Memoria disabile: ovvero, come ti lascio a casa l’alunno che “non ha meritato” la gita

RECITA LA COSTITUZIONE

La scuola è aperta a tutti.

 L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

 I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

 La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.”. 

(Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 34)

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Educazione… ma che cos’è?
Potrei rispondere con le parole dei saggi, con le parole dei pedagogisti… Io, chiedendovi scusa, risponderò con parole mie. Educazione potrebbe semplicemente significare: abitudine a… osservare, riflettere, discutere, ascoltare, capire […]. Detto più semplicemente, prendere l’abitudine a pensare.”  (
Alberto Manzi, 1924-1997)

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Una vecchia (e forse poco nota) canzone di Adriano Celentano (detto anche “Il Molleggiato”) intitolata “Il Mondo in Mi Settima” (1966), inizia così: “Prendo il giornale e leggo che / di giusti al mondo non ce n’è. //”. Contrariamente al “Molleggiato” io penso, invece, che al mondo i Giusti ci siano ancora, anche se le cose che ogni mattina leggo sui Quotidiani fanno a gara per demolire (“picconare”, avrebbe detto Francesco Cossiga) questa mia convinzione.  Infatti, ieri mattina, “Prendo il giornale e leggo che”, in una Scuola Media Superiore di Tortino (l’Istituto Comprensivo Statale ‘Niccolò Tommaseo”) un alunno 14enne, affetto da “disgrafia”, è rimasto a casa da una gita a Milano, con i suoi compagni di Classe, perché non aveva ”la media dell’8”.

Il ragazzo ha chiesto ai suoi genitori il perché di quell’esclusione dicendo: “Dove ho sbagliato?”. E i genitori hanno faticato non poco a spiegargli che non era lui quello sbagliato, ma lo erano le regole imposte dalla sua Scuola, come conditio sine qua non, per la partecipazione a quella gita (leggi: “attività didattica extracurriculare. tesa alla crescita collettiva del “gruppo classe” e mirante al potenziamento delle competenze, all’acquisizione o perfezionamento delle abilità, all’esercizio di proprie attitudini e a favorire relazioni interpersonali tra gli alunni”).

Cos’è la “disgrafia” 

Il termine è composto da due parole greche ‘Dys’, prefisso peggiorativo, e ‘graphia’, che significa ‘scrittura’; la traduzione diventa quindi letteralmente ‘cattiva scrittura’. Nel 1940, il Medico austriaco Josef Gerstmann definì questa patologia  come “agraphia”.
Successivamente, però, lo Specialista Joseph Horacek precisò in un suo libro che si trattava di un disturbo caratterizzato da una serie di carenze riscontrabili durante la fase di scrittura, e non di una totale incapacità di scrivere.
Si rendeva quindi necessaria una differenziazione che distinguesse il soggetto che,, in seguito a trauma cerebrale, perde totalmente la capacità di scrivere (agrafia) da quello che, invece, presenta anomalie nella scrittura (disgrafia).

Dunque, “La disgrafia, nota come disturbo della scrittura, è un disturbo specifico della scrittura nella riproduzione di segni alfabetici e numerici.”.  Si tratta quindi di un deficit che rientra nella categoria dei DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento’)

Nel DSM-5 (la Quinta Edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mental, redatto dalla Società USA di Psichiatria) il disturbo non viene circoscritto nel termine ‘disgrafia’ ma viene definito come la ‘perdita di espressione scritta’ in quanto chi ne soffre incontra difficoltà nella scrittura sia a livello motorio che cognitivo.

La Premier Giorgia Meloni, nel presentare i Ministri del proprio Governo ha rinominato il Ministero dell’Istruzione come “Ministero dell’Istruzione e del Merito”, lasciando così intendere quale fosse la sua personale interpretazione del primo comma dell’Articolo 34 della Carta Costituzionale, che avete letto all’inizio di questa Nota.

Avanti, dunque con la “meritocrazia”. In alto solo i meritevoli, misurati nel loro valore scolastico, attraverso un voto numerico, attribuito dall’Insegnante. Si tratta di un metro di giudizio da maneggiare con e3strema cura quando lo si usa, chè – come accade per tutte le valutazioni – può causare, educativamente parlando, delle “vittime” arrivando – come avete letto – a creare discriminazione all’interno di un “gruppo classe” colpendo magari. come in questo caso, gli alunni “fragili” e/o “svantaggiati” (anche se la Scuola non dovrebbe somigliare ad una “corsa ad ostacoli”, dove sia previsto un premio per chi li supera, ma un luogo didatticamente apparecchiato per crescere con gli altri e superare quegli ostacoli consci della propria forza; ostacoli mesi lì per misurarla quella forza e quando superati far crescere l’autostima, oltre alla conoscenza delle cose e delle persone) quegli alunni cioè che avrebbero (come effettivamente hanno) bisogno di una maggiore attenzione educativa, anche dal punto di vista didattico.

Un timbro per l’uguaglianza e contro la discriminazione, ovvero “andare sempre in direzione ostinata e contraria”

Il Maestro Alberto Manzi (1924-1997) – di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita – che ho personalmente conosciuto, con il quale ho lavorato ed al quale devo quel poco che so dell’Educazione con la “E” maiuscola – era pregiudizialmente contrario ad ogni forma di valutazione dei suoi alunni, sia che si trattasse di voti numerici che di giudizi descrittivi.

Richiesto di spiegare il motivo di questa sua decisa contrarietà a mettere voti e giudizi, lo spiegò così: “bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest’anno, l’abbiamo bollato per i prossimi anni.”. La spiegazione, meglio la sua messa in pratica, gli costò la sospensione dall’insegnamento e dallo stipendio. L’Anno successivo poiché – come avrebbe sostenuto anche il Principe Antonio De Curtis, in arte Totò – Manzi “teneva famiglia” e comunque il registro – come la pagella, quell’Anno definita “Scheda di Valutazione” – andavano compilati, Manzi ebbe l’idea di farsi fare un timbro che così recitava: “Fa quel che può, quel che non può non fa”.

Posso personalmente testimoniare della gioia dei suoi alunni nel vedersi stampigliata – in inchiostro rosso – sulla loro pagella quella frase, che solo loro e non altri in quella Scuola avevano “conquistato”, lavorando sodo per un anno intero, riuscendo, insieme, ad “essere e fare”. Quell’Anno, nella Classe del Maestro Manzi, c’erano quattro alunni disabili, di cui uno presentava Disturbi dello Spettro Autistico (DSA) di notevole gravità.

                                                                               

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Centro Alberto Manzi 17 Maggio 2020  · 

“Fa quel che può. Quel che non può non fa”. È una delle frasi più spigolose di Alberto Manzi. Vi aiuto a capirla in questo tempo in cui discutete la valutazione dei bambini e delle bambine.  Avete fatto tutto tutto tutto quello che si poteva fare? Li siete andati a cercare la dove ognuno di loro era? Siete stati dentro ogni pensiero e possibilità per dare loro una mano al massimo possibile? Avete studiato e imparato voi per primi affinché nessuno di loro rimanesse indietro? Vi siete addormentati pensando alla fatica della mamma di Marco e vi siete svegliati col pensiero di cercare Lucia che non parla più in piattaforma? Avete evitato ogni pigrizia e scusa anche quando ben protette da norme e apparati? Avete messo i bambini prima di ogni cosa? Se la risposta è sì, ma se è sì per davvero, “portate le chiavi delle vostre scuole a Roma, davanti all’entrata del Ministero”.  Avete diritto alla rivoluzione.

Se la risposta è no, avete ancora tempo per rimediare e sapete cosa c’è da fare. Fatelo in fretta. Il tempo è poco, i bambini vi aspettano.

Alessandra Falconi, Responsabile Centro Alberto Manzi (https://www.facebook.com/centroalberto.manzi/posts/fa-quel-che-pu%C3%B2-quel-che-non-pu%C3%B2-non-fa%C3%A8-una-delle-frasi-pi%C3%B9-spigolose-di-albert/28919204775952029

Certo, non sono la persona più indicata per dare lezioni su questo delicato aspetto dell’Educazione, ovvero su come lavorare didatticamente per includere le persone disabili, cercando comunque di “trarre fuori” (“educare”, dal latino “ex ducere”, ovvero “trarre fuori”, “far uscire”, “portare alla luce”) anche da questi alunni – così come da tutti gli altri – le loro potenzialità, esaltando i mezzi personali che ognuno, certamente, possiede, qualunque sia la sua condizione psico-fisica ed intellettiva.

Forse non sono adatto, ma un piccolo consiglio mi sale spontaneo in superficie e ve lo presento, anche da persona disabile che nel suo percorso scolastico ne ha viste molte. “Facevo le Elementari” – come si dice – al tempo delle cosiddette “Classi differenziali” nelle quali, correndo l’Anno 1957, per un pelo (e grazie proprio ad Alberto Manzi) non venni parcheggiato a “non essere e non fare”: essendo stato definito un “caratteriale”; definizione (tu chiamala, se vuoi, “giudizio”) che, certo, non mi avrebbe messo nelle migliori condizioni per la “corsa ad ostacoli” che mi attendeva in quella Scuola Elementare, intitolata ai risorgimentali patrioti (e fratelli) Emilio ed Attilio Bandiera, ammazzati dai borbonici perché lottavano pe un’Italia unita e popolata di eguali).

Dunque, per tornate al consiglio e dirla come l’avrebbe detta il Maestro Manzi: l’approccio ad una “materia” delicata come l’”Educazione” dell’altro da sé dovrebbe essere basato sul rispetto della singolarità di ogni studente e sulla promozione di un ambiente di apprendimento stimolante, piuttosto che su rigide regole e valutazioni. Dunque, “Educare” dovrebbe voler dire lavorare all’inclusione e “l’ideologia del merito”, certo, non aiuta, portando spesso a discriminare – come insegna il caso in specie de quo ante – soprattutto le persone disabili data la loro “minorata difesa” per usare, forse non a sproposito, un termine giudiziario.


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