Memoria migrante: cosa si rischia a “mettere da parte” la propria vita per aiutare gli altri

A 14 anni, studentessa in una Scuola di Teheran, violentata e uccisa dai pasdaran perché si era tolta il velo in classe, per protesta e in solidarietà con i manifestanti che, da mesi, si battono per la libertà. Il suo nome Masoumeh e quello di togliersi il velo, è stato l’unico (e purtroppo solo) gesto rivoluzionario della sua breve esistenza. Identificata attraverso le telecamere di sorveglianza della scuola, la ragazzina è stata arrestata, portata in carcere e dopo poco, è stata ricoverata in ospedale, con gravi lesioni vaginali, e lì è morta. Lo stupro è attualmente usato, in Iran, per indurre le donne “alla modestia”, indicando quale sia oggi in quel Paese il valore che viene dato alle donne quando “non stanno al loro posto” e osano ribellarsi.

Quelli che considerano le donne solo “un vuoto a perdere” e perciò donne “indegne di vivere”, sono solo delle bestie. Senza voler offendere gli animali che certo hanno un comportamento sociale meno violento, guidato da regole di sopravvivenza e conservazione della specie condivise da tutto il branco.

Nota: la madre di Masoumeh è scomparsa dopo aver dichiarato di voler denunciare l’assassinio della figlia. Si teme per la sua vita.

“La repressione e la violenza non fermano la tempesta, quando essa si alza”

“Occorre riconoscere che è vero. Questa rivoluzione apre la via ad uno sviluppo in senso progressista; non garantisce in via assoluta né ricadute né arresti. Affida le cose ai nostri figli perché le portino innanzi se ne hanno voglia e capacità. Non si può voler prestabilire tutte le misure necessarie per realizzare in modo totale e irreversibile un fine, che neppure si riesce e determinare in tutti i suoi lineamenti, poiché non si conosce né quali saranno gli ostacoli che via via si presenteranno, né come verranno sviluppandosi e modificandosi le aspirazioni, i gusti e i desideri degli uomini nell’avvenire” (dal Manifesto di Ventotene, “Per un’Italia Libera e Unita”, Agosto 1941).

A volte capita che la tua vita sia come un film, a volte capita che sulla tua vita, facciano un film. Questo secondo è il caso delle sorelle Yusra e Sarah Mardini, migranti siriane di Damasco, che hanno rischiato le loro vite per lasciare il Paese sconvolto dalla guerra e dopo avere percorso la cosiddetta “rotta balcanica”, sono riuscite ad arrivare in Europa. Il film s’intitola “Le Nuotatrici” (2022) lo ha diretto Sally El Hosaini, regista e sceneggiatrice britannica di cittadinanza egiziana, ed è stato presentato, in anteprima, lo scorso Settembre al Festival del Cinema di Toronto. Perché quel titolo? Perché le due sorelle Mardini sono delle provette nuotatrici e Yusra, campionessa del mondo di nuoto nel 2012, ha fatto parte del Team Refugee partecipando a due Edizioni dei Giochi Olimpici, sotto la bandiera del CIO, il Comitato Olimpico Internazionale.

Il nuoto le ha salvate, ma non solo loro. Infatti, le due sorelle nel 2015, durante l’ultimo tratto del loro “viaggio” verso l’Europa, si sono gettate in mare, a largo della Libia, perché il motore del barcone su cui viaggiavano – dopo aver raggiunto la Turchia via Libano – aveva smesso di funzionare e il natante imbarcava acqua, rischiando di affondare per il troppo carico. Loro lo hanno letteralmente trainato nuotando, con altre due persone, per tre ore dalle coste libiche fino a quelle della Grecia, raggiungendo così l’Isola dii Lesbo. Dall’isola di Lesbo, le sorelle Mardini hanno continuato il viaggio attraverso l’Europa fino alla Germania, dove si sono stabilite, a Settembre 2015, e dove sono state raggiunte dai loro genitori, ottenendo l’asilo in Germania.

Se la storia di Yusra Mardini ha fatto il giro del mondo dopo i Giochi di Rio 2016, e nel 2017 lei è diventata la più giovane Ambasciatrice di Buona Volontà dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, anche la sorella Sarah è diventata un modello tra i difensori dei diritti umani. Sarah, infatti, come ha dichiarato in una intervista, dopo avere vissuto in prima persona il dramma dei migranti, ha “messo da parte” la propria vita per aiutare quelli che, come era staro per lei e la sorella, cercavano, con la fuga dai loro Paesi di origine una vita migliore in un’altra parte del mondo. Ma quella scelta rischia oggi di costarle ben 25 anni della sua vita. Infatti, Sarah tre anni fa è stata arrestata in Grecia, insieme all’attivista irlandese Sean Binder. Entrambi sono coinvolti in un Processo insieme al greco Nasos Karakitsos e a 22 altri attivisti: fanno tutti parte dell’Emergency Response Center International (ERCI), un’Organizzazione non profit nata in Grecia che fornisce aiuti in caso di emergenze umanitarie. Diversi i capi d’accusa, che vanno dallo spionaggio al falso e all’uso illecito di frequenze radio.

A Novembre 2021 si è svolta la prima udienza, ma il Processo è stato rinviato dopo che il giudice ha stabilito che quel Tribunale non era competente per decidere sul caso. A Sarah Mardini è stato vietato l’ingresso in Grecia e non ha potuto assistere al proprio Processo. Secondo i Pubblici Ministeri, gli attivisti avrebbero monitorato i canali radio della Guardia Costiera greca e di Frontex e avrebbero utilizzato un veicolo con una targa militare falsa per entrare nelle zone interdette al pubblico sull’isola di Lesbo, dove si trovano i campi profughi allestiti dalle autorità greche. Per la ONG Human Rights Watch le accuse sarebbero “farsesche” e “motivate politicamente”, provando a far passare, ad esempio, per riciclaggio quelle che erano semplici attività di raccolte fondi e per contrabbando le attività di soccorso ai migranti. Per quanto poi riguarda quelle di spionaggio, basate su un rapporto della polizia che indicava come gli attivisti avessero monitorato appunto i canali radio, è noto che, come ricorda Human Rights Watch: “i canali radio non sono crittografati e possono essere consultati da chiunque disponga di radio VHF” e “le posizioni delle navi sono pubblicate in tempo reale sui siti web di tracciamento delle navi commerciali”.

Dunque, questo è il trattamento che l’Europa, attraverso stavolta il governo greco, riserva a chi lavora volontariamente per alleviare le sofferenze dei migranti e incarna, con il proprio impegno, l’ideale dell’”Europa dei Popoli” che era alla base del “Manifesto di Ventotene” scritto, ormai 82 anni fa al confino fascista, da Eugenio Colorni, Altiero Spinelli e Ernesto Rossi.

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