Memoria della deportazione. La tecnologia degli aguzzini

“Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti.”

“Anche se voi vi credete assolti / Siete lo stesso coinvolti.” //. (Fabrizio De Andrè, “Canzone del Maggio”,1973 – dall’Album “Storia di un Impiegato”).

Se a Roma andate in Via dell’Argilla, una traversa di Via della Cava Aurelia situata nel Municipio XIII-Aurelio di Roma Capitale, davanti al civico 15 incontrate la pietra d’inciampo collocata a Memoria di Teofrasto Turchetti, militare italiano deportato (prima IMI, poi “lavoratore libero”) che ci ricorda: “Qui abitava Teofrasto Turchetti, nato 1921, arrestato come militare 20.9.43 deportato Dachau Sachsenhausen Buchenvald morto in luogo ignoto in data ignota” 

Come avete letto, il deportato Teofrasto Turchetti, prima di essere ucciso, “gira” tre diversi Campi di Sterminio, in ognuno dei quali cambia la sua Matricola, ma non cambia il trattamento bestiale a cui è sottoposto. Quei trasferimenti da un Campo ad un altro non avvenivano con comodi mezzi di trasporto e nel suo caso, come in quello di molti altri deportati, erano spesso trasferimenti punitivi.  

Il pezzo che trovate riportato sotto integralmente ci racconta, invece, di un altro genere di trasferimenti. Si trattava, infatti – scrive Dario Venegoni, Presidente Nazionale dell’ANED, l’Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti, in un articolo pubblicato sul Quotidiano Domani del 27 Gennaio scorso – di trasferimenti dettati da una logica utilitaristica, necessaria cioè allo sforzo bellico germanico, per il quale i deportati venivano spostati da un Campo all’altro, a seconda del bisogno nazista di forza lavoro, ma anche tenendo conto delle loro personali competenze e venivano “spremuti” dagli aguzzini nazisti fino al loro totale esaurimento fisico (leggi morte). 

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Ma come facevano i nazisti a sapere cosa ogni deportato sapesse fare? E’ presto scritto, utilizzando una tecnologia meccanizzata made in USA, ovvero le famose schede perforate cosiddette Hollerifh, dal nome del fondatore della IBM, sulle quali venivano riportati tutti i dati riguardanti ogni deportato. Si trattava di una tecnologia venduta a Berlino dall’IBM già nel 1938, quando non c’erano più dubbi sulla natura liberticida e assassina del regime hitleriano.

L’articolo di Venegoni fornisce poi le cifre aggiornate relative alla presenza italiana in diversi Campi di sterminio, aggiornamento reso possibile – come scrive l’Autore stesso – dalla recente apertura di diversi Archivi – come ad esempio, quello della Croce Rossa Internazionale di Bad Arolsen, in Germania, che contiene oltre 30mila documenti sui diversi Campi di concentramento e sterminio – e da uno specifico Studio ANED sulla deportazione politica italiana, che dovrebbe essere completato non prima del 2025.  

Dunque, grazie a quanto scrive Venegoni, siamo ora depositari di un altro importante tassello di Memoria, relativamente alla deportazione italiana, ma anche alla tecnologia che i nazisti utilizzavano, per ottenere dai prigionieri la forza lavoro di cui avevano bisogno. 

Così apprendiamo dell’entrata in Campo (è proprio il caso di scrivere così) dell’americana IBM che si aggiunge alla tedesca Topf e figli che – prima costruttrice di impianti per la fabbricazione della birra – con l’arrivo al potere dei nazisti, passa rapidamente a progettare, costruire e fornire alle SS (dopo averli brevettati) forni altamente tecnologici e sofisticati, utilizzati in diversi Campi di sterminio per la cremazione dei corpi dei deportati assassinati nelle camere a gas o in altro modo. Certo, se ci mettessimo come si dice “di buzzo buono” a lavorare sui testi e sui documenti disponibili l’elenco dei “volenterosi” tecnocrati e industriali, felici collaboratori dei nazisti, si farebbe, certamente, lungo di molte cartelle. 

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Per la nostra Memoria, cito allora qui solo tre esempi fra i tanti. Il primo è quello della IG Farben Industrie che nel 1941 impianta ad Auschwitz una grande Fabbrica chimica il cui “carburante” era rappresentato dalla “forza motrice” dei lavoratori schiavi lì deportati, pagata un tanto al “pezzo” (stuck, come le SS definivano i deportati) all’Ufficio Centrale Economico Amministrativo (SS Wirthschafts-und Verwaltungshauptamt o WVHA) delle SS, basato a Berlino. Il secondo esempio riguarda la Siemens & Halske che, dall’Agosto 1942 all’Aprile 1945, apre una Fabbrica all’interno del KL di Ravensbruck (Il Ponte dei Corvi) nella quale a “lavorare” come schiave erano circa 2.300 deportate (essendo quello un Campo prevalentemente femminile). Il terzo caso riguarda altre due Industrie tedesche, la Wolkswagen e la Knorr, che anch’esse impiegavano manodopera deportata e schiava, fornita dalle SS.  Ma se continuate a scavare, magari in Rete, di esempi così ne trovate certamente altri. (*)

Ecco, questo è quanto per la nostra Memoria della deportazione. Certo, alla luce di queste righe e di quelle che scrive Venegoni, sono per me sempre più veritiere le parole della canzone di Fabrizio De Andrè che avete letto all’inizio: “Anche se voi vi credete assolti / Siete lo stesso coinvolti.” anche se sono state scritte in un altro contesto e per un’altra storia

Nota finale: tra i diversi Campi citati da Venegoni c’è il Castello di Hatheim, in lingua tedesca Schloss Hartheim, dipendenza del KL di Mauthausen situato ad Alkoven (Austria) cittadina a pochi chilometri da Linz, con i suoi 309 italiani lì deportati (tutti assassinati). Tra questi c’era Galliano Tabarini, antifascista delle Fornaci che dà il nome alla nostra Sezione ANPI, arrestato dalla polizia italiana, deportato a Mauthausen il 4 Gennaio del 1944 e assassinato nel Castello di Hatheim il 29 Novembre del 1944, dopo essere stato sottoposto a pseudo esperimenti medici. 

 (*) Nel corso della guerra, il numero dei deportati nelle mani dei nazisti sarebbe fu molto alto, in virtù delle deportazioni di massa da tutti i Paesi occupati. Nell’Agosto 1943, nei sei principali Campi di concentramento e sterminio tedeschi, i deportati erano complessivamente 224.000 detenuti, che salirono 524.000 nell’agosto 1944. In totale, un’indagine ufficiale del 15 gennaio 1945 censì 714.211 persone: 511.537 uomini e 202.674 donne.

CULTURA – Giornata della Memoria, la tecnologia degli aguzzini. Così trasferivano i deportati di DARIO VENEGONI

Oltre 16.000 italiani furono trasferiti altrove rispetto al primo campo di concentramento di arrivo. Era convinzione diffusa tra i superstiti che le decisioni fossero casuali. Niente di più lontano dal vero, Le SS gestivano il traffico con un sistema di schede perforate sulle quale venivano annotate le caratteristiche di ciascun prigioniero. Si trattava della tecnologia Hollerith, dal nome del fondatore della IBM che l’aveva brevettata.

A quasi ottant’anni dalla fine della guerra alcune ricerche gettano una luce nuova sui numeri della deportazione italiana, tanto da imporre una revisione anche di convinzioni consolidate. Non cambiano soltanto i numeri, ma la percezione stessa della vita – e della morte – degli italiani nei campi nazisti. Dovremo cominciare a modificare il nostro modo di vedere il fenomeno della deportazione politica. Purtroppo, non sembrano essersene accorti gli atenei italiani, nessuno dei quali prevede un corso specifico sull’argomento, quasi che non ci sia più nulla da dire o da aggiungere a quanto già scritto ormai diversi anni fa. Al contrario, la contemporanea apertura di diversi archivi – a cominciare dal più importante di tutti, quello di Bad Arolsen, in Germania – ci consente oggi di modificare il nostro punto di vista. È quasi una nuova storia della deportazione italiana, e segnatamente di quella politica, quella che bisognerebbe scrivere. L’Aned, l’Associazione degli ex deportati, ha avviato uno studio che non sarà concluso certamente prima del maggio 2025, ma che ha già dato delle importanti indicazioni.

UNA STORIA DA RISCRIVERE 

Nella sua ricerca l’associazione comprende tutti i deportati dall’Italia – compresi quelli che le SS rinchiusero nei campi italiani di Fossoli, Bolzano e della Risiera di San Saba – oltre agli italiani arrestati e deportati dall’estero. Di ciascuno di questi si cercano una cinquantina di informazioni, oltre alle foto. Dare un nome a tutti è importante, lo è ancora di più restituire il volto a chi non c’è più. La ricerca sui deportati dall’estero è forse la più delicata. Occorre stabilire un confine netto che delimiti l’ambito della banca dati. Si è deciso così di inserire solo coloro che al momento della deportazione erano in possesso della cittadinanza italiana. Tale scelta ha comportato rinunce significative, come nel caso di Vittoria, la figlia di Pietro Nenni, morta ad Auschwitz, che però al momento dell’arresto aveva già assunto da tempo la cittadinanza francese: il suo nome non figurerà nell’elenco, mentre è già inserito nello studio sui deportati francesi. Sono comunque almeno un migliaio gli italiani arrestati e deportati in un lager nazista dalla Francia (soprattutto), dalla Germania, dall’Austria, dal Belgio e da altri paesi. 

Quelli che emergono in misura più vistosa sono però gli spostamenti da un campo all’altro. Sono oltre 16.000 gli italiani che furono trasferiti altrove rispetto al primo campo di arrivo. Un incessante andirivieni che ha coinvolto migliaia e migliaia di uomini e donne trasferiti da un luogo di concentramento ad un altro, secondo logiche di cui non afferriamo ancora tutte le motivazioni, in pieno conflitto mondiale, quando verrebbe da dire che i trasporti avrebbero potuto essere difficili.

LA TECNOLOGIA

Come gestivano le SS questo colossale traffico? Si sapeva da decenni che esse utilizzarono anche una tecnologia americana, fondata su un sistema di schede perforate sulle quali venivano trasferite le caratteristiche di ciascun prigioniero, così da poter individuare meccanicamente in tempi strettissimi le persone adatte a seconda delle esigenze che si creassero in questo o quel lager. Si trattava della tecnologia Hollerith, dal nome del fondatore della Ibm che l’aveva brevettata, e che la casa americana era andata a vendere a Berlino ancora nel 1938, quando ormai le politiche criminali di Hitler contro gli ebrei e gli oppositori politici erano ben note al mondo intero. Il libero accesso a larga parte dell’archivio di Bad Arolsen, che custodisce milioni di record di vittime del nazismo, consente a chiunque oggi di verificare direttamente quanto fosse diffuso l’utilizzo delle schede perforate Hollerith nei lager. 

Nei luoghi nei quali si concretizzava l’obiettivo dello sterminio dei nemici del  nazismo, Hitler utilizzava tecnologie che rappresentavano lo stato dell’arte non solo nella Germania, ma anche negli stessi Stati Uniti. Tutto ciò ci aiuta a riconsiderare la convinzione diffusa tra gli stessi superstiti, che nei loro racconti hanno spesso parlato di un criterio di sostanziale casualità nelle decisioni su questi spostamenti di prigionieri da un luogo all’altro, da una mansione all’altra. Niente di più lontano dal vero, sembrerebbe: nelle schede che seguivano i deportati nei loro trasferimenti da un luogo all’altro erano annotati non solo i dati anagrafici, ma anche il mestiere, le lingue conosciute e persino l’altezza e il colore degli occhi.

È accaduto in questo modo che Lodovico Belgiojoso, protagonista di primo piano dell’architettura italiana, una volta deportato a Mauthausen sia stato trasferito dove sarebbero tornate utili le sue competenze professionali e magari anche la sua conoscenza, debitamente trascritta nella scheda perforata Hollerith, del tedesco, del francese e dell’inglese. Ci sono lager – come quello di Dachau – nei quali il trasferimento ha interessato addirittura la maggioranza dei deportati originariamente giunti lì, impiegati altrimenti dai nazisti per cercare di vincere la guerra.

LE CIFRE

Vanno conseguentemente aggiornati i numeri degli italiani deportati nei diversi campi. Per Dachau oggi conosciamo i nomi di ben 10.655 italiani; per Mauthausen 8.198; per Buchenwald 4.069 (quasi il doppio delle vecchie stime); a Flossenbürg 3.303 (anche qui, circa il doppio di quanto sapevamo). Il caso più eclatante è quello di Natzweiler, lager oggi in territorio francese, non distante da Strasburgo, dove non arrivò mai un solo treno direttamente dal nostro paese, ma dove furono trasferiti ben 1.765 deportati politici italiani. È Natzweiler, dunque, il quinto campo per numero di prigionieri, prima di Dora e prima di Ravensbrück (in quest’ultimo furono deportate prevalentemente donne). 

Anche ad Auschwitz i deportati politici italiani furono molti di più di quanto ci era noto fin qui: furono oltre 1.200, in larghissima maggioranza donne delle province del nord-est della penisola. I luoghi nei quali il nazismo realizzò lo sterminio attraverso il lavoro degli oppositori politici italiani furono principalmente quelli del circondario di Mauthausen.

A Gusen su 3.138 italiani ne furono uccisi 2.200, il 70,1 per cento. A Ebensee su 991 italiani gli uccisi furono 750, il 75,7 per cento. A Melk morirono in 384 su 491: il 78,2 per cento. Dal centro di sterminio del Castello di Hartheim nessuno è uscito vivo: 309 deportati, 309 uccisi con il gas. In totale a oggi conosciamo i nomi di 18.698 connazionali uccisi nei Lager nazisti: 7.703 ebrei e ben 10.995 politici. Si tratta di cifre terrificanti. Non sono giustificabili con il lavoro duro, col freddo, con le scarse razioni alimentari: non è un incidente se su oltre 4.500 antifascisti deportati nei campi citati prima, tre su quattro non hanno fatto ritorno. Quando si parla di “sterminio attraverso il lavoro” si parla proprio di uno sterminio: questi numeri lo dimostrano. C’era da parte del nazismo la volontà di eliminare fisicamente qualsiasi voce di opposizione e purtroppo questo disegno nel circondario di Mauthausen è stato realizzato con teutonica efficienza. Eppure tutto questo non interessa ad alcuna università italiana. Non è strano?

Fonte: https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/giornata-della-memoria-la-tecnologia-degli-aguzzini-cosi-trasferivano-i-deportati-gshx5ct1

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”

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