacoteca milanese, la Wittgens aveva dovuto lottare con le unghie e con i denti, considerata l’idea che il fascismo aveva delle donne. Ma i suoi colleghi maschi (e non solo loro) impararono presto a conoscerne la tenacia e la forza (non solo d’animo) oltre alla sua grande e appassionata conoscenza della Storia dell’Arte. La Wittgens dirigerà la Pinacoteca fino al 1944, dunque anche quando era, da tempo, iniziata l’occupazione tedesca del nostro Paese e il regime fascista si era trasformato nella collaborazionista Repubblica Sociale Italiana, di Mussolini, Pavolini e Graziani.

Nota: Fernanda Wittgens, deve il suo ingresso e la sua ascesa alla direzione della Pinacoteca milanese non solo alla sua indiscussa preparazione professionale e bravura, ma anche alla stima che di lei aveva Ettore Modigliani che della Pinacoteca era stato il Direttore fino al suo trasferimento all’Aquila, perché in dissenso aperto con il fascismo. Modigliani aveva scoperto le potenzialità di quella ragazza e l’aveva voluta accanto a sé. Saputo del trasferimento, la Wittgens organizzò una raccolta di firme, ma non riuscì ad evitare quel trasferimento punitivo: Come è noto molti ebrei erano fascisti e avevano anche un loro Giornale, intitolato “La Nostra Bandiera”, ma tra questi non c’era Ettore Modigliani che non aveva mai preso la tessera del PNF (il Partito Nazionale Fascista) e con quel trasferimento a L’Aquila pagava questa sua scelta (insieme al suo essere ebreo) ben tre anni prima dell’emanazione delle cosiddette ”Leggi Razziali”. Modigliani sarà poi un confinato politico e rivedrà la libertà solo alla fine della guerra.

Ma ancora non siamo alla RSI. Siamo però all’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania (10 Giugno 1940) con alle spalle l’uscita del Manifesto della Razza e la promulgazione delle Leggi antiebraiche del 1938 ed ecco che alla passione per l’arte, Fernanda Wittgens unisce la passione per le vite (degli altri). Ma cominciamo dalla prima delle sue passioni. La guerra mette a rischio – oltre alle vite – il patrimonio artistico custodito a Brera ed ecco che la Wittgens – come una provetta “Monument Woman” ante litteram – il 18 Giugno del 1940, fa trasferire alcune importanti Opere d’Arte da Brera in altri luoghi sicuri fuori di Milano e della Lombardia. Da quel momento inizierà, per lei, un continuo andirivieni tra la Pinacoteca e i luoghi in cui ha trasferito le Opere d’Arte di cui continua ad avere cura, proseguendo, nel contempo, a trasferirne altre in luoghi sicuri, ancora fuori della Lombardia. Così, quando Milano comincia a venire bombardata, molte Opere d’Arte sono al sicuro nonostante la Wittgens non abbia ricevuto, per questo suo importante impegno non solo di lavoro, nessun aiuto statale. Così e a lei che si deve la salvezza di molte Opere conservate nelle Sale del Museo di Brera, quando questo sarà colpito – nell’Agosto del 1943 – dal più violento bombardamento alleato di Milano.

Ma ecco che con l’occupazione nazifascista di Milano, Fernanda Wittgens aderisce alla Resistenza milanese, entrando in contatto con il Partito D’Azione, di Ferruccio Parri e con le Formazioni combattenti di Giustizia e Libertà. Così fa la comparsa sulla scena di quel momento di guerra e di sofferenza la sua seconda passione: quella per le vite (degli altri). Approfittando, infatti, dei camion che trasportano le Opere d’Arte di Brera in tutta Italia, la Wittgens riesce a far espatriare molti ebrei e diverse personalità politiche ricercate dai nazifascisti: Qualche nome: Rodolfo Morandi, futuro Ministro e Segretario del Partito Socialista; l’economista Franco Momigliano che alla Wittgens deve la sua fuga dal Carcere di San Vittore e Paolo D’Ancona, suo Professore universitario e “scopritore”, incarcerato perché ebreo. Ma il 21 Luglio del 1944, per una delazione, la Wittgens finisce, a sua volta, a San Vittore con una condanna, inflittagli dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, a quattro anni di reclusione per “concorso in tentativo di espatrio clandestino”. Quattro anni che saranno però solo sette mesi perché, dopo il 25 Aprile del ‘45, anche lei sarà liberata.

La guerra termina con il 25 Aprile del 1945 e, nell’Italia democratica e repubblicana, la Wittgens si allontana progressivamente dalla politica partitica, ma non lascia la politica intesa in senso in senso più largo, ovvero l’interesse sociale e per la cosa pubblica. Lavora, infatti, sulla condizione della donna nell’UDI, l’Unione Donne Italiane, e si dedica alla ricostruzione della Pinacoteca di Brera. Nel Febbraio del 1945, il CNL la nomina Commissaria Straordinaria per l’Accademia di Brera e nel 1950 porterà a termine la sua opera di ricostruzione dell’intera Accademia d’Arte milanese.

Fernanda Wittgens morirà nel 1957, a soli 54 anni. il 6 Marzo del 2014 le verrà dedicato un albero ed un cippo funerario, nel Giardino dei Giusti di Tutto il Mondo, di Milano (*)

La Giornata dell’8 Marzo e la Mimosa

La Giornata Internazionale della Donna non venne celebrata da subito l’8 di Marzo, ma in date diverse per ricordare la lotta delle donne per il voto e per gli altri diritti.

A San Pietroburgo, l’8 marzo 1917, le donne russe avevano manifestato per chiedere la fine della guerra. In seguito, per ricordare questo evento, durante la Seconda Conferenza Internazionale delle Donne Comuniste, che si svolse a Mosca nel 1921, fu stabilito che l’8 Marzo  fosse dichiarata la Giornata internazionale dell’Operaia.

In Italia la prima celebrazione di questa Giornata si svolse nel 1922, ma il 12 Marzo e non l’8. Nel Settembre 1944, a Roma, venne fondata l’UDI, Unione Donne Italiane, e si decise di celebrare, il successivo 8 Marzo, la Giornata Internazionale della Donna, nelle zone liberate dell’Italia.

In quella sede fu Teresa Mattei, partigiana combattente, con il nome di battaglia di Chicchi, sorella del gappista romano Gianfranco Mattei, suicidatosi a Via Tasso il 7 Febbraio 1944 per non parlare, e futura Madre Costituente, a proporre che la mimosa fosse considerata il simbolo floreale di quella Giornata, che avrebbe dovuto essere di festa e di lotta insieme.

(*) Va ricordato che nel Giardino dei Giusti di Tutto il Mondo, di Milano sono ricordate le persone che  – durante l’occupazione nazifascista dell’Italia, si sono adoperate per aiutare non solo gli ebrei, ma anche tutte le altre persone in pericolo di vita e anche  persone che hanno lottato per i diritti umani di tutti coloro che li vedevano violati.

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”

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