Memoria bambina: madri che uccidono i figli. E così, anche il futuro del mondo

Non ho figli. Ma per me scrivere di bambini ammazzati, dalla guerra, dalla schiavitù, dalla fatica dello sfruttamento e della povertà o – peggio – dai loro genitori, è sempre una cosa dura per fare la quale devo forzare la mia mente ed il mio cuore. E ancora devo aspettare di avere a che fare con le sensazioni giuste per riuscire a mettere in fila le parole adeguate che è spesso difficile trovare. E’ un esercizio di autocontrollo (qualcuno la chiamerebbe autostima, ma non io), come quello che faccio tutte le mattine, davanti allo specchio, per capire se, quel giorno, ho la faccia (e soprattutto l’anima) giuste e presentabili per uscire allo scoperto, nel mondo, la fuori. Dunque dopo qualche giorno di riflessioni scrivo sull’assassinio della piccola Elena, 5anni, avvenuto a Catania per mano della madre, Martina Patti., ora accusata di omicidio premeditato e occultamento di cadavere.

Come sa chi mi legge quotidianamente, amo molto le parole e mi piace cercarne e capirne origine e significato. Giorni addietro leggevo – nella Rubrica intitolata “Buongiorno”, che Mattia Feltri tiene sul Quotidiano La Stampa – che in yddish, l’antica Lingua ebraica, esiste – per indicare l’amore che lega i genitori ai figli – una parola che nella nostra lingua non esiste, la parola è “nahar” e descrive appunto il piacere estatico che i genitori provano a stare (nel senso di vivere) con i loro figli.

Bene, questo amore, questo/a (non conosco il genere di questa parola) “nahar”, sembrerà cosa normale, meglio naturale: li metti al mondo, i figli. e dunque, come puoi non amarli di un amore completo, esclusivo e viscerale? Eppure, ogni tanto, questo legame affettivo particolare, carnale, si spezza e i genitori uccidono i figli. Perché? Un raptus, un corto-circuito o “il comando di una potenza superiore”, come ha sostenuto Martina Patti, la mamma di Elena, quando ha spiegato perché ha ucciso la figlia Elena?

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Non credo si tratti di questo. Credo, invece, sia sempre e solo una questione di proprietà, meglio di possesso.  Il verbo “possedere” viene dal verbo latino “possidere” – verbo che ha, nel tema, il termine “potis” = “che possiede”, “padrone”, “che può”, “potente” – insieme al verbo “sidere” = “sedere”, “stare”.  Dunque, “possedere” è stare con quello che hai generato, perché è tuo e di nessun altro come sono, ad esempio, i figli.  I figli sei disposto/sta a condividerli con un marito o un compagno, fino a quando il legame regge. Se il legame si spezza allora i figli ri-diventano una tua proprietà  esclusiva,  e insieme un’arma di vendetta verso l’altro/l’altra.

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Per molte persone amare qualcuno significa possederlo. Non si pensi che questo concetto arrivi da menti malate perché – a mio giudizio – è un portato  del molto tempo (anche il tempo della nostra Repubblica, ché la Legge sulla Riforma del Dritto di Famiglia è del 1975) in cui, alla donna, è sempre stato assegnato solo ed esclusivamente il compito di badare alla casa e ai figli, in totale soggezione e subordinazione al maschio, marito o compagno che fosse. Marito o compagno che aveva, su di lei, ogni diritto e la “patria potestà” (dal termine latino “potestas” = “potere”) sulla prole. A questo proposito va ricordato che è soltanto dal 2013 che il Decreto-Legge n.154 ha introdotto nel Codice Civile l’Articolo 316, che ha sostituito alla “patria potestà” la “potestà genitoriale”, ovvero di entrambi i genitori e ancora ha sostituito il termine “potestà” con quello di “responsabilità”: una vera rivoluzione, anche se tardiva.

Dunque, si tratta di potere, di possesso e del loro esercizio. Possesso dell’uomo sulla donna (e sui figli) e della donna sui figli (vedi l’espressione “figlio mio” che spesso le madri usano per i loro figli). Solitamente sono i maschi che uccidono le donne (mogli e compagne) quando si rendono conto che la donna sfugge (o vuole sfuggire) al loro potere (oltre 20 sono le donne uccise da Gennaio ad oggi) e, in sovrappiù, aggiungono alla vittima i figli e per una forma estrema di vendetta verso il “nemico”, che hanno annientato, e perché non resti traccia della loro famiglia: ovvero dopo di loro (che spesso si suicidano) niente di quel passato deve più esistere.

Questa volta, a Catania, le parti, però, si sonno invertite. E’ stata la mamma di Elena che ha rovesciato lo schema usuale, vendicandosi sul suo compagno, attraverso l’eliminazione della loro figlia con undici coltellate. Una storiaccia di potere, meglio di possesso, che è sempre e comunque un concetto generatore di violenza.  Una violenza che, si dice, sia dentro ognuno di noi, ma che non dobbiamo – e non possiamo – considerare normale e alla quale non dobbiamo – e non possiamo – assolutamente abituarci.

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