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Le mille e una Roma: la “sora Camilla”

Chi era in realtà questa 'proverbiale' donna?

Chissà quante volte abbiamo ascoltato o, perfino, citato il detto: “La sora Camilla, tutti la vonno e nisuno la pija”, identificandola, magari, con qualche “signorina in età da marito” (come si diceva una volta …) di nostra conoscenza. È un detto capitolino molto popolare nato dalla secolare, ambivalente vicinanza-distanza del volgo dalla Curia e dal Vaticano.

La sora Camilla, in realtà, cela le sembianze di Donna Camilla Peretti (1519-1605), sorella maggiore di Felice Peretti, passato alla storia come Papa Sisto V. Fu donna di grande cultura e amante delle belle arti tanto che, nel 1590, le fu dedicata una medaglia di bronzo su cui era impressa la dicitura: “CAMILLA PERETTA SYXSTI V. P.M. SOROR” (Camilla Peretti sorella di Sisto V Pontefice Massimo) a testimonianza del suo alto lignaggio.

Giunse a Roma nel 1586 dalla nativa Piceno e qui sposò Giovanni Battista Mignucci da cui ebbe due figli: Francesco e Maria Felice. Inoltre, sia prima che dopo la morte del marito, la stessa si attribuì o le furono attribuiti numerosi spasimanti e così, nel fervido immaginario popolare romano, iniziò a girare la famosa diceria… sicuramente i pretendenti non le mancarono ma quando i “prescelti” venivano a sapere che era la sorella del Papa (non poche teste vennero fatte cadere dal pontefice, persino il giorno in cui ascese al soglio pontificio …) rinunciavano e, alla fine, Camilla si ritirò in convento dove morì nel 1605.  Una curiosità: abitava in via dei Leutari dove, alcuni secoli dopo, soggiornò anche il celebre compositore Gioacchino Rossini che qui compose l’opéra-bouffe “Il Barbiere di Siviglia”.

Il fratello, di cui lo scorso anno è stato celebrato il 5° centenario dalla nascita, fu il 227° Papa della Chiesa Cattolica dal 1585 fino al 27 agosto 1590. Apparteneva all’Ordine dei Frati Minori Conventuali (nel 1535 vestì l’abito francescano e assunse il nome di fra Felice) e in soli cinque anni di pontificato lasciò un’impronta indelebile nella storia della Chiesa come “giustiziere” (andava in giro per Roma come un vecchio mendicante per scovare briganti e impostori) e riformatore, come abile finanziere e come urbanista. Il suo pontificato si inserisce nel percorso della Controriforma e dell’attuazione dei decreti emanati dal Concilio di Trento. Proclamò subito un solenne Giubileo, inaugurando una prassi proseguita dai suoi successori. Propose, inoltre, il pellegrinaggio alle “Sette chiese” (a Roma, come abile e dotto predicatore, aveva conosciuto personalmente San Filippo Neri e Sant’Ignazio di Loyola) e nel 1589 fece ultimare l’acquedotto “Acqua Felice”. Proseguì i lavori di ampliamento della Basilica di San Pietro e, unitamente, fu promotore di un programma di sviluppo urbano – tra cui la famosa “via Sistina” – facendo erigere e collocare numerosi obelischi (quelli di San Pietro in Vaticano, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e Piazza del Popolo d’intesa con l’architetto papale Domenico Fontana) sormontati da croci nei punti iniziali o terminali delle grandi direttrici stradali urbane. Tra l’altro fondò la stamperia vaticana e istituì la festa della presentazione della beata Vergine Maria.

È ricordato nel sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli “Papa Sisto” per l’episodio legato al crocefisso sanguinante da cui nacque il detto: “Papa Sisto nun perdona manco a Cristo”. Inoltre, ancora un altro detto si fa risalire alla sua politica vessatoria e fiscale: per la riscossione delle tasse chiamò a Roma numerosi suoi compaesani marchigiani per cui, ancora oggi, scherzosamente si dice: “È mejo un morto in casa che un marchiciano fora da la porta”.

Le mille e una Roma

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